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Ancora sul marcio in Danimarca.
Caccia e mascherata in Jagten di Thomas Vinterberg

Thomas Vinterberg svela il lato più torbido e nascosto della Danimarca. E non è il solo. Al centro di The Hunt (Jagten) ritroviamo infatti la chiusura, la crudeltà e la superstizione di una piccola comunità simile a quella che l’amico e collega Lars Von Trier aveva descritto in Dogville (2003). Questo lato oscuro è forse ciò che più distingue la Danimarca dal resto della Scandinavia.

In Festen (Danimarca, 1998) – primo film realizzato da Vinterberg sotto l’egida del movimento Dogma 95 – erano già presenti tutti i temi trattati in The Hunt, i quali di fatto ruotano sempre attorno a un concetto fondamentale: qualcosa di mostruoso si cela dietro all’apparentemente perfetta società danese. L’opulenza, le cerimonie e il rispetto delle tradizioni diventano una terribile maschera che annienta gli individui. Si hanno tracce di questo senso di soffocamento perfino nelle Fiabe di Andersen e in gran parte della letteratura danese. É evidente, per esempio, il collegamento tra The Hunt e Festen sul tema della pedofilia. Se però in Festen essa viene amplificata drammaticamente dal tabù dell’incesto, qui la pedofilia resta un’idea, una sorta di astrazione che, paradossalmente, proprio per questa sua natura inconsistente, assume proporzioni mostruose e conseguenze terribili. Tutto il film ruota attorno a un episodio molto semplice: Lucas, che lavora in un asilo, viene accusato da una bambina, Klara, che è anche la figlia del suo migliore amico, di averla importunata sessualmente. Non ci sono prove, tutto è solo il racconto incerto e spezzato di una bambina, ma nel giro di poco tempo Lucas si ritrova odiato e minacciato dall’intera comunità.

Se in Festen la parola di Christian è catartica, in grado di spezzare l’orrendo incantesimo di silenzio nel quale la sua famiglia vive da anni, qui la parola di Klara è altrettanto potente ma in senso negativo. In entrambi i film, abbiamo la confessione di una violenza subita, nel primo però essa porta ad uno stravolgimento positivo (la rottura del segreto dell’incesto), nel secondo caso a uno negativo (l’annientamento di Lucas). La società o la famiglia danese appaiono così finte e fragili da poter essere squarciate con il suono di una parola; il che ci riporta all’idea della maschera di apparenze.

Da notare che in entrambi i film il dramma è contornato da un’atmosfera di festa e di cerimonia: in Festen il compleanno del padre, qui il Natale e poi infine il dono del fucile al figlio di Lucas che segna il suo ingresso nell’età adulta. L’attenzione per i dettagli tradizionali nelle scene delle feste e delle cerimonie contribuisce a connotare il contesto, creando un ritratto preciso e inequivocabile della Danimarca. La comunità si veste a festa, canta, e dietro a tutto questo cela segreti mostruosi e odio reciproco. La cerimonia è il collante posticcio di una società tarlata dall’ipocrisia e dal pregiudizio. Le canzoni, in particolare, svolgono un ruolo emblematico. In Festen gli invitati al compleanno si sentono tutti danesi nel momento in cui cantano una canzoncina razzista contro l’estraneo, l’invitato di colore. Qui gli amici di Lucas cantano una canzone all’inizio del film, mentre lui scola una birra per festeggiare la sua nuova ragazza e nel punto centrale del film, durante la messa, c’è il canto di Natale. E’ proprio il canto di Natale intonato dai bambini, simbolo di una purezza che non c’è, ciò che spinge Lucas a reagire. La chiesa, luogo nel quale la comunità ha allestito la cerimonia natalizia, diventa allo stesso tempo cardine della mascherata e luogo della verità, grazie all’atteggiamento violento e grottesco di Lucas.  Bisogna dunque aspettare che l’apparenza raggiunga il suo culmine, che venga quasi celebrata, perché possa avvenire la liberazione, la reazione della vittima. Ancora una volta, ciò vale anche per Festen, dove Christian aspetta il momento in cui tutta la famiglia si trova riunita per festeggiare il compleanno del padre per svelare la verità.

La chiave di tutto potrebbe essere il sospetto, come suggerisce il titolo italiano. Forse: io credo tuttavia che il titolo originale, La caccia, alludesse giustamente a un’interpretazione ancora più esplicita e feroce. Il film si apre con Lucas che spara ad un cervo, e si conclude con un’altra scena di caccia in cui però non è Lucas a sparare. Durante il film avviene dunque uno stravolgimento di ruoli, che trasforma Lucas da cacciatore a cacciato. Lucas si sente minacciato sempre di più, viene aggredito, prima verbalmente poi fisicamente, dai suoi compaesani, da quelli che erano i suoi amici, fino a trasformarsi totalmente in preda. La figura che si differenzia nel film come totalmente estranea all’atteggiamento della massa è quella del figlio di Lucas. Se si esclude un amico del protagonista, il ragazzo è l’unico che non abbandona davvero mai il padre. Il figlio è la figura più umana del film, è l’unico capace di arrabbiarsi con Klara, ma soprattutto è l’unico personaggio che mostri di amare davvero Lucas. Forse tutto ciò è possibile in quanto egli non è ancora cacciatore, non ha ancora ricevuto il fucile, e non può dunque dirsi ancora “uomo”. Sembra infatti che per la comunità del villaggio essere uomini significhi essere cacciatori, e viceversa.

Fino all’ultimo, il ragazzo quindi non partecipa alla “caccia” contro il padre messa in atto dal resto della comunità. Fino all’ultimo: fino a quando, cioè, a seguito della cerimonia del dono del fucile, egli smetterà di essere ragazzo e compirà il suo passaggio all’età adulta. L’ultima scena – in cui qualcuno spara a Lucas – è ambigua: non si sa chi sia a sparare, potrebbe essere chiunque, a questo punto anche il figlio ormai diventato “uomo”. L’impossibilità di identificare il cacciatore dell’ultima scena non è casuale: essa richiama un motivo, la non-identità, che percorre tutto il film. Gli abitanti del villaggio sembrano senza volto, espressione di una comunità che pensa e agisce sempre in massa. All’inizio Lucas non sa chi l’abbia denunciato fra i bambini, e dunque i bambini in quanto gruppo diventano simili alla comunità di adulti nel loro essere appunto non identificabili, senza volto. In una sequenza, Lucas si guarda intorno nel giardino dell’asilo dove i bambini corrono e giocano, come per capire chi di loro abbia parlato. Anche qui si ha il capovolgimento amico/nemico. Non c’è dunque una grande differenza tra i figli e i padri, con l’unica già ricordata eccezione del figlio adolescente di Lucas, simbolo dell’amore nel film.

L’aggregazione della comunità nell’odio contro Lucas va di pari passo con l’isolamento di quest’ultimo. Lucas all’inizio sembra incapace di reagire, viene emarginato e si isola lui stesso. La sua posizione di vittima indifesa e chiusa nel silenzio è assimilabile a quella di Christian in Festen fino al momento della ribellione contro il padre. In quel film Christian era simboleggiato, durante il pasto, dalla carne di daino (simbolo dell’animale indifeso per eccellenza) mangiata da tutta la famiglia. Qui Lucas è preda di una caccia comune. Il rapporto cannibalistico tra gli uomini emerge come un altro elemento ricorrente nelle due opere di Vinterberg. Volendo cercare dell’altro, il meccanismo attraverso il quale avviene la demolizione e l’emarginazione di Lucas ricorda per analogia quello – tristemente attuale – della diffamazione in rete, fenomeno di rilievo nella nostra società. A un secondo livello di lettura, la critica di Vinterberg può essere dunque estesa anche (e purtroppo) ben oltre i confini della Danimarca.

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