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74° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica
Venezia, 30 agosto – 9 settembre 2017 | due

Ci sono poi le sorprese, i film che non ti aspetti e che ti godi e anche se magari non ti fanno saltare sulla sedia, quando ti chiedono cos’hai visto al festival li ritiri fuori con un sorrisetto furbo, «senti un po’ che chicca che ho trovato».

Comunque chiaro che finora non stiamo a parlare dei capolavori. Parliamo dei film ben fatti che piaceranno a tutti: e a posto così. Come The Leisure Seeker di Virzì, che non sta a fare l’autore impegnato, ma ci regala un tenero on the road – in un’inedita cornice statunitense – interpretato degnamente da Helen Mirren e Donald Sutherland, in formissima entrambi.

Ci sono poi le sorprese, i film che non ti aspetti e che ti godi e anche se magari non ti fanno saltare sulla sedia, quando ti chiedono cos’hai visto al festival li ritiri fuori con un sorrisetto furbo, «senti un po’ che chicca che ho trovato».

Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli è la prima chicca. Gli ultimi due anni della cantante, tra un tour sgangherato, il rapporto con il figlio Ari, e la tossicodipendenza sono narrati con dolcezza e ruvidità. E c’è una scena, nel mio cuore: non ve la racconto, ma è quella che ha, come sottofondo musicale (sottofondo non è proprio la parola giusta), la canzone Nibelungen. Quella è da brividini. Ha vinto il Premio Orizzonti, com’era giusto.

Balzando violentemente nel tempo e nello spazio, L’ordine delle cose di Andrea Segre non rivanga il passato ma dimostra anzi un’estrema lucidità e lungimiranza nell’affrontare la questione -attuale- libica. Funziona tutto, e anche abbastanza bene, a parte i dialoghi.

Per qualche motivo, poi, mi ero fissata che non potevo perdermi assolutamente Under the tree di Sigurdsson, e sono uscita abbastanza colpita. Un uomo si rifiuta di affrontare la separazione dalla moglie, mentre i suoi genitori entrano in conflitto con i vicini di casa per un albero che fa ombra sul cortile confinante. Si inizia che un pochino si sorride, si finisce che non c’è proprio niente da ridere. O forse è umorismo islandese.

Under the tree era quindi sulla mia lista, con tanto di asterisco perché ci tenevo. Uno che invece mi ero severamente proibita di guardare era, v. sopra, Brawl in Cell Block 99. È finita che mi hanno convinta, e meno male. È, effettivamente, un film di una violenza inaudita, ma è anche quel tipo di violenza che è sopra a ogni schema, talmente esagerata che fa il giro, fa divertire. Il personaggio di Vince Vaughn è un personaggio da amare con devozione, non sono disposta ad ascoltare pareri contrari. Su di lui e sul suo ineccepibile senso del dovere si reggono due ore e dieci di botte da orbi. Ci mette solo un tantino a entrare nel succo della vicenda, ma assicuro che quando iniziano a menarsi ne vale la pena.

Da Vince Vaughn è difficile arrivare a Charlotte Rampling, quindi useremo la scusa del bel personaggio che vale il film intero per passare dalle risse in prigione a Hannah di Andrea Pallaoro, dove il carcere sta ai margini, ospita il marito della protagonista, e di lui ci interessa relativamente poco. Siamo catturati invece dai piccoli gesti di Rampling, da come convive con l’improvvisa solitudine e soprattutto con lo stigma che il crimine del marito – mai nominato ad alta voce, ma intuibile – le getta addosso.

Ho tenuto per ultimo il mio preferito, quello che ha conquistato il mio corazon, perché da ogni fotogramma traspare l’amore per il lavoro che si sta realizzando e soprattutto l’amore per la materia trattata, e sarò una sentimentale io, ma quando vedo questa cosa sullo schermo per me vale più di qualsiasi virtuosismo tecnico. Cuba and the Cameraman ha ovviamente dei problemi, già la contraddizione dell’essere filo-Castro e prodotto da Netflix può fare scuotere un pochino la testa, ma è un gioiello. Jon Alpert ha passato più di quarant’anni a fare avanti e indietro da Cuba, ogni volta filmandone un pezzetto, tornando sempre, e facendo tornare noi, a trovare gli amici che aveva conosciuto là. Ma non è solo attraverso le vicende di queste tre famiglie che viviamo l’ascesa e il declino del sogno socialista di Cuba: Alpert è infatti l’unico giornalista americano ad aver avuto un rapporto diretto con Fidel Castro in persona, che davanti alla sua telecamera si mostra umano, simpatico, fragile. Al termine della proiezione la sala intera si è alzata in piedi per applaudire Alpert e la famiglia, presenti al gran completo, e io, che appunto sono una sentimentale, davanti a questa ovazione mi sono un po’ commossa.

(leggi anche: parte prima)

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