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Fest-o-rama

69° Festival de Cannes
Cannes, 11 – 22 maggio 2016

La sessantanovesima edizione del Festival di Cannes ha visto il ritorno di molti autori amati e premiati in precedenza dalla kermesse francese come Pedro Almodovar, Olivier Assayas, Andrea Arnold, i fratelli Dardenne, Xavier Dolan, Bruno Dumont, Jim Jarmush, Ken Loach, Brillante Mendoza, Christian Mungiu, Jeff Nichols, Park Chan-wook, Sean Penn, Paul Verhoeven, Nicolas Winding Refn e Asgahar Farhadi – solo per nominare quelli presenti nel concorso principale e che si sono contesi l’ambitissimo primo premio. Anche quest’anno la rappresentanza italiana sulla Croisette è stata cospicua ma, a differenza del 2015 quando il nostro Paese ha avuto ben tre film in lizza per la Palma d’Oro (quelli di Moretti, Sorrentino e Garrone), gli autori che hanno rappresentato l’Italia sono stati invitati a prendere parte, in maggioranza, nelle sezioni collaterali della kermesse, destando un po’ di perplessità negli addetti ai lavori anche in seguito all’importanza dei loro nomi trattandosi di Paolo Virzì (La Pazza Gioia), Marco Bellocchio (Fai bei sogni) e Claudio Giovannesi (Fiore) alla Quinzaine des Réalisateurs e Stefano Mordini (Pericle il nero) in Un Certain Regard, unico tra questi a essere presente con un lungometraggio in competizione in una sezione ufficiale nel 2016. L’esclusione delle opere italiane dalle categorie ufficiali, soprattuto i film di Bellocchio e Virzì, è apparsa a posteriori come una scelta del tutto infelice vista la buona qualità delle pellicole e l’ottima impressione che hanno suscitato nella stampa, non solo quella nostrana.
La presidenza del Concorso principale della sessantanovesima edizione del Festival di Cannes, ancora una volta sotto la direzione accorta e ormai salda di Thierry Fremaux, è stata affidata al regista più osannato da stampa e addetti ai lavori l’anno precedente: l’australiano George Miller, autore di Mad Max Fury Road, presentato sulla Croisette fuori concorso nel 2016. Gli altri componenti della giuria che ha avuto l’onore e l’onere di assegnare i premi principali sono stati i registi Arnaud Desplechin, di origine francese, e l’ungherese Laszlo Nemes, che qui ha portato il film rivelazione Son of Saul, vincitore del Grand Prix lo scorso anno. A loro si sono aggiunti tre attrici, l’americana Kirsten Dunst, l’italiana Valeria Golino e la francese Vanessa Paradis. Il danese Mads Mikkelsen e il canadese Donald Sutherland hanno rappresentato la categoria degli attori mentre la produttrice iraniana Karayoon Shahabi è stata l’ultimo membro a prendere parte alla giuria. Un Certain Regard è stata invece presieduta dall’attrice svizzera Marthe Keller assieme alla regista austriaca Jessica Hausner e a quello svedese Ruben Ostlund, all’attrice francese Celine Sallette e all’attore, regista e produttore messicano Diego Luna. Come ogni anno, la giuria per i cortometraggi e la Cinefondation è stata presieduta da un’importante regista internazionale. Per la sessantanovesima edizione questo compito è stato assolto dalla giapponese Naomi Kawase, coadiuvata dai registi Jean-Marie Larrieu, di origini francesi, dal romeno Radu Muntean e dell’argentino Santiago Loza, assieme all’attrice Marie-Josée Croze.

La Palma d’Oro è stata vinta per la seconda volta in carriera da Ken Loach per il film I, Daniel Blake. Per Loach si tratta della quarta menzione che gli viene assegnata a Cannes dopo i Premi della Giuria per L’agenda nascosta nel 1990 e Piovono pietre nel 1993 e la Palma d’Oro vinta esattamente dieci anni fa con Il vento che accarezza l’erba. Il Gran Prix, ovvero il secondo premio in ordine d’importanza, è stato assegnato al regista forse dato favorito alla vigilia, il canadese di lingua francese Xavier Dolan per il film Juste la fin du monde, una pellicola assai diversa dalle precedenti, anche solo per la co-pruduzione francese e il relativo utilizzo di noti attori francofoni di origine transalpina come le star Vincent Cassel, Lea Seydoux e Marion Cotillard. Quello che può essere considerato il terzo gradino del podio, ovvero il Premio della Giuria, è stato vinto dall’americana Andrea Arnold – che si può a tutti gli effetti considerare una vera e propria scoperta di una decina di anni fa della kermesse transalpina – per la pellicola American Honey. Al francese Olivier Assayas per Personal Shopper e al rumeno Cristian Mungiu per Bacalaureat è stato assegnato il Premio alla Migliore Regia ex-aequo. Se la prima pellicola riesce a colpire lo spettatore, forse più per la sceneggiatura che per la mise en scene, ad essere del tutto sinceri, il film di Mungiu delude profondamente le aspettative. Inoltre, confrontandola con l’altro film rumeno selezionato per il concorso, Sieranevada di Cristi Puiu, la decisione della giuria di premiare Mungiu rispetto al connazionale risulta priva di senso logico, forse giustificabile unicamente dalla volontà di assegnare un riconoscimento al più noto tra i cineasti rumeni. A Forusande – The Salesman di Asghar Farhadi sono stati assegnati invece due premi, quello per la Migliore Sceneggiatura, ritirato dallo stesso regista, e quello della Miglior Interpretazione Maschile, vinto da Shahab Hosseini. Infine il Premio per la Miglior Interpretazione Femminile è stato vinto da Jaclyn Jose per Ma’ Rosa del filippino Brillante Mendoza, di nuovo sulla Croisette in concorso principale dopo svariati anni di assenza. Per quanto riguarda la seconda sezione competitiva del Festival di Cannes, ovvero Un Certain Regard, la giuria ha deciso di premiare per il secondo anno consecutivo un film proveniente dall’Europa del Nord. Il vincitore di quest’anno è stato infatti il finlandese Hymyilevä mies di Juho Kuosmanen. Il Premio della Giuria è andato invece al giapponese Fuchi Bi Tatsu di Kôju Fukada mentre la Miglior Regia a Matt Ross per Captain Fantastic, il cui protagonista principale è un ottimo Viggo Mortensen. La giuria ha poi deciso di assegnare a Voir du Pays di Delphine e Muriel Coulin il Premio come Migliore Sceneggiatura. Infine una menzione speciale Un Certain Regard è andata a La tortue rouge, bellissima pellicola di animazione di Michaël Dudok de Wit. Ultime tra le sezioni ufficiali troviamo i concorsi per i cortometraggi: Cannes Court Métrage – dedicato ai film in anteprima mondiale al di sotto di quindici minuti di durata – e Cinefondation – dedicata esclusivamente alle opere di cortometraggio prodotte dalle scuole di cinema di tutto il mondo, qui in competizione tra di loro. A sorpresa la Palma d’Oro alla migliore pellicola breve è stata assegnata allo spagnolo Timecode di Janjo Gimenez, un film forse più adatto a passaggi televisivi che non a quelli di un festival importante come questo. Una sorpresa proprio vista l’ottima qualità delle altre pellicole selezionate per concorrere alla Palma d’Oro per i film brevi, primo fra tutti l’italiano Il Silenzio dei registi di origine iraniana Ali Asgari e Farnoosh Samadi. Parlando invece della sezione Cinefondation, il primo premio è stato assegnato al cortometraggio Anna di Or Sinai, la seconda piazza è andata a In the Hills di Hamid Ahmadi, mentre la giuria ha nominato A Nyalintàs Nesze di Nadja Andrasev e La Culpa, Probablemente di Michael Labarca vincitori del terzo premio ad ex-aequo.

Scopriamo ora chi sono stati i vincitori delle sezioni collaterali di questa sessantanovesima edizione. La Quinzaine des Réalizateurs non riconosce ufficialmente nessun premio però, anche per doveri di sponsorizzazione, ogni anno sono assegnate diverse menzioni speciali ai film presentati nella sezione. Il Premio Art Cinéma è stato vinto da Wolf and Sheep di Shahrbanoo Sadat. L’Europa Cinema Label se l’è aggiudicata Mercenaire di Sacha Wolff. Il Premio SACD è stato assegnato a L’Effet aquatique di Sólveig Anspach – una menzione che assume anche un valore simbolico e celebrativo dell’opera della regista la quale sfortunatamente è scomparsa nel 2015. Il Premio Illy al miglior cortometraggio è andato a Chasse Royale di Lise Akoka e Romane Guéret mentre il lungometraggio Divines oltre a vedersi assegnata una mezione speciale dalla Quinzaine des Réalisateurs ha avuto l’onore di vincere anche la Caméra d’Or alla miglior opera prima scelta fra tutte le sezioni del festival, ufficiali o meno – probabilmente una delle menzioni più importanti ed ambite di tutta la kermesse cannense. La Semaine de la Critique è stata invece vinta dalla pellicola Mimosas di Oliver Laxe, alla quale è stato assegnato il Grand Prix. Il Prix Révélation France 4 è stato invece vinto da Albüm di Mehmet Can Mertoğlu mentre quello SACD da Diamond Island di Davy Chou. La menzione Aide Fondation Gan à la Diffusion è stata vinta da Shavua Ve Yom di Asaph Polonsky. Infine dopo due anni in cui questa specifica sezione è stata conquistata da registi italiani, la giuria ha selezionato, come successore di Jonas Carpignano e Fulvio Risuleo, il regista francese Antoine de Bary che con L’Enfance d’un Chef si è portato a casa il Premio Canal+ per il miglior cortometraggio de la Semaine de la Critique 2016, premiando anche con il Premio Scoperta Leica Cine del cortometraggio Prenjak di Wregas Bhanuteja.

Vi sono  sezioni del Festival di Cannes un poco più sconosciute al grande pubblico in particolar modo perché non beneficiano dell’attenzione che media riservano ai film in competizione. Mi riferisco ovviamente a quelle dei cortometraggi. Il festival infatti ospita molti eventi connessi alla forma d’arte cinematografica più breve, primo tra tutti Cannes Court Métrage, la sezione competitiva dedicata esclusivamente alle pellicole che rientrano sotto i quindici minuti. Sempre tra le sezioni ufficiali, un altro importante serbatoio di corti è la Cinefondation, dedicata a film di durata anche un poco superiore al quarto d’ora, ma pur sempre inferiore ai quaranta minuti, prodotti esclusivamente da scuole di cinema e realizzata da registi giovanissimi. Anche le maggiori sezioni non ufficiali, la Quinzaine des Réalisateurs e la Semaine de la Critique, ospitano due copiosi programmi di film brevi ciascuna. Ogni anno in tutte queste sezioni trovano posto delle vere e proprie perle, piccoli gioielli cinematografici il più delle volte realizzate da coloro che diventeranno i talenti affermati di domani, quei registi che in un paio di edizioni esordiranno sulla Croisette con il primo lungometraggio.
La presenza dei cortometraggi non si esaurisce però unicamente nelle sezioni competitive. Anche il Marché du Film dedica infatti una grande parte dei suoi spazi esclusivamente alla forma d’arte breve, realizzando lo Short Film Corner. Questa sezione del mercato viene esclusivamente dedicata ai cortometraggii. Essa è dotata di una grande videolibray presso la quale gli accreditati al festival o al mercato possono accedere per vedere in streaming tutti i corti delle sezioni competitive e quelli inviati appositamente a questa sezione del Marché. Inoltre Short Film Corner mette a disposizione spazi dedicati in cui i registi, produttori, distributori e altri professionisti possono incontrarsi e discutere dei loro lavori in chiave di business, sia cercando di concludere affari di compravendita sia promuovendo le proprie opere ai numerosi programmatori di festival internazionali presenti sulla Croisette alla ricerca di film da proiettare. Nonostante la durata dello Short Film Corner sia stata dimezzata e ridotta a soli cinque giorni – probabilmente a causa di un problema di spazi, vista la grandezza spropositata di tutto il Marché du Film e le numerosissime presenze di professionisti che il solo mercato dei lungometraggi attrae – anche quest’anno la sezione ha riscosso il solito successo di presenze e di opere inviate. Un “angolo” che vale proprio la pena di scoprire.

 

I FILM

Personal Shopper di Olivier Assayas (Francia, 2016) – En Compétition Probabilemente Assayas realizza il film che riesce a consacrare una volta per tutte Kirsten Stewart come un’ottima attrice. La pellicola tratta un tema abbastanza intrigante mischiando due piani assai diversi tra loro. Se da un lato la protagonista è una comune assistente personale addetta alla scelta dei capi di vestiario di un’importante star della moda, dall’altro è anche una sensitiva che cerca in ogni modo di rimettersi in contatto con il fratello deceduto da mesi per portare a termine la promessa che si erano scambiati in vita: chiunque dei due sarebbe morto prima per la malformazione cardiaca di cui soffrono avrebbe dovuto cercare di contattare l’altro dal mondo dei morti. La pellicola combinando i due mondi, quello immanente e quello trascendente degli spiriti, riesce a trasformarsi in un horror leggero che riflette anche sul senso dell’esistenza, forse non in modo profondo ma almeno superficiale, proprio come quello della moda in cui la protagonista si muove e vorrebbe far parte ancora maggiormente. Un film che diverte e che lascia piacevolmente sorpresi alla fine delle quasi due ore di proiezione.

Agassi di Park Chan-wo0k (Corea del Sud, 2016) -  En Compétition Park Chan-wook realizza il solito film da Park Chan-wook, questa volta attingendo però da un immaginario narrativo occidentale – il film è tratto dal romanzo inglese Ladra di Sarah Waters - adattandolo al mondo coreano. Nella Corea degli anni Trenta, sottostante l’occupazione giapponese, Sookee, una giovane madamigella di una ricca ereditiera di origine nippo-coreana, Hideko, viene raggirata da un sedicente nobile giapponese, il conte Fujiwara che aspira a impadronirsi della ricca eredità della donna.  Inaspettatamente, però, tra le due donne nasce qualcosa di più che un amicizia, un sentimento pronto a minare le intenzioni di Fujiwara. Park Chan-wook rimane sé stesso nella messa in scena manierista di questo dramma in costume dai mille risvolti e colpi di scena. Probabilmente si lascia un po’ troppo prendere la mano nel volere spiegare e giustificare ogni aspetto della trama ma almeno a livello estetico Agassi risulta avere una grazia e una gradevolezza a dir poco uniche. La vicenda, divisa nei classici tre atti, risulta intrigante e  interessante. E poi quella scena lesbica rimarrà negli annali.

Sieranevada di Cristi Puiu (Romania, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Macedonai, Francia, 2016) -  En Compétition Per il sottoscritto è il più bel film del concorso. Sicuramente si tratta di un film che può solo venir amato oppure essere odiato, non esistono vie di mezzo per questa opera mastodontica firmata da uno dei più talentuosi registi rumeni della sua generazione. La storia è ambientata quasi esclusivamente nell’interno di un appartamento di una anziana signora nella quali si è riunita tutta la sua famiglia per commemorare la morte dopo quaranta giorni del marito. La vicenda si svolge nei giorni di poco successivi all’attentato di Charlie Hebdo, argomento che diviene un tema di discussione all’interno dei componenti di questa numerosa famiglia, tra i quali si palesano diversi problemi ed incomprensioni. Per quasi tre ore Puiu rimane attaccato ai suoi personaggi con lunghissimi shots che seguono con panoramiche rapide l’entrata e l’uscita dei suoi protagonisti dalle stanze. I movimenti della macchina da presa diventano una danza rabdomantica alla ricerca di una verità che trasuda lo schermo, facendo dimenticare allo spettatore di trovarsi di fronte a un film di finzione, totalmente sceneggiato e diretto. Un’esperienza filmica piena, a trecentosessanta gradi valevole di essere vissuta unicamente sul grande schermo. Chapeau!

Bacalaureat di Cristian Mungiu (Romania, Francia, 2016) – En Compétition Sebbene molti addetti ai lavori abbiano apprezzato il nuovo film della Palma d’Oro 2007 per 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, personalmente ritengo Bacalaureat un film non del tutto riuscito, soprattuto se confrontato con i lavori precedenti del regista rumeno e con la pellicola del connazionale, nonché rivale cinematografico, Cristi Puiu presente in concorso. Mungiu pare ripetere se stesso ma in modo più fiacco e stanco, incapace questa volta di costruire una trama che colpisca lo spettatore anche prendendolo a pugni come nelle pellicole precedenti. La vicenda guarda sempre al tessuto sociale rumeno, cercando di svelare tutti i risvolti più oscuri e nascosti, senza riuscire questa volta ad impressionare lo spettatore, almeno quello italiano, vista la vicinanza del tema trattato con quanto di solito accade nel nostro paese. In breve è la storia di un padre che per aiutare la figlia a superare l’esame di stato con ottimi voti – una studentessa modello la quale ha subito una violenza pochi giorni prima dell’inizio delle sessioni di valutazione finali – accetta di pagare una mazzetta per permetterle di racimolare il punteggio necessario – che in condizione normale avrebbe ottenuto facilmente – per sfruttare la borsa di studio già vinta presso un’università inglese. A ciò si unisce la disgregazione familiare che il padre-marito porta avanti con il suo comportamento divenuto ormai ossessivo. Come si vede, tutti temi che a noi italiani suonano maledettamente familiari (e per questo poco interessanti).

Neruda di Pablo Larraín (Cile, Spagna, Francia, Argentina, 2016) – Quinzaine des Réalisateurs I selezionatori del Festival di Cannes, quelli delle sezioni ufficiali, devono avere un qualche problema di tipo personale con Larraín, altrimenti non si spiega come sia possibile che si siano fatti scappare il film che a detta di tutti gli addetti i lavori è stato il più bello di tutta la kermesse cannense. E non è la prima volta. Se la presenza alla Quinzaine nel 2008 con Tony Manero non deve destare troppo scandalo, poiché si trattava del secondo film di un regista allora sconosciuto al di fuori del suo paese d’origine, la non ammissione al Concorso Principale di Cannes per il film No – successivo a Post Mortem selezionato ufficialmente a Venezia per competere per il Leone d’Oro – e ancor di più la mancata selezione di Neruda, dopo il secondo premio alla Berlinale nel 2016 con El Club, gridano vendetta. Anche perché con questa sua ultima pellicola Larraín giunge a vette cinematografiche mai raggiunte prima, realizzando, se possibile, il suo film più riuscito. Lo fa trattando un genere cinematografico molto in voga negli ultimi decenni, specialmente a Hollywood, quello del Biopic, reinventandolo totalmente, trasformando il pedissequo susseguirsi di fatti concernenti la vita di un uomo in un racconto magico (e poetico visto il soggetto) che affascina. Lo fa portando man mano lo spettatore dentro questo mondo fatato e di finzione – una doppia finzione considerando che il film è già finzione di suo – del quale chi guarda è del tutto ignaro all’inizio e mano a mano prende coscienza, così come il protagonista della pellicola. Neruda deve essere visto e merita di essere visto al cinema, anche per ammirare la sua messa in scena finemente curata e per lasciarsi trasportare in un mondo da cui farsi rapire.

Fai bei sogni di Marco Bellocchio (Italia, 2016) - Quinzaine des Réalisateurs Marco Bellocchio torna a Cannes dopo molti anni e inaspettatamente invece di trovarsi in selezione ufficiale porta il suo film alla Quinzaine. Inaspettatamente proprio perché ci troviamo di fronte a uno dei pochi autori italiani che sono sicuri di poter aspirare a correre per la Palma d’Oro ogni qual volta che intendono portare una pellicola a Cannes – oltre allo stesso Bellocchio gli altri sono Moretti, Sorrentino, Garrone e Luchetti. Fai bei sogni avrebbe meritato di ricevere considerazioni maggiori vista la bontà della pellicola. Il regista di Bobbio è riuscito a trasformare l’opera letteraria e autobiografica di Massimo Gramellini in un vero e proprio film che porta il suo marchio distintivo. I temi cari all’autore emiliano sono infatti presenti, soprattuto quello del rapporto con la madre del protagonista – ovvero lo stesso Massimo Gramellini – interpretato magistralmente da Valerio Mastrandrea, che si dimostra ancora di più, – come se ce ne fosse il bisogno – un attore capace di ricoprire ruoli diversissimi tra di loro. Il film affascina in primo luogo per la vicenda narrata per via di numerosi numerosi flashback attraverso un arco temporale di quasi quarant’anni che vede Bellocchio spaziare dall’infanzia di Massimo fino all’età adulta e al suo divenire uomo, facendolo confrontare con il suo passato di cui è ignaro e con i familiari che gli sono rimaste accanto, in particolare modo suo padre. Un film che sorprende anche per la sua la messa in scena della quale si deve ringraziare l’ottima fotografia a firma di Daniele Ciprì, una vera e propria garanzia. È piacevole osservare come Bellocchio, nel suo diventare sempre più un venerato maestro, non abbia perso quello spirito che lo ha sempre caratterizzato dal suo primo film simbolo, I Pugni in Tasca.

Café Society di Woody Allen (USA, 2016) – Hors Compétition Cinque anni dopo l’acclamatissimo da critica e pubblico Midnight in Paris, Woody Allen torna ad aprire il Festival di Cannes con la sua ultima fatica annuale, Café Society, anche questa volta giocando la carta della nostalgia di un passato mitico, gli Anni ’30 a Hollywood. Eppure a differenza di altri film maggiormente riusciti Allen non convince più di tanto, limitandosi a realizzare una pellicola che riesce a raggruppare tutti i suoi temi più classici senza però aggiungere niente di nuovo alla loro esposizione. Se non possiamo considerare Café Society come uno dei suoi film peggiori non possiamo neanche giudicarlo come uno dei migliori, nonostante la scena finale sia davvero all’altezza del Woody Allen più immaginifico e superlativo. Eppure non si può pretendere che un film si possa risolvere in un’unica inquadratura per di più quella conclusiva. Il solito cast di star a stelle e strisce prende parte al film, prima fra tutti Kristen Stewart, a suo agio nei panni di una giovane segretaria con il sogno di diventare famosa, e un sempre pur bravo Jesse Eisenberg, nei panni di un giovane desideroso di diventare agente delle star, Steve Carrell, Blake Lively e Parler Posey. Da notare come il film sia stato prodotto da Amazon Studios, ormai sempre più una potenza sul mercato internazionale, non solo come distributore.

Toni Erdmann di Maren Ade (Germania, Austria, Romania 2016) – En Compétition Se esiste un film che può essere considerato la sorpresa del Concorso questo è senza dubbio Toni Erdmann di Maren Ade. Il passaparola ha sicuramente giovato a questa lunga – siamo sulle due ore e quaranta – commedia dai tratti drammatici che ha impressionato favorevolmente tutti gli addetti ai lavori e della quale si è fatto un gran parlare sulla Croisette. La pellicola racconta del rapporto tra un padre e una figlia che si ritrovano dopo svariati anni. Lui, un insegnante di musica in pensione dotato di una passione per gli scherzi e per il lato gioioso della vita, cerca di riportare la voglia di vivere nella donna, una vera e propria stacanovista del lavoro, del tutto anaffettiva, confinata a Bucharest per seguire la propria carriera. Facendole una sorpresa, l’uomo parte per la capitale rumena dove riesce a sconvolgerle la vita in modo positivo. Si deve dare il merito non solo alla regista Maren Ade – la cui presenza stempera un poco le polemiche degli anni passati sull’assenza di donne registe a Cannes – ma anche alla splendida coppia di attori Peter Simonischek e Sandra Hüller per aver portato sullo schermo una ventata di aria fresca e una pellicola che spezza l’andazzo del concorso principale.

Cortometraggi di AA.VV. – Courts métrages en compétition
La laine sur le dos di Lofti Achour (Tunisia, Francia, 2016) Un povero pastore accompagnato dal nipote viene fermato in mezzo al deserto da due poliziotti che prima gli chiedono un montone e poi lo ricattano per soldi. Poco cinema qui.
Dreamlands di Sara Dunlop (Regno Unito, 2016) Ragazza che assieme a degli amici va a una specie di orgia sulla spiaggia. A lei piace uno di loro ma quando scopa con un altro viene presa da un’epifania e da un forte sentimento di gelosia. Finisce con loro che si fanno le coccole. Mah. Vuol fare l’indipendente fighetto.
Timecode di Janko Gimenez (Spagna, 2016) Due guardiani di un parcheggio si incontrano attraverso i video di cctv che si lasciano fino a che ballano assieme sul finale. Fatto bene, carino ma mica di più.
Imago di Raymund Ribay Gutierrez (Filippine, 2016) Prodotto da Brillante Mendoza. Si vede anche a causa di uno stile assai simile. Storia di una donna, con ha già una figlia mezza handicappata, che seppellisce un feto a Manila. Non male, scioccante.
Madre di Simón Mesa Soto (Colombia, Svezia, 2016) Ragazzina sedicenne esce con amica per girare un film porno ma poi si pente. Stile simile a quello precedente ma meno forte, non male ma un po’ si capisce dove voglia andare a parare: su di lei che in realtà è debole e sfruttata e si rifugia a dormire con la madre.
A moça que dançou com o diabo di Jaão Paulo Miranda Maria (Brasile, 2016) Storia di una ragazzina che vive in una famiglia con un padre pastore evangelico. Va a ballare e prende fuoco. Dovrebbe fare tidere il finale? Mah. Belle immagini ma poi la storia sbrocca.
Après Suzanne di Félix Molti (Francia, 2016) Ragazzo che non riesce a lasciarsi alle spalle la morosa che lo ha mollato. Conosce una tipa che ha il moroso, le piace ma alla fine si accontenta di essere solo l’amante, con piacere visto il sorrisetto finale. Caruccio assai, forse troppo televisivo per certo aspetti.
4:15 P.M. Sfarsitul lumii di Catalin Rotaru, Gabi Virginia Sarga (Romania, 2016) Un uomo in macchina raccoglie un autostoppista. Questi gli rivela di essere Gesù e che il mondo sta per finire, provando il tutto dicendo all’uomo di sapere che sua figlia è morta stuprata. L’automobilista esce di matto e lo ammazza di botte. Bello.
Il Silenzio di Farnoosh Samadi, Ali Asgari (Italia, 2016) Una bambina non riesce a rivelare alla madre del suo cancro al seno. Che bello.
Fight on a Swedish beach!! di Simon Vahlne (Svezia, 2016) Su una spiaggia affollata avviene un litigio tra bagnanti. Molto molto svedese. Sia come stile sia come diegesi. Bello.

Cortometraggi di AA.VV. – Quinzaine des Réalisateur
Happy End di Jan Saska (Repubblica Ceca, 2016) Animazione ricostruita tipo memento su un cadavere che torna in vita attraverso tre scenette diverse molto simpatiche. Dei cacciatori, un agricoltore un automobilista.
Hitchhiker di Jero Yun (Corea del Sud, 2016) Un uomo nord coreano in Corea del Sud. Un poliziotto mosso da compassione lo porta a cena fuori  dove festeggiano il compleanno del figlio. Insomma.
Zvir di Miroslav Sikavica (Croazia, 2016)
Abigail di Isabel Penoni, Valentina Homem (Brasile, 2016) Quasi tutto dal punto di vista di una anziana signora che si aggira per casa abbandonata una volta casa sua. Bello.
Chasse Royale di Lise Akoka, Romane Guéret (Francia, 2016) Film su ragazzina scritturata per un film. Rapporto col fratello conflittuale. Film su possibilità di riscatto che non viene però  afferrata. Ottima sceneggiatura e interpreti. Bello.
Listening to Beethoven di Garri Bardine (Russia, 2016) Animazione. Città grigia con macchine da sembianze animalesche contro la natura e l’erba. La natura vince. Tutto con musiche di Beethoven.
Léthé di Dea Kulumbegashvili (Georgia, 2016) Bianco e nero, spaccato di vita in un villaggio georgiano. Un matto, dei ragazzi, una festa e dei giochi con i cavalli. Uno di loro ama una ragazza che non lo considera. Bello.
Import di Ena Sendijarevic (Paesi Bassi, 2016) Che bello. Storia di rifugiati bosniaci in Olanda. Piccole scenette dal taglio di scrittura e di composizione molto particolare. Bello.
Habat shel hakala di Tamar Rudoy (Israele, 2016) Bello. Racconta di una figlia molto punk che va al matrimonio della madre. Bel racconto femminile.
Decorado di Alberto Vazquez (Spagna, 2016) Animazione in bianco e nero su personaggi dei cartoni che vivono su un set. Il protagonista se ne accorge. Praticamente il film di Peter Weir in animazione. Divertente.
Kindil el bahr di Damien Ounouri Madre al mare con figli che viene picchiata a morte in acqua ma si ritorna a vivere come donna medusa che da la caccia ai suoi assassini. Misto tra horror e critica sociale al ruolo della donna in Algeria. Proprio bello.

Cortometraggi di AA.VV. – Semaine de la Critique
Le Soldat Vierge di Erwan Le Duc (Francia, 2016) Un soldato colpito a morte ha delle allucinazioni rispetto al fatto che non ha mai fatto sesso. Bruttarello. Classico corto francese lungo e inutile.
Prenjak di Wregas Bhanuteja (Indonesia, 2016) Donna offre al compagno di lavoro di mostrargli la vagina in cambio di soldi. Lei sembra vergine e non sposata. Si scopre alla fine invece che ha un figlio e il papà è sparito. Parte bene – anche divertente – poi la parte del bebèi si butta sul buonismo e sul pietismo.
Campo de víboras di Cristèle Alves Meira (Portogallo, Francia, 2016) Una donna vive con la madre che la esaspera e per questo la uccide. Danno colpa alla vipera. Interessante ma non troppo.
Oh What a Wonderful Feeling di François Jaros (Canada, 2016) Su gruppo di prostitute in giro su un camioncino. Simboli di Dio, tipo la colomba e l’arbusto che brucia. Non male, bella estetica.
O delírio é a redenção dos a itos di Fellipe Fernandes (Brasile, 2016) Su una donna povera che lavora cone commessa che deve traslocare fiori di casa viene abbandonata dal compagno. Insomma.
Limbo di Konstantina Kotzamani (Grecia, 2016) Film su gruppo di bambini che incontra prima un bambino albino che entra nella loro comunità poi si mette in processione con la statua della Madonna che va a fuoco e finisce per ritrovarsi su una spiaggia dove è spiaggia una balena. Ciematograficamente bello ma noioso, lunghissimo.
L’Enfance d’un Chef di Antoine de Bary (Francia, 2016) Commediola molto francese su ragazzo attore che ha problemi con le donne e tutti cercano di convincerlo a provarci.  Lo fa senza successo con attrice con cui lavora mentre gli amici si trombano una a casa sua. Lui ordina per sbaglio una escort. Classica roba francese e per di più televisiva.
Ascensão di Pedro Peralta (Portogallo, 2016) Un morto viene riesumato, si alza e cammina. Bello. Esteticamente davvero notevole, in tre piani sequenza.
Superbia di Luca Tóth (Ungheria, 2106) Donne con tette prensili, uomini che stanno da soli. Animazione dai colori stranissimi. Bruttina.
Arnie di Rina B. Tsou (Taiwan, Filippine, 2016) Migliora sul finale. Pescatore filippino a taiwan mollato dalla morosa muore in un incidente.

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