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Anima²

Anima² | il re a nudo
lo stile e il laboratorio di Bill Plympton

Presentata come l’evento principale del neonato Trick Animation Festival, la Masterclass con Bill Plympton tenutasi ormai un paio di mesi fa – sabato 19 marzo – nella Sala delle Colonne del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano si è trasformata in un vero e proprio “Bill Plympton Show”. L’evento ha messo in scena non solo la velocità di tratto e la divertente biografia di questo disegnatore-animatore, ma ha anche mostrato anche il suo grande talento di intrattenitore.

Autore completo – disegnatore, animatore, regista, sceneggiatore – Plympton ha declinato il suo talento per l’animazione attraverso pubblicità, videoclip, cortometraggi e lungometraggi; con due nomination all’Oscar sulle spalle e l’appellativo di “King of Indie Animation”, l’artista statunitense è noto per animazioni interamente disegnate da lui, dallo stile caldo, ironico, irriverente, surreale, caricaturale e spesso anche erotico e violento. Nato a Portland (Oregon, Stati Uniti) il 30 aprile 1946, intuisce presto la strada che intraprenderà dedicandosi al disegno (spedirà persino un suo portfolio alla Disney a soli quattordici anni, ricevendone elogi e suggerimenti di continuare) e si trasferisce nel 1968 a New York, dove frequenta la School of Visual Arts. La sua carriera di illustratore e vignettista satirico fiorisce sulle pagine dei più importanti giornali e riviste statunitensi, tra cui The New York Times, Vogue, Vanity Fair, Penthouse, Rolling Stone.

La sua passione per l’animazione si fa però sentire, manifestandosi appieno a inizio anni Ottanta quando Plympton intraprende la produzione di cortometraggi animati, a partire da Boomtown (1985). Con Your Face (1987) Plympton viene lanciato nell’Olimpo degli animatori indipendenti, grazie alla prima candidatura all’Oscar della sua carriera, mentre con The Tune (1992) presenta il suo primo lungometraggio animato – da lui interamente finanziato – cui fanno seguito I Married A Strange Person (1998), Mutant Aliens (2001), Hair High (2004) e Idiots and Angels (2008).

Considerato un “Dio” da Matt Groening, la fama di questo prolifico artista ha superato i ristretti confini degli appassionati dell’animazione per divenire una leggenda vivente tra gli autori “pop” statunitensi, e questo lo si deve anche alla sua volontà di mantenere uno studio indipendente, a costo di rinunciare a un contratto da un milione di dollari con la Disney – il sogno della sua infanzia.

L’incontro milanese ha alternato racconti autobiografici di Plympton a proiezioni di sue opere ultimate o ancora in fase di realizzazione. Tra la prolifica produzione dell’artista statunitense la scelta è caduta soprattutto su opere recenti, tralasciando i corti dalle tematiche sessuali e i lungometraggi per prediligere la vena maggiormente comica. Centrale in questa produzione è la serie Guard Dog, quattro cortometraggi incentrati su un cagnolino che causa improbabili quanto disastrosi incidenti, sviluppatasi negli anni a seguito dell’incredibile successo di quel primo episodio (2004) che si meritò una nomination agli Oscar. Se per ora l’ultimo episodio ultimato della serie è Horn Dog (2009) – dove vediamo il cagnolino protagonista innamorarsi – Plympton ha presentato durante la serata milanese l’animatic di Customs Dog, la nuova avventura della bestiola questa volta al lavoro in un aeroporto, e soprattutto il curioso esperimento Guard Dog Global Jam, finito nel settembre del 2010.

Realizzata a seguito di un vero e proprio call for animators indetto dallo stesso Plympton, Guard Dog Global Jam è un’opera collettiva dove ogni scena ricalca l’originale Guard Dog con stili e tecniche d’animazione differenti: un progetto innovativo ma anche un’abile mossa auto-promozionale, di cui Plympton è un vero maestro. Una perfetta applicazione delle tre regole del “Dogma di Plympton” – come fare soldi facendo cortometraggi animati – riassumibili nelle parole short (fate sì che il vostro film sia breve), cheap (fatelo in maniera economica, magari occupandovi di regia, sceneggiatura, animazione e a volte addirittura musica e doppiaggio) e funny (il pubblico si aspetta che l’animazione faccia ridere). Altra messa in pratica di questo dogma è l’esilarante The Cow Who Wanted To Be A Hamburger (2010), dove le animazioni dalle tessiture a schizzo della serie Guard Dog lasciano il posto a campiture nette e colori pieni. Suggestionata da un cartello pubblicitario raffigurante un hamburger felice e sorridente, la piccola mucca protagonista farà di tutto per diventare un’ottima carne da macello. Se la trama venne in mente a Plympton durante un viaggio nel suo nativo Oregon, dove mandrie di mucche erano intente a mangiare tonnellate di erba, esteticamente il film subisce l’influenza della visita a una mostra di Kandinsky e del desiderio di sperimentare un approccio vicino all’illustrazione infantile. La colonna sonora dei consueti collaboratori Corey A. Jackson e Nicole Renaud completa perfettamente il cortometraggio, conciliando linearità visiva con un’interessante tessitura musicale.

La serata ha lasciato intravedere anche il lato di Plympton più attento a scelte stilistiche raffinate e impegnative: la presentazione di un estratto del pencil test dal suo nuovo progetto di lungometraggio, provvisoriamente intitolato Cheatin’, ha mostrato uno studio delle angolazioni, della regia e della resa dei personaggi – in particolar modo nelle ombreggiature e nei drappeggi delle vesti, tanto amati da Plympton – di particolare eleganza. Perfetto accompagnamento svolgono anche qui le musiche di Nicole Renaud. Il progetto, incentrato su una storia d’amore ambientata nel Sud degli Stati Uniti che sfocia in una commedia degli equivoci, è per ora a metà produzione, e si stimano altri due anni per completare la seconda mezz’ora del film. E sempre di progetto in fieri si tratta per The Flying House, “collaborazione” tra Bill Plympton e Winsor McCay, uno dei grandi pionieri dell’animazione. In possesso di un negativo deteriorato dell’originale film muto in bianco e nero, Plympton decide di farlo pulire, doppiare da attori professionisti, e inserirvi colore ed effetti sonori. Il risultato è affascinante, rivelando la passione dell’animatore statunitense per McCay.

Ma l’elemento di maggiore interesse della serata è stata la capacità di Plympton di far entrare lo spettatore del suo Show nella logica produttiva di un’opera animata e della sua Plymptoons (il suo studio), e non solo con filmati di pencil test o animatic. Le parole di Plympton rivelano il motivo principale della sua importanza nel panorama dell’animazione mondiale: al di là di quanto il suo particolarissimo stile possa piacere, Plympton non è solo un animatore, bensì un impresario di sé stesso, uno che riesce a unire il lato artistico a una mentalità produttiva con una “strategia d’impresa” (realizzazione di progetti personali, ma anche di opere su commissioni, sempre con un attento sguardo rivolto al pubblico) che lo rendono un modello per molti studi d’animazione indipendente.

Il “Bill Plympton Show” ha sicuramente riscontrato notevole interesse tra il pubblico milanese, che ha piacevolmente affollato la Sala delle Colonne nonostante i 5 euro del biglietto, e nonostante la spietata concorrenza di appuntamenti a tema animazione per lo stesso fine settimana: Regina Pessoa e Abi Feijó al Bergamo Film Meeting, l’omaggio Willam Kentridge & Milano tra Palazzo Reale, Triennale e Teatro alla Scala. Uno scadenzario culturale decisamente denso se si pensa al poco spazio normalmente dedicato all’animazione in Lombardia. Si è però sentita la mancanza di un momento maggiormente “specialistico”, dove – al di là delle domande finali del pubblico – Plympton potesse confrontarsi con un esperto del settore o con un suo collega, come avrebbe potuto essere Bruno Bozzetto, presente all’incontro e che ha brevemente inaugurato la serata. Alcuni degli spunti più interessanti sono giunti dal pubblico, che ha sollecitato Plympton sul tema caldo delle nuove tecnologie (a lui poco congeniali, essendo amante dell’atto fisico del disegnare) e soprattutto sui moderni canali distributivi per i prodotti d’animazione: qui l’autore si è sbilanciato a favore di una distribuzione a pagamento via Internet e nettamente contro la pirateria.

Discussion

One comment for “Anima² | il re a nudo
lo stile e il laboratorio di Bill Plympton”

  1. Uff, mi sarebbe piaciuto partecipare…

    Posted by zampa | May 20, 2011, 3:25 pm

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