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Anima²

Anima² | Skazka skazok
Il capolavoro dei capolavori

Il piccolo lupo grigio arriverà. Così doveva chiamarsi all’inizio l’indiscusso capolavoro di Jurij Norštejn (Andreevka, USSR, 1941), datato 1979 e tuttora considerato uno dei vertici del cinema d’animazione. E proprio la figura del piccolo lupo rappresenta il trait-d’union dei suoi ventisette minuti di sequenze liriche, sospese tra la fiaba folclorica e l’allegoria morale.

«Ninnananna, ninnananna
Riposa bene nel tuo lettino
O il lupacchiotto grigio verrà
Ti prenderà nelle sue zanne
Ti porterà nel bosco fitto
Ti metterà a giacere tra i cespugli»

Paradossalmente, il cortometraggio più premiato della storia del cinema d’animazione è opera di un artista infastidito dalla ripetitività del lavoro di animatore. Jurij Norštejn dà alla luce – insieme alla moglie e autrice dei disegni Francesca Yarbusova, alla sceneggiatrice Lyudmila Petrushevskaya e al cameraman Igor Skidan-Bosin – una vera pietra miliare del cinema e dell’arte del Novecento, e i numerosissimi riconoscimenti ricevuti nel corso degli anni [1] sono ancora più significativi se teniamo conto delle enormi difficoltà del progetto, concepito in aperta ribellione ai dettami estetici del realismo socialista. Una laboriosità che sembra scomparire al momento della visione, lasciando affascinati di fronte alla semplicità dell’estro creativo dell’autore.

Jurij Norštejn

Skazka skazok non racconta una storia narrativamente definita. Il film è composto da un susseguirsi di scene e sequenze apparentemente prive di qualsiasi legame: il regista costruisce il cortometraggio attraverso immagini ed echi del passato e della sua infanzia, aiutandosi con citazioni (più o meno esplicite) delle tradizioni popolari di una Russia perduta e dell’arte alta occidentale. Dai disegni di Picasso alle trasfigurazioni di Chagall, dall’uso de Il clavicembalo ben temperato di Bach al Concerto n. 5 in fa minore di Mozart, Norštejn riesce magicamente a rielaborare spunti spesso eterogenei in un’opera straordinariamente uniforme. L’autore impregna Il racconto dei racconti del lirismo caratteristico del suo stile, allo stesso tempo facendosi «interprete autentico e forte proprio di quella cultura russa che così tanti film deliberatamente folclorici e letterari hanno riesposto solo in superficie» [2]. Uno stile che si fonda sull’attenzione per i particolari, caratterizzando i personaggi tramite sottili e veloci pennellate (magistrale il caso del piccolo lupo): qualità di cui il regista aveva già dato prova nel precedente Il riccio nella nebbia (Yozhik v tumane, 1975).

Skazka Skazok Jurij Norštejn 1979.


«Sono nato durante l’evacuazione del 1941. […] Naturalmente io non ricordo e non posso ricordare la guerra, ma ricordo le sensazioni, le sensazioni nel corridoio, in una stanza, la brina, l’odore di brina, l’odore di neve…» [3]. Così Norštejn combina insieme impressioni provenienti da quella che egli chiama “pre-memoria” («qualcosa che è oltre… oltre me stesso» [4]); il suo capolavoro attinge ai suoi ricordi più intimi e personali, come la vecchia casa della sua infanzia. Quindi un film costruito sulla memoria e “come” una memoria, opinione sostenuta anche dalla studiosa Clare Kitson (autrice di Yuri Norstein and Tale of Tales – An Animator’s Journey): quelle metafore ostinatamente cercate dalla critica internazionale non esistono, tutto nel film ha un’origine concreta e ben definita, una matrice storica che il tratto unico della Yarbusova e la straordinaria costruzione dell’artista russo trasfigurano. Questa combinazione tra realismo e magia aiuta a esprimere il vero tema del film, l’eternità. E per narrare l’evolversi della vita «di generazione in generazione, da un millennio all’altro» [5] Norštejn piega il mezzo cinematografico alle sue esigenze, lavorando non solo sulla parte visiva ma concentrandosi anche sulla colonna audio. Esemplare la scena del ballo, dove i repentini zoom sulle coppie danzanti, l’improvvisa interruzione del tango Tired Sun e il rumore di alcuni spari vengono a coincidere con la sparizione degli uomini, costretti a partire per il fronte; mediante un espediente semplice e raffinato l’autore riesce a comunicarci la tragedia di un intero popolo. Con il ritorno ciclico di sequenze e ambientazioni, inoltre, l’opera acquisisce una pur minima sequenzialità narrativa (anche se di tipo non tradizionale). Il regista sfrutta in questo modo l’intrinseca caratteristica del cinema, lo sviluppo dell’immagine nel tempo, la sua imprescindibile vocazione al racconto.

Il tutto ottenuto grazie all’impiego di differenti tecniche, il cui uso rende affascinante la produzione del capolavoro dei capolavori: Norštejn mostra tutta la sua abilità nell’utilizzo della multiplane camera così come nel cut-out (l’animazione in stop motion di figurine piatte snodate), padroneggiato dopo anni di apprendistato nel prestigioso studio Sojuzmultfilm. Nonostante le sue affermazioni sull’animazione, nonostante il suo particolarissimo metodo di lavoro («Un film comincia veramente a svilupparsi durante la lavorazione, durante le riprese» [6]) – che ricorda più il procedimento di un pittore che quello di un regista – sembra impossibile immaginare la sua opera se non tramite il movimento nel tempo che questo maestro ha saputo donarle.

— note

1 Tra cui i prestigiosi Gran Premio della Giuria all’International Festival of Films di Lille, Primo Premio all’Ottawa International Animation Festival, e Grand Prix allo Zagreb International Animation Festival, tutti nel 1980; senza dimenticare la proclamazione nel 1984 di Best Animated Film of All Time alle Olimpiadi dell’Animazione di Los Angeles e nel 2002 di Best of the Best al festival di Zagreb.

2 Bendazzi, Giannalberto. Cartoons. Cento anni di cinema d’animazione. Marsilio: Venezia 1992.

3 Intervista a Jurij Norštejn inclusa nel documentario Magia Russica (Israele/Russia 2004) di Masha e Yonathan Zur.

4 Ibid.

5 Intervista a Fëdor Khitruk inclusa nel documentario Magia Russica, cit.

6 Iampolski, Michel. Derrière l’image visible sur l’écran, in «Positif», n. 297, novembre 1985.

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