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Fest-o-rama

70° Edinburgh International Film Festival
Edimburgo, 15-26 giugno 2016

— estate e non pensarci

Si fa presto a dire agosto: basta guardare bene e si vede subito che non è mica tutta la stessa pasta. C’è la canicola e le mattine boccheggianti e la pressione che scende tipo i voti delle sinistre extraparlamentari: e poi ci sono i caffè scècherati seduti al baretto, le gambe ciondoloni e il gli occhi semichiusi, a fissare le idee che si formano tipo grumi d’aria più lenta e più calda. Così pensava quella roccia di Folquet: e mentre lo pensava gli tornavano in mente il profumo del mare e certe ragazze coi capelli turchini, in testa gli ronzava quel pezzo dei Proclaimers, e mica l’avrebbe ammesso, amici sushiettibili, ma quasi gli veniva pure a lui, di mettersi a fare da-da-da dun-diddle.

— scartamenti ridotti

Scrivevo qualche anno fa che il festival di Edimburgo offre non pochi spunti d’interesse a chi si interessa di manifestazioni culturali. Resta vero: non è facile trovare altri festival la cui parabola sia così apertamente il risultato di politiche culturali in continua evoluzione. Dall’afflato umanista dei primi anni al profilo cinefilo degli anni Settanta, il festival ha cambiato pelle varie volte, fino all’ultima travagliata decade, da quando, nel 2008, lo EIFF si è sganciato dal corpaccione dell’agosto edimburghese per cercare fortuna nelle verdi valli di giugno. Scelta infelice, alla quale si aggiunse nel 2010 lo scioglimento dello UK Film Fund e l’inizio di una nuova complicata stagione di finanziamenti pubblici locali.

Dopo il simpatico faccione di Mullighan alla guida della baracca è stata la volta del capello argento di Chris Fujiwara, al quale va riconosciuto – nel periodo 2012-2014 – il coraggio di aver provato a rimettere il festival sulla mappa dei circuiti grossi, tramite il ripristino delle sezioni competitive e scelte di programmazione non proprio ovvie.

Nel 2015, tuttavia, Fujiwara getta la spugna di fronte a pressioni istituzionali difficile da gestire per uno che viene da fuori: enter Mark Adams. Personalità più conciliatoria, con un profilo professionale più dalla parte dell’industria e un carattere forse più malleabile, Adams confeziona una manifestazione che finisce con accontentare tutti e piacere a (quasi) nessuno.

Viziate da scelte di selezione conservatrici e poco audaci – basti pensare allo Sion Sono meno provocatorio di sempre – le sezioni principali riservano poche e scialbe sorprese. A tenere vivo l’interesse sono piuttosto le nicchie: l’animazione, qualcosa della sezione indie americana, e soprattutto Black Box, la sezione dedicata al cinema di ricerca curata da Kim Knowles.

E’ qui – soprattutto nell’evento speciale Regrouping, il giorno dopo il nefasto verdetto Brexit – che si è visto il festival riflettere più a fondo sulla propria identità di progetto culturale, e, per converso, sul ruolo del cinema all’interno del discorso sociale in un frangente politico tutto meno che incoraggiante. Basti pensare che l’evento celebrava e riprendeva un’iniziativa analoga, frutto della mente di Linda May, la prima direttrice artistica del festival, che nel 1976 congegnò una selezione in cui il cinema sperimentale e la nascente teoria del cinema – con nomi come Peter Wollen e Laura Mulvey – coesistevano con la programmazione festivaliera da copertina.

Forse per caso, o forse in risposta allo scossone identitario del voto, ma la mattinata di incontri e riflessioni dell’edizione 2016 mi è sembrata una cosa bella. Ne parlerò su queste pagine, presto.

Little Sister (Zach Clark, 2016)

Per ora, mi limito a raccogliere segnalazioni sparse dalle varie sezioni del festival. Lowlife Love di Eiji Uchida tratteggia un ritratto di idealismo cinefilo nel contesto di un’industria cinematografica cialtrona e zingaresca: ne esce un racconto picaresco a tratti amaro a tratti sorprendente. Maggie’s Plan di Rebecca Miller è un film con Greta Gerwig e Ethan Hawke che fanno Greta Gerwig e Ethan Hawke a New York. No che poi a noi piace, eh. Però. Karaoke Crazies di Kim Sang-chan gioca anch’esso su un registro dolceamaro, andando a pescare nella ricca tradizione di personaggi alienati che si mettono assieme finiscono per formare un’improbabile famiglia (Tokyo Godfathers, anyone?).

E poi c’è Little Sister di Zach Clark, che è un po’ la gemma – secondo me. Forse l’ultimo film obamiano: anche qui famiglia di disadattati ai margini che deve ritrovarsi, contro ogni pronostico. Il film è saldamente sulla scia di discorsi aperti nel filone indie da Little Miss Sunshine, ma con un tono più sommesso, meno luminoso, e forse più adatto a un agosto come questo. Che poi si fa presto, a dire agosto.

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