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74° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica
Venezia, 30 agosto – 9 settembre 2017 | uno

Una volta qui era tutto un cantiere. Neanche tanto tempo fa: a Pasqua, più o meno. Il Palazzo del Casinò era assediato dalle impalcature, la Sala Giardino costruita l’anno scorso non esisteva già più, la Sala Grande se ne stava mogia e grigiastra contro un cielo ancora più grigio, priva del suo tappeto rosso e degli ombrelli e degli zainetti colorati dei cacciatori di autografi. Non c’era un’anima in giro.

Poi è arrivata la fine di agosto e tutto è diventato bianco, bianco abbagliante, da coprirsi gli occhi all’uscita delle proiezioni. Il cubo vermiglio della Sala Giardino è tornato a imporsi prepotente, tornati anche gli ombrelli e gli zainetti, il prato si è riempito di sedie, tavolini, bar e self service. La colonna sonora del film di turno sparata dagli altoparlanti, l’odore di pizza (ne vengono impastate circa 400 al giorno), l’umidità dannata del Lido che si appiccica ai vestiti e alle borse omaggio con il logo della 74° edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

Ci si prova sempre, ad arrivare preparati alla Mostra. Si guarda in streaming la conferenza stampa in cui si annunciano i titoli. Si stilano liste e si studiano codici: in verde i film della sezione Orizzonti, in giallo quelli della competizione ufficiale, in blu i fuori concorso. Quando esce il programma si impreca, perché mannaggia è vero che ci sono anche i film restaurati. Si fanno in rosa. Asterischi vicino a quelli considerati imperdibili, per gli altri eventuali note a margine, basandosi su pochi commenti pronunciati durante la conferenza, o su stralci di conversazione (dai miei appunti: «Caniba [1] → evita che ti fa impressione»; «Brawl in Cell Block 99 [2] film più VIOLENTO dell’anno, NON guardare»). Si trova la quadratura del cerchio incastrando orari di proiezione e sale, e nel bilanciare i valori in campo si finisce per compiere rinunce fatali.

Ad esempio, in dieci giorni di festival ho visto quasi quaranta film, ma non The Shape of Water [3].

Ho imparato di recente che lo spritz all’Aperol è quello con cui i veneziani svezzano i bambini, per quanto sia il più amato nel resto del mondo; il Campari è per gli intenditori. Ho anche imparato che non siamo costretti a questa binarietà: esiste lo spritz al Select, ad esempio, simile al Campari ma più leggero, e per i nostalgici c’è addirittura lo spritz al Cinar. E poi c’è l’Ugo, che non è proprio spritz ma è fresco e inaspettato. Al Lido cosa vuoi fare, tra una proiezione e l’altra, se non testarli tutti. Sei contenta, hai visto un bel film, bisogna festeggiare. A ogni film il suo spritz.

Certo, ce ne sono alcuni per cui l’unica scelta è la sobrietà. Le delusioni, gli scuotimenti di testa. Il film d’apertura, per esempio. Downsizing, di Alexander Payne, fa ridacchiare in sala ma quando finisce lascia una spiacevole sensazione di gelo, gli applausi sono più d’incoraggiamento che altro. Negli ultimi anni la Mostra è stata inaugurata con Gravity, con Birdman, con La La Land. Downsizing non ce l’ha la caratura per aprire la Mostra, è uno sci-fi comico e ambientalista che avrà un buon successo al multisala e sulla prima serata di ItaliaUno. È un Everest, non inteso come un obiettivo difficile da raggiungere, ma come un film senza molte velleità.

Mestizia anche di fronte a Our souls at night, l’adattamento firmato da Ritash Batra dell’omonimo romanzo di Kent Haruf. Per quanto emozionante sia rivedere insieme Jane Fonda e Robert Redford, il film si limita a elencare gli avvenimenti, senza far vibrare dentro lo spettatore tutte le sensazioni che il romanzo porta con sé – una su tutte, l’urgenza. L’urgenza di essere ancora felici prima che sia troppo tardi, l’urgenza di narrare prima che sia troppo tardi. E paradossalmente Redford questa cosa invece ce l’ha ben chiara in mente: volevo fare un ultimo film con Jane prima che, ha detto. Poteva dirigerlo lui.

Matthias Schoenarts, che interpreta il figlio di Fonda, è in un altro film presente al festival Fuori Concorso e anch’esso degno di entrare nella categoria in discussione (meglio la sobrietà): Le fidèle, di Michaël R. Roskam, racconta una storia d’amore ostinata tra un rapinatore di banche e una pilota di auto da corsa (Adèle Exarchopoulos), e lo fa attraverso una serie di disgrazie che si protraggono con una lunghezza esasperante.

Abbastanza insignificanti sono pure West of Sunshine [4], film australiano sul rapporto padre-figlio, e La nuit où j’ai nagé [5], film franco-giapponese curiosamente sullo stesso argomento, ma con il vezzo in più di essere completamente senza dialoghi.

C’è purtroppo spazio anche per gli italiani, in questa fila di intelligenti che non si impegnano: Brutti e Cattivi di Cosimo Gomez vuole portare il trash al cinema, operazione degnissima, se non fosse che per fare il trash bisogna forse essere ancora più bravi di chi fa i capolavori, e le battute, gli accorgimenti, i rimandi che all’inizio fanno ridere finiscono inevitabilmente per stancare.

È tempo di sciacquarsi l’amaro di bocca, e da qui in poi si procede abbastanza tranquilli. Il sole ha lasciato il passo alla pioggia che funesta l’apparizione sul red carpet di Julianne Moore e di Colin Firth, ma le sale continuano a essere un piacevole rifugio.

Lean on Pete di Andrew Haigh è un po’ un drammone, ma fa il suo lavoro. E c’è Steve Buscemi.

Mi entusiasmo invece di fronte a Suburbicon, film di Clooney da una vecchia sceneggiatura dei Coen. Ed è, in effetti, un film dei Coen al cento percento, ma non formalizziamoci. Matt Damon si fa perdonare Downsizing, Julianne Moore è così brava che le hanno dato due parti e ricordare al mondo quanto sono razzisti gli americani WASP non è mai sbagliato in questi cupi anni di America First. Esco dalla Darsena pensando che finalmente il festival inizia a prendere una direzione.

note

[1] Verena Paravel, Lucien Castaing-Taylor, 2017, Premio Speciale della Giuria Orizzonti
[2] S. Craig Zahler, 2017
[3] Guillermo Del Toro, 2017, Leone d’Oro
[4] Jason Raftopoulos, 2017
[5] Damien Manivel, Igarashi Kohei, 2017

Discussion

One comment for “74° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica
Venezia, 30 agosto – 9 settembre 2017 | uno

  1. La fenomenologia dello spritz dischiude tutto un universo. Io, per dire, ho sempre pensato che quello al Campari fosse un po’ di destra.

    Posted by Folquet | November 14, 2017, 1:41 pm

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