// you’re reading...


Featured

68° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica
Venezia, 31 agosto – 10 settembre

Venezia – diceva un amico – sarà la nostra rovina. A una settimana di distanza dalla consegna dei premi, mi verrebbe da dire che la rovina è iniziata da tempo. Dei film e delle loro rotte scriverò – sempre su queste pagine – in altra sede: qui vorrei concentrarmi sul festival come progetto culturale, come manifestazione, come evento se ci tenete.

Lo dico subito e lo dico chiaramente: con queste direzioni – artistica e organizzativa – credo che la cosa migliore sarebbere chiudere tutto. Fermare il carnevale per un paio d’anni, anche a rischio di perdere anche quel secondo posto a cui grottescamente ci aggrappiamo. Ripensare le premesse culturali, le dinamiche logistiche, il rapporto col territorio. Perché il problema esiste, a partire dalle parole.

Prendiamo il titolo, di questa nostra cosa. Mostra d’arte, recita la dicitura ufficiale. Si avverte l’intenzione di alzare uno steccato, di esibire quarti di nobiltà. Come dire: qui si celebra qualcosa che esige rispetto, qualcosa di indefinibile ma essenziale, iscritto nei codici e nei valori della civiltà borghese. Mica cazzi: del resto, quella di rifondare una visione del cinema come summa estetica della contemporaneità potrebbe essere una partita che vale anche la pena giocare. Epperò, chiunque abbia speso più di mezz’ora in Laguna sa bene che Mostra vuol dire ben altro. Dietro la parola c’è piuttosto una pratica della mostrazione come esibizione auratica: del divo, dell’Autore, del lusso. La facciata posticcia del Casinò e l’improbabile tappeto rosso sono il fulcro simbolico della manifestazione, e le scimmie urlanti che di giornata in giornata si accalcano contro le barriere la prova lampante di quali siano i reali destinatari di cotanto progetto estetico.  Quanto la delegazione è in sala si applaude prima, alla cieca: il cast non sale nemmeno sul palco, alzarsi bisogna, girarsi sulle sedie e seguire i riflettori per capire chi si sta osannando.

Quanto all’aggettivo, internazionale, c’è solo da stendere un velo pietoso. L’organizzazione – dai punti di informazione ai centri ristoro, dai buttafuori alle maschere – è marcata da un provincialismo venetocentrico di cui si può solo arrossire. Momenti di dibattito vero e aperto non ce ne sono, e le conferenze stampa – quando si riesce a entrare – sono nella maggior parte dei casi dei siparietti imbarazzanti. Basta mettere il naso a Locarno per capire tutta la differenza.

Da ultimo, in tutti i sensi, la logistica. L’intera macchina è congegnata per rispondere a un unico principio: quello dell’elitismo posticcio. Da un lato c’è il lusso volgare delle feste, rinfreschi gratuiti coi camerieri in guanti bianchi, i posti in sala garantiti un minuto prima della proiezione. Dall’altro panini costosi, un ristorantino da autogrill con prezzi da galera, peripezie portoghesi per orientarsi nelle confusionarie indicazioni della segnaletica e – quando alfine si arriva alla coda designata – probabilità di entrare ridotte all’osso in tre sale su cinque (Pasinetti, Volpi e Darsena nelle proiezioni stampa). I film sono palesemente troppi rispetto al numero delle sale e dei posti disponibili, servirebbero più repliche e repliche più distanziate nell’arco del programma: invece le sezioni si gonfiano, i fuori concorso aumentano, le proiezioni restano tre quando va bene e comunque, delle tre, almeno una è quasi sempre inaccessibile. Mereghetti parlava di gigantismo populista, e credo ci abbia preso. Ma – al di là delle ambizioni e delle intenzioni – c’è un livello di buon senso frustrato che nessuna analisi superiore può assolvere.

Forse per un malinteso senso di prestigio, forse per una genuina stupidità, Venezia cammina verso la propria rovina. Stat pristina rosa nomine, nuda nomina tenemus.

(folquet)

— appunti critici

CONCORSO

FUORI CONCORSO

CONTROCAMPO ITALIANO

GIORNATE DEGLI AUTORI

Discussion

No comments for “68° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica
Venezia, 31 agosto – 10 settembre”

Post a comment