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Fest-o-rama

65° Festival del Film Locarno
Locarno, 1-11 agosto 2012

Locarno, duemiladodici. Tre anni che vengo qui, e ancora mi sorprende che una pizza possa costare quindici euro. Al plurilinguismo disinvolto di Olivier Père, invece, mi sono un po’ abituato. Il suo linguaggio, la sua giacca bianca, le sue presentazioni sempre infiorate di ‘proiezioni eccellenti’ e ‘attresse talentuose’ appartengono ormai all’idioletto del festival, come i bermuda leopardati esposti in vetrina.

Tre anni: l’intero corso della direzione Père. Un corso – bisogna riconoscerlo – marcato dal successo. L’ex direttore della Quinzaine è riuscito nell’impresa di risollevare una manifestazione languente, e oggi l’improbabile ruggito del pardo svizzero riecheggia in tutta Europa. Merito soprattutto della diffusa atmosfera conviviale e della macchina organizzativa, calibrata al millimetro (imparassero, in Laguna). E poi, certo, i film. Moltissimi, in controtendenza con Venezia che quest’anno, e finalmente, opterà per una selezione ristretta dopo le abbuffate mulleriane. Qui invece si continua a ragionare sui grandi numeri, ma – forse – è inevitabile. Locarno è e rimane una creatura ibrida, come scrissi l’anno scorso su Cineforum. In parte cantiere produttivo, in parte laboratorio di ricerca, in parte vetrina. In questo quadro, gli scivoloni sono inevitabili: di qui la necessità di abbondare.

(poi, certo, girano voci. Parzialità nella selezione, lobbismo, perfino accuse non troppo velate di sessismo. Ma – nella mia ingenuità – mi ostino a pensare che tutto questo faccia parte dell’esercizio politico che una manifestazione del genere naturalmente comporta. E poi dai, ieri in piazza c’era Gianni Morandi. Basta questo a dare l’idea della distanza abissale che separa questo festival dall’elitarismo posticcio di altri festival. Sbaglierò: ma la differenza salta all’occhio)

Larraìn, Carax e Soderbergh i nomi più in quota nel chiacchiericcio da sala di questi primi giorni, ma ci sono anche Naomi Kawase, Claire Denis, e poi lui, Otto, a tenere salda uber alles la barra della cinefilia, con un’imponente rassegna ‘storica’ ricalcata su quella dedicata l’anno scorso a Minnelli. Nomi e programma che la dicono lunga sulle ambizioni di questa manifestazione. Noi restiamo a osservare, un po’ in disparte, e ogni tanto ci distraggono gli accenti, i volti, i colori delle donne – troppo belle e troppo chiare per noi ci imbarazziamo quando all’ufficio stampa ci danno del lei. Lassù intanto le Alpi ci guardano, e aspettano. Ma forse anche questo è cinema.

— appunti critici

(ma appunti davvero, eh. Approfitto del formato ‘pescecrudo’ per condividere le mie impressioni in uno stile corsivo e un po’ impressionistico. Se e quando i film usciranno in sala, ci sarà modo di discuterne più a fondo)

  • Lore
    (Cate Shortland, 2012)
    @Folquet, 07-08-2012
    Una ragazzina bionda quasi come Gesù attraversa la Foresta Nera per portare se stessa e i suoi fratellini in salvo dalla nonna. Tutto un po' fiabesco, a parte il fatto che siamo nel 1945 e la nostra biondazzurra è un convinto rampollo della Gioventù Hitleriana.

  • Ruby Sparks
    (Valerie Faris e Jonathan Dayton, 2012)
    @Folquet, 06-08-2012
    Un giovane scrittore con gli occhiali ha problemi a scrivere e a parlare con le donne, ma il suo psicanalista è Elliott Gould. Gli ovvi svantaggi della situazione vengono inaspettatamente ribaltati quando la ragazza dei suoi sogni esce dai suoi sogni e si materializza nella sua cucina.

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