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65° Edinburgh International Film Festival | all that heaven allows
Edimburgo, 15-26 giugno 2011

— fagioli e burro fuso

Era un martedì mattina quando Folquet arrivò a Edimburgo. Che a dirlo così sembra una faccenda di un attimo, ma a ben guardare ci vuole tempo e una certa pazienza per entrare in una città. Sulle prime, per dire, mentre il treno ancora si attarda sotto le campate della stazione, Edimburgo non si sbottona. Lo spirito della città si ritrae dietro le guglie, nella compattezza grigiofumo dei suoi quartieri residenziali. E il viaggiatore, distratto dalle necessità pratiche del suo viaggiare, per un poco rimane lì, sul margine, come di fronte alla sua cartolina. È solo dopo, quando emerge dal ventre della stazione e si ritrova nel groviglio umano di Waverley Bridge, è allora che lo ritrova. L’odore della città. Un sentore indefinibile, di burro fuso e fagioli, che attraversa la carta delle troppe guide turistiche e le fotografie dei giapponesi in posa. Era quindi un martedì mattina quando Folquet – la bocca impastata di sonno e le dita sporche di caffé – posò a terra la valigia sul marciapiede, inalò a pieni polmoni l’aria satura della città, e decise che era ora di darsi da fare.

— in scena non ci vai se la grana non ce l’hai

Per chi si occupa di politiche culturali, il caso dello Edinburgh International Film Festival presenta non pochi spunti degni di interesse. Il festival in sé può vantare un passato ragguardevole: calendario alla mano, l’edizione di quest’anno è la numero sessantacinque. Vale a dire che la manifestazione scozzese risale al 1947, quando il mondo dei festival del cinema andava da Cannes a Venezia e la cosa finiva un po’ lì. Altri tempi (e un altro cinema). In effetti, la selezione cinematografica faceva allora parte del ben più panciuto Edinburgh International Festival, che assieme alla sua fronda alternativa – il Fringe – anima gli agosti edimburghesi dal dopoguerra. È solo nel 2008 quindi che l’EIFF si stacca dall’alveo della manifestazione madre e – complice un cospicuo finanziamento pubblico – prova a farsi largo nel mare magnum dei festival di settore.

Tre anni dopo, l’edizione 2011 si trova nuovamente in una fase di transizione. Chiusi nel 2008 i rubinetti dei fondi statali, le cose per lo EIFF si sono fatte complicate quando Hannah McGill, direttore artistico delle scorse quattro edizioni, ha lasciato nel 2010. Per qualche tempo è sembrato che la sopravvivenza della manifestazione fosse a rischio. Nessuno – dicono le voci – era disposto a mettere la faccia su quello che pareva un fallimento annunciato. Alla fine, a prendere in pugno la situazione è stato il rubicondo australiano James Mullighan, chiamato a gestire l’evento sotto il nuovo cappello produttivo del Centre for Moving Images diretto da Gavin Miller. Quest’ultimo – oltre al festival – gestisce anche la maggiore sala d’essai della capitale, una sorta di Cineteca in versione ridotta. Si assiste – in buona sostanza – a una ‘localizzazione’ del circuito, che per far fronte alla chiusura del gettito nazionale sta riscoprendo il carattere cittadino e cinefilo della manifestazione. Se si pensa al caso di Torino, il raffronto è significativo.

James Mullighan

Laddove da noi l’approccio regionale viene giocato in chiave produttiva, con la possibile conseguenza – finora scampata – della neutralizzazione del festival come progetto culturale autonomo, qui la localizzazione serve piuttosto a un’ottica di apertura alla comunità. Non a caso Mullighan ha rifiutato di assumersi la responsabilità di una direzione artistica tradizionale, preferendo avvalersi di ‘guest curators’ di chiara fama (Béla Tarr, Tilda Swinton, gente così) che selezionino film di loro gradimento da ‘condividere’ col pubblico. Una sorta di condivisione cinefila avallata dalla concomitante riscoperta delle radici ‘intellettuali’ della manifestazione: accanto a un convegno di studi sulla ‘nuova cinefilia’, il festival offre panels di approfondimento e incontro con produttori, artisti e altri protagonisti della scena scozzese. Una volontà di caratterizzare lo EIFF come luogo di ritrovo e di condivisione che da queste parti guardiamo con una certa simpatia. Certo, la scommessa è ambiziosa. Vediamo come va.

— appunti critici

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