// you’re reading...


pescecrudo

Americano
(Mathieu Demy, 2011)

Mathieu Demy, recentemente visto al cinema nel ruolo di attore con Tomboy, fa il suo esordio alla regia con Americano. Per lui, che è due volte figlio d’arte – i genitori sono Jacques Demy e Agnes Varda – il debutto era quasi scontato, ma restava comunque l’interrogativo sulla resa finale del film. Oggi, dopo la presentazione al Toronto Film Festival e altre kermesse internazionali, la critica sembra concordare sul fatto che Americano sia film intimo ed intenso, con molte imperfezioni e squilibri, ma comunque da tenere in considerazione.

Il regista parte dalla perdita della madre subita dal protagonista (da lui interpretato) per raccontare il dolore del lutto e il peso di un’eredità contesa, ma soprattutto la ricerca di un passato con cui si era rimandato a lungo il confronto e che all’improvviso ritorna con violenza, necessario, scomodo e imprescindibile.

Marcel è prossimo alla quarantina, ha una relazione ormai priva di entusiasmo con la fidanzata (Chiara Mastroianni) e nella vita sembra assecondare gli eventi piuttosto che affrontarli. Un giorno un’amica della madre (Geraldine Chaplin) lo avvisa dell’improvvisa morte della donna, scappata in America dopo la separazione dal padre quando ancora lui era un bambino. Come unico supposto erede, gli viene chiesto di sbrigare le pratiche notarili e funeree cosicché, seppur controvoglia, Marcel si ritrova in viaggio, solo ad elaborare un dramma e una riscoperta che sperava essere indolore, e che aveva somatizzato partendo senza bagaglio al seguito nella speranza di una permanenza breve.

Così, nella Los Angeles dove aveva trascorso qualche anno con la madre, dopo la separazione dei genitori, Marcel va alla ricerca delle tracce del bambino che era e della madre che non ha mai realmente conosciuto. Elemento di disturbo per la sua riappacificazione con i fantasmi del passato è la spogliarellista Lola, sua amica di giochi divenuta figlioccia della defunta, poi scappata a Tijuana e ora scomparsa nel nulla. Marcel inizierà quindi una seconda ricerca, più lontana e disperata, prima animato da un irrazionale desiderio di rivendicazione, poi per poter finalmente rincominciare una nuova vita senza il peso di un fardello. Tijuana sarà la burella infernale nel quale dovrà discendere, sdraiarsi tra le gambe di un diavolo bugiardo e, dopo le fiamme, arrivare al perdono e scoprire l’umanità nel volto deturpato della traghettatrice di anime che si presenta come Lola (Salma Hayek).

Mathieu Demy compie su una Mustang decappottabile un vero e proprio viaggio della memoria, un omaggio consapevole al cinema dei genitori: i quartieri  e le musiche di Demy sono quelli già ripresi  e suonati dalla madre in passato in Documenteur (qui usato come footage familiare), il direttore della fotografia George Lachaptois gioca con la grana per creare raccordi temporali e visivi; il personaggio di Lola, invece, è un chiaro riferimento al personaggio intepretato da Anouk Aimée nel primo film del padre, Lola – Donna di vita, una ballerina di cabaret. Non  a caso la Hayek fa il suo ingresso in scena in perfetto stile avanspettacolo, con il numero tratto dal brano Going To A Town di Rufus Wainwright, che sembra scritto apposto per Lola e Marcel, due anime diverse e uguali che sembrano cantare all’unisono «I’m so Tired of You America».

Un esordio che rappresenta il desiderio di iniziare un percorso personale: Americano ne dimostra le capacità, perché il film è ben lontano dall’essere un’operetta straight to video o un’operazione di basso profilo. Non è un film perfetto come si diceva in apertura, ma l’esplorazione della memoria familiare compiuta sia sul piano filmico sia su quello meta-filmico si concilia a risultati sinceri.

Discussion

No comments for “Americano
(Mathieu Demy, 2011)”

Post a comment