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Fest-o-rama

72° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica
Venezia, 2-12 settembre 2015

Tesi. Festival come la Mostra di Venezia – la categoria è vaga, ma passatemela – sono a tutti gli effetti macchine gerarchiche. La rigida ripartizione del pubblico in fasce diverse (di privilegio) non è soltanto necessità logistica: è il loro scopo. Il festival come dispositivo produce un ordine (micro)sociale.

Sviluppo. L’accesso prioritario alle sale, la possibilità di entrare alle feste serali o di avvicinare la gente giusta costituiscono il capitale, la moneta corrente che la macchina-festival si incarica di ripartire tra le diverse fasce. Ripartire in modo diseguale. La gerarchia degli accrediti e le terribili invidie che da questa scaturiscono dimostrano in modo palese la natura fondamentalmente non egalitaria dell’ordine festivaliero.


Questo stato di cose, chiaramente, non è né nuovo né universalmente valido. Altrettanto chiaramente, laddove si applica, la gerarchia festivaliera (come tutte le gerarchie) genera mostri.

Non mi era mai venuto in mente, tuttavia, che quel che vale per gli spettatori vale anche per i film. C’è una retorica particolare nel chiacchiericcio da dopo-proiezione, una retorica il cui perno non è tanto il film – il suo valore come testo o prodotto in sé – ma il film come segno all’interno di un universo privilegiato di discorso: quello degli addetti ai lavori. Detto più banalmente, su tratta di stabilire se questo o quest’altro film siano all’altezza del festival (e del suo selezionato pubblico): se meritino cioè di esserci, a Venezia (a Cannes, a Berlino, eccetera).

Al centro di questo tipo di considerazioni è soprattutto il concorso ufficiale, percepito come cruciale nella costruzione di un canone cinematografico condiviso. E i canoni sono gerarchie cristallizzate: né più né meno. Vedere i film i concorso diventa quindi un obbligo, perché è lì che si gioca la partita grossa: quella a cui tutti vogliono partecipare, per lo meno a parole, come allenatori da bar.

Detta così, la cosa suona perfino scontata. Non può sorprendere che critici e cinefili vogliano mettere becco nei processi di potere che gestiscono il discorso sul cinema. Non sorprende anche quando, con tutta evidenza, critici e cinefili sono essi stessi oggetto di quei processi di potere: come, appunto, nel caso delle gerarchie festivaliere e della loro ratio per lo più oscura.

Allo stesso tempo, mi chiedo chi tragga beneficio da questa retorica. Non credo ne traggano beneficio i critici, le cui opinioni in merito alla più o meno legittima presenza di un film in concorso contano come il due di picche a briscola. Non ne traggono vantaggio i film, che vengono soppesati non tanto per quel che hanno da dire, ma in quanto elementi di una scala di valore astratta, sulla cui matrice e identità varrebbe la pena interrogarsi. Ne trae forse vantaggio una certa identità di casta (critica): ma, se pure di vantaggio si tratta, ho il sospetto che sia miope. La chiudo qui (per il momento).


Piuttosto: a festival concluso, e alla luce di premi che hanno sorpreso molti (pattuglia sushiettibile inclusa) è forse il caso di riflettere un po’ sulle convergenze e divergenze critiche che l’esperienza veneziana così smaccatamente rivela. Parlo – sia detto per evitare polemiche – in termini personali. A film idiosincratici e personalissimi come quello di Bellocchio o quello di Sokurov rispondono reazioni idiosincratiche e personalissime, le quali misurano (mi sembra) la forza e la posta in gioco delle nostre aspettative, più che quelle dei film in sé.

Insisto su questo punto perché mi pare fondamentale. Esiste una linea sottile tra il cinema come oggetto di un investimento (politico o cinefilo che sia) e il film come testo culturale. Per quel che vale, credo che la critica debba sapere conciliare le due cose. L’incapacità di farlo rivela una debolezza dello sguardo su cui converrebbe interrogarsi, anche e forse più di quanto non ci si interroghi sui destini della professione nell’era del web.

Detto tutto questo, rimane l’ambizione di prendere Venezia come periscopio sul mondo del cinema e sul cinema del mondo. E qui tocca riconoscere due cose. La prima è che – quanto meno personalmente – la fiamma dell’entusiasmo si è accesa raramente. La seconda (e così concludo, un po’ d’amblé) è che un cinema generazionale forte, sia esso di immagini o di realtà, in laguna non si è visto.
Forse è il caso di allargare lo sguardo.

— appunti critici

  • @pilloledicinema, 05-09-2016
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    (Claudio Caligari, 2015)
    @pilloledicinema, 30-07-2016
    Un'opera esente da moltissimi dei tic che spesso intrappolano i film che trattano di droga e criminalità.

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    (Dani de la Torre, 2015)
    @Folquet, 21-03-2016
    RETROSPETTI | Una revenge fantasy in salsa di crisi, il film di De la Torre gioca la carta del film di genere furbetto: ma la gioca bene.

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