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Fest-o-rama

68° Festival del Film Locarno
Locarno, 5-15 agosto 2015

Alpi svizzere: orizzonti tenui, quasi leonardeschi, treni inesorabilmente in orario, e poi quei ricordi di anni passati, in agguato a ogni maledetta stazione. Folquet tornava a Locarno, e viaggiava così, con l’entusiasmo di chi si lascia alle spalle la canicola brianzola e la valigia carica di barrette proteiche all’arancia. Perché va bene l’animo sentimentale e le malinconie da viaggio, ma con il cambio euro-franco non è il caso di fare i donchisciotti.

Tutto come sempre, quindi? Non esattamente. Se i cappuccini a quattro euro restavano il marchio inconfondibile dell’accoglienza svizzera, il festival aveva, se non proprio cambiato pelo, senz’altro messo su qualche chilo. Scomparse le impareggiabili giacche bianche di Oliver Père, alla guida del pardo c’era – dal 2013 – Carlo Chatrian (in foto, sopra), un pacato critico italiano forse meno eccentrico ma con le idee chiare. Il budget era cresciuto – viaggiava ora sui tredici milioni di euro, lo spazio dedicato agli incontri dell’industria, senza essere un vero e proprio mercato, era pure cresciuto, con iniziative dedicate quest’anno ai mercati cinesi, latino-americani, e due speciali finestre sul Maghreb e su Israele.

L’espansione del segmento industriale del festival testimoniava (o così almeno pareva a Folquet) di una certa consapevolezza, ascrivibile forse a Chatrian o forse a Nadia Dresti, sua collaboratrice e responsabile degli Industry Days, consapevolezza dicevo dell’accresciuto ruolo di Locarno come motore di coproduzioni tra centro e periferia, punto di ingresso nel mainstream euro-americano per un certo tipo di cinema altrimenti marginale: e su cosa lo renda, marginale, questo tipo di cinema, ci sarebbe stato da riflettere, ma con quell’afa e quell’abbondare di gnocca a Folquet certe cose non venivano bene.

Qualcosa di vero comunque in quelle intuizioni ci doveva essere, o almeno così si sarebbe detto guardando il programma di quella sessantottesima edizione. Al di là delle proiezioni di Piazza Grande, da sempre in bilico tra aspirazioni da red carpet e desiderio di compiacere il composito pubblico dei vacanzieri, i filoni più nascosti del festival combinavano con equilibrio cinefilia, sperimentazione e gusto della scoperta: Chantal Akerman, Athina Rachel Tsagari, il sudcoreano Hong Sang-soo, ma anche l’esordiente persiana Sina Ataeian, il cui film era stato prodotto dal fratello di Jafar Panahi, Yousef.

Per gli italiani c’era Pietro Marcello, con Bella e Perduta, alla cui sceneggiatura aveva lavorato anche Maurizio Braucci, già collaboratore di Garrone su Gomorra, e i sempre interessanti D’Anolfi e Parenti. Come di consueto comparivano poi anche esuli del Sundance: Entertainment di Rick Alverson, e James White di Josh Mond: ma Folquet, per una volta, si era ripromesso di non cascarci, con gli ammerigani.

Piuttosto, si era detto, mi vado a vedere qualcosa della Grande Retrospettiva, dedicata quest’anno – con indefatigabile devozione cinefila – a Sam Peckinpah, sul quale ricordava ancora, Folquet, e con ammirazione, formidabili lezioni lapolliane. Ma erano altri anni: e a lasciarsi tirare dalla nostalgia uno poi finisce che si distrae e  non sente l’annuncio della stazione. Fortuna che i pardi svizzeri ruggiscono in tre lingue.

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