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Archive for February, 2012

Un ange à la mer
(Frederic Dumont, 2010)

Frederic Dumont scrive e dirige Un ange a la mer, film pretenzioso quanto disturbante che unisce il filone del family drama a un simbolismo poetico derivato da Baudelaire. Un iperbole sui concetti di male e perversione che finisce per condensarsi in un dramma sopra le righe, gratuito e insostenibile.

Academy Awards 2012

Concordiamo con questi premi? Non so, parliamone.

due | Hysteria
(Tanya Wexler, 2011)

Quante donne oggi pagherebbero un medico per farsi masturbare fino all’orgasmo almeno una volta alla settimana?

Viaggio nell’isola misteriosa
(Journey 2 – The Misterious Island, Brad Peyton, 2012)

Un’avventura planimetrica schiacciata dalla stessa legge di Lilliput di cui si fa promotrice: intrattenimento melassa, formato piccolo piccolo.

Henry
(Alessandro Piva, 2012)

Camorra, africani, spacciatori, droga, umanità romana emarginata, un omicidio e un’indagine. Henry è davvero un bel film, con un equilibrio raro tra il cazzaro e il raffinato, tra lo stereotipo e l’eleganza narrativa.

uno | Hysteria
(Tanya Wexler, 2011)

Presentato al Festival del Cinema di Roma, Hysteria è una commedia divertente che colpisce e non scandalizza, romanzando la storia dell’invenzione del vibratore da parte di Mortimer Granville, sorvolando sul fatto che nella vita reale il medico inventore non fu poi così contento di associare il suo nome a quello che a suo avviso era un utilizzo improprio di uno strumento fisiatrico.

Knockout: Resa dei conti
(Haywire, Steven Soderbergh, 2012)

Gina Carano. Segnatevi questo nome per due ragioni. È la mia futura moglie (anche se non penso che ne sia al corrente al momento), ed è l’erede femminile dell’action movie occidentale stile JCVD.

Un giorno questo dolore ti sarà utile
(Roberto Faenza, 2011)

Non basta il soggetto e la produzione a fare un bel film. Faenza sembra convinto che basti mettere degli attori a ripetere battute di fronte ad una macchina da presa per suscitare emozioni. Un giorno questo dolore ti sarà utile ha la stessa percentuale di umanità dei film di Michael Bay, ma con i ragazzetti capricciosi al posto di robottoni ed esplosioni. Ed è inutile dirvi che, a parità di èmozziòni, noi si preferisce una cifra i secondi.

In Time
(Andrew Niccol, 2012)

Il denaro è tempo. In un futuro imprecisato, l’umanità ha sostituito ogni valuta corrente con il tempo di vita. Gli esseri umani sono programmati per rimanere giovani e belli, ma si devono guadagnare giorno dopo giorno tutti i secondi di vita dopo il ventiseiesimo anno di età, secondi che scorrono inesorabilmente sull’orologio che tutti hanno incorporato nell’avambraccio.

Pater
(Alain Cavalier, 2011)

Attraverso il gioco – la recita dichiarata, potremmo dire – Cavalier si lancia con un’incoscienza stupefacente nel buio del paradosso, recuperando, al termine del viaggio, la chiave dei conflitti politici contemporanei, e proponendola quindi allo spettatore sotto le mentite spoglie di una chiacchierata disimpegnata davanti ad un bicchiere di vino.

All God’s Children Can Dance
(Robert Logevall, 2010)

Da un racconto di Haruki Murakami, Robert Logevall ha tratto questo suo film, che per essere gentile risulta la copia tarocca e da poco di Wong Kar Wai, con l’aggravante di un super ego intellettualoide manifesto e sublimato in un fallo enorme.

War Horse
(Steven Spielberg, 2012)

Se da un punto di vista sentimentale War Horse fa centro commuovendo, secondo la logica del cinema spielberghiano come piace a me, invece, il film è un discreto fiasco. Messo da parte questo eccesso di sentimentalismo, War Horse sconfina più volte nel limbo della noia, eccezion fatta per gli ultimi trenta minuti in cui assistiamo a una netta ripresa. Rimandato.

Paradiso Amaro
(The Descendants, Alexander Payne, 2011)

Da qualche anno a questa parte, i registi della nuova Hollywood sembrano provare un piacere perverso nell’abbattere ad accettate l’immagine da seduttore mondano di George Clooney. Primi furono i fratelli Coen, poi è stato il turno di Reitman jr. – Jason, all’anagrafe. Buon ultimo è arrivato Alexander Payne, ma con il carico da novanta: nel suo atteso The Descendants, l’ex Batman viene promosso – per anzianità e meriti sul campo, si immagina – allo status di cornuto triste.

E ora parliamo di Kevin
(We need to talk about Kevin, Lynne Ramsay, 2011)

Non si esce dalla sala contenti. Ma il flusso di paura, dolore, rabbia, frustrazione e disperazione che fino all’ultimo attraversa il film è un mix così viscerale che difficilmente potrà lasciare indifferenti.

Jack e Jill
(Jack and Jill, Dennis Dugan, 2012)

Credetemi, non voglio essere snob. Non voglio disprezzare a tutti i costi il film. Vorrei persino scrivere qualcosa di positivo su Adam Sandler che è pure divertente e piacevole, di solito, ma dovrei bere tanto alcol, dovrei davvero mentire, e non è corretto verso di voi, cari lettori.

Masks
(Andreas Marshall, 2011)

La maschera dell’attore, quella invisibile e aderente alla pelle, così come quella feticcio, si confondono con la maschera del serial killer.

La verità nascosta
(La cara oculta, Andi Baiz, 2011)

Ma voi, se la vostra padrona di casa – esule nazista dichiarata – vi dovesse dire «ah quasi dimenticavo, la casa ha anche un bunker segreto a prova di bomba. Nasconditici dentro e vedi un po’ il tuo ragazzo cosa fa», voi dico, non scappereste lontano correndo per miglia senza voltarvi?

Secuestrados
(Kidnapped, Miguel Angel Vivas, 2011)

Sequestrados è un film del genere di Funny Games, sia quello bello che quello brutto. Ovvero la paura a danno di una famigliola borghese portata dentro le mura domestiche da un gruppo di malviventi.

Hesher è stato qui
(Hesher was here!, Spencer Susser, 2010)

Dall’oltretomba arriva la reincarnazione di Cliff Burton a portare scompiglio in una famiglia di depressi cronici. Automi, vecchie arzille e preadolescenti tutti alle prese con il tornado metallaro di turno.

Com’è bello far l’amore
(Fausto Brizzi, 2012)

Il film di Brizzi è prevedibilmente istituzionale, pervaso da un moralismo ridondante e noioso, compiacente verso un pubblico altrettanto perbenista, bigotto, represso per scelta, e sotto sotto vilmente ed inevitabilmente sporcaccione.

My French Film Corto | Volume 2

In chiusura del nostro speciale sul My French Film Festival dedichiamo due giornate ai cortometraggi. Oggi: Aglaée, Petit
Tailleur, L’Accordeur, Cul de bouteille, C’est à Dieu qu’il faut le dire.

40 carati
(Man on a Ledge, Asger Leth, 2012)

Un film che avrebbe potuto essere un po’ di più che un modesto action movie, a conti fatti non si riduce a essere che quello. Un decente film di genere, abbastanza insipido per la verità, con personaggi tagliati (chi più chi meno) con l’accetta e un lieto fine piuttosto insulso.

My French Film Corto | Volume 1

In chiusura del nostro speciale sul My French Film Festival dedichiamo due giornate ai cortometraggi. Oggi: The Silence Beneath the Bark, J’aurais pu être une pute, Le meilleur ami de l’homme e Trotteur

Tre uomini e una pecora
(A Few Best Men, Stephan Elliot, 2012)

Locations fiabesche, dentature scintillanti, ricchi ricchi in modo assurdo, gags prevedibili ed un tantino noiose che convergono inevitabilmente in una lietissima fine, colorata da un tramonto in CG, il tutto confezionato in un pacchetto glamour tutto cuori e miele

Albert Nobbs
(The Singular Life of Albert Nobbs, Rodrigo Garcia, 2011)

Dublino, XVIII secolo. Albert Nobbs lavora presso un albergo come cameriere. La sua vita è completamente proiettata sul lavoro e sulla possibilità di aprire in futuro una propria attività. Ma oltre ai soldi Albert nasconde sotto al tappeto un segreto più grande e importante da preservare. Albert è una donna, che ha scelto di vestire gli abiti maschili per fame e disperazione in seguito a una violenza subita.

J’aime regarder les filles
(Mi piace guardare le ragazze, Frédéric Louf, 2011)

Discreto, mediocre, carino ino, non so. Non c’è proprio altro da dire. La storia comunque è che lui rincorre lei e un’altra lei rincorre lui, dopo giri, corse contromano, frenate brusche e ammaccamenti vari, la fatidica inversione ad U avvicina lo spettatore ad una fine comunque piacevole.

febbraio 2012 | overview

201202_bigmiracle

Febbraio duemiladodici, e il mondo ancora non vuole saperne di finire. E così, tra cedimenti al treddì, confusioni narrative e gonnelle che menano, il Cattivo ci guida con la consueta classe tra le uscite di questo mese.

D’amour et d’eau fraîche
(Isabelle Czajka, 2011)

Da un lato i la crisi del sogno radical chic di lavorare nel settore creativo, dall’altro una storia d’amore complicata che ricalca i vecchi presupposti dei nefandi effetti della mela marcia.

Genealogia di un caso.
La trilogia del Millennio da Larsson a Fincher

Nate esamina le premesse letterarie e le successive trasposizioni – televisive prima e cinematografiche poi – di uno dei casi editoriali più vistosi dell’ultimo decennio.

Entre nos mains
(Mariana Otero, 2010)

“A un certo punto si smette di cadere. E tutto questo diventa fatturato.”