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Sushi | Insight

«Ero rimasto bloccato».
Il confine aperto della salute

Non sprecherò parole inutili sull’annosa questione dell’arrivo delle pellicole estere in Italia, o forse sì. La notte tra il 25 e il 26 febbraio si è tenuta la Notte degli Oscar, e c’era questo Silver Linings Playbook con otto nomination, di cui, udite udite, tutte e quattro le categorie degli attori. I giornalisti di Sky fermavano le star sul red carpet, chiedevano pareri, e tutti a rispondere che facevano il tifo per quel film, che era adorabile, insomma, un sacco di carinerie. E intanto io me ne stavo a circa tredici ore di aereo di distanza, là era giorno qui era notte, e con il piglio nevrotico di chi ha assunto alti dosi di caffeina per stare sveglia fino alla fine della cerimonia mi chiedevo cosa accidenti fosse e perché piacesse tanto, che dalle parti dello stivale non si era visto proprio niente. Tra l’altro Jennifer Lawrence (attrice protagonista) poi una statuetta se l’è portata davvero a casa, dopo essere ruzzolata sul palco guadagnandosi la nostra simpatia incondizionata. Quello che sto cercando di dire è che in Italia questa pellicola tanto apprezzata oltreoceano è arrivata solo dopo essere stata premiata, senza darci nemmeno la soddisfazione di fare un po’ di tifo, lasciandoci quello stesso punto di delusione che proviamo quando a un concerto fanno la grande chiusura con una canzone che non conosciamo. Per farsi perdonare, a proposito, il trailer che ha distribuito la Eagles Pictures viaggia sulle note più popolari del momento; il titolo, invece, come nella migliore tradizione italiana, è stato lievemente banalizzato: Il lato positivo. Ma io mi chiedo, abbiamo la lingua più musicale del mondo, una lingua di poeti che può regalare mille sfumature diverse, e ce ne usciamo sempre con dei titoli o completamente anodini o assolutamente ridicoli (qualcuno dalle file in fondo ha forse tossicchiato imbarazzato “Se mi lasci…”?).

Il film, in ogni caso e senza mezzi termini, convince. Ammetto di non aver letto il romanzo da cui è tratto, L’orlo argenteo delle nuvole di Matthew Quick, quindi magari hanno preso le pagine del libro e ci hanno realizzato un art attack, ma qualsiasi operazione sia stata fatta mi è piaciuta. Pat è un simpatico Bradley Cooper appena uscito dall’ospedale psichiatrico, dove è stato otto mesi dopo aver quasi ammazzato di botte il pelato amante della moglie Nikki, colta in flagranza di adulterio sotto la doccia, con tanto di sottofondo musicale della canzone del matrimonio (ma dico il cattivo gusto). Il suo nuovo piano di vita è molto semplice: rimettersi in forma, farsi una cultura e riconquistare la sposa fedifraga, sempre mantenendo un atteggiamento positivo, una sorta di richiamo karmico della buona sorte. Non altrettanto semplice è la realizzazione: dopo la sua performance di boxe nel bagno di casa sul suo capo pende un’ordinanza restrittiva nei confronti di Nikki, e l’ambiente famigliare non è dei più adatti per recuperare la sanità mentale. Papà De Niro, infatti, si è dato a tempo pieno alle scommesse e in più è affetto da un evidente disturbo ossessivo-compulsivo: i suoi averi, il suo futuro dipendono dai risultati delle partite, dal caso -un’esagerazione per indicare quanto di poco chiaro e preciso ci sia oggettivamente nelle nostre vite – e pretende di controllarlo attraversi tanti estenuanti rituali, un’esigenza di ordine nella baraonda di personaggi che passano sulla scena, si urlano da una parte all’altra, si siedono nel posto sbagliato. Non è solo Pat a essere “malato”: è immerso nella quotidiana follia, e ciò di cui ha realmente bisogno – ma non lo sa – è un’amica per la pelle con passato altrettanto difficoltoso che lo spalleggi nella sua ricerca zeniana della salute. Che appunto, con lo stesso interrogativo che ci lasciò Svevo, cosa è davvero la salute? E la vogliamo veramente?

Tiffany ha perso il marito Tommy, la vedovanza l’ha portata alla depressione ed è stata licenziata per essersi fatta tutti i colleghi in ufficio. C’è chi parla di dipendenza da sesso, quello che ho visto io è una ragazza che si è trovata privata troppo giovane dell’amore di una vita (di uno degli amori della vita) e ha sentito il bisogno di sovracompensare; altrettanto facilmente avrebbe potuto chiudersi a guscio ed evitare qualsiasi contatto umano. A differenza di Pat, però, Tiffany è riuscita infine ad accettare se stessa: è un gradino avanti all’amico che ancora arranca in un sacco della spazzatura per raggiungere il suo obiettivo. Pat le chiede aiuto per recapitare una lettera a Nikki, e Tiffany in cambio gli chiede di partecipare con lei a una gara di ballo dove è necessario essere in coppia. Il film si snoda quindi a passo di danza verso l’inevitabile lieto fine (già anticipato dal trailer, ovviamente), lasciando sulle labbra dello spettatore un sorriso compiaciuto.

Pat e Tiffany sono più belli della media, è vero, ma non sono eroi. Non hanno una particolare statura morale, certe volte sembrano davvero schizzati (Tiffany), altre volte così ingenuamente fiduciosi (Pat) che ti chiedi se mai potranno avere una seconda possibilità nel mondo. C’è davvero così tanta giustizia su questa Terra da permettere a questi due, che rincorrendosi su e giù per le stesse due stradine del vicinato ci fanno simpatia, di essere felici? Ho semplicemente amato il modo semplice in cui Pat racchiude il proprio passaggio da Nikki a Tiffany. Non ci sono discorsi arzigogolati del genere “Io inseguivo lei perché pensavo fosse la donna della mia vita, senza accorgermi che lei è la stronzetta che ha preferito un pelato insegnante di storia a me, e ho capito solo ora che è con te che voglio stare, te che sei sempre stata qui, l’Amica con la A” (nella traduzione italiana non c’è la minima coincidenza, comunque la battuta originale era: “She’s my friend with an F”- “A capital F” – “It’s for FRIEND”). Dice semplicemente: <<Ero rimasto bloccato>>. Efficace, comprensibile.

Ci sono quei momenti in cui si rimane fossilizzati al centro di una stanza caotica, girati dalla parte sbagliata, in cerca continua, e non ci si accorge che gli occhiali si trovano proprio sul naso, e per questo anche se non li trovi ci vedi così bene tutto a un tratto. E gli spazi entro cui si agita questa vicenda, irrequieta nella sua voglia di uscire, di ballare, sono chiusi, stretti, talvolta sovraffollati: il quartiere con le sue quattro case, il salotto della famiglia di Pat. D’altra parte luoghi eccessivamente aperti come lo stadio richiedono troppo dispendio emotivo e troppo in fretta. Per sbloccarsi serve il giusto mezzo, una stanza nuda da riempire con il proprio corpo – non quello che dovremmo avere per, ma quello che abbiamo, giusto da stretchare un po’, da riscaldare – uno specchio e la musica.

Magari, nella vita reale, non è tanto semplice uscire da questo meccanismo, anzi, se così fosse film del genere non avrebbero successo perché non avrebbero niente da insegnarci a sognare. E invece, purtroppo o per fortuna, noi esseri viventi abbiamo sempre qualcosa da imparare, siamo costantemente bislacchi e incasinati, e di tanto in tanto ci sembra giusto, e lo è, scivolare su un lucido parquet di legno calzando semplici scarpette da danza, così aderenti che ci vuol poco a farsi male, ma come permettono loro di sentire il contatto con il pavimento e il controllo perfetto del piede nient’altro mai.

 

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