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Sushi | Film

Anime Nere
(Francesco Munzi, 2014)

Sono soddifatta, davvero molto contenta. Non pensavo fosse così facile, erano due compiti molto difficili per me, ma li ho gestiti entrambi alla grande: capire il calabrese senza bisogno di leggere i sottotitoli, e innamorarmi totalmente di un film italiano contemporaneo. Sotto certi punti di vista il secondo compito era più complicato del primo. Insomma, alla fin fine io ho dei parenti calabresi, e ok che li vedo di rado, ma qualcosa oramai mi è entrato in testa. Per quanto riguarda invece l’altro compito, la cosa era più difficile. Malgrado lo studi da anni oramai, il cinema italiano contemporaneo mi ha sempre dato qualche problema a livello di gusto personale. Interessante da osservare e studiare, ma non proprio sempre una goduria da vedere (con alcune dovute eccezioni che tuttavia non confermano alcuna regola).

Anime Nere è una di queste belle eccezioni. Adattamento cinematografico dell’omonimo libro di Gioacchino Criaco, il film racconta alcune vicende di una famiglia di ‘ndranghetisti che vive tra le campagne calabresi e Milano. Strutturata come una sorta di tragedia greca, la  vicenda parte da una ritorsione giovanile nei confronti di un tabaccaio che aveva “insultato” la famiglia, e cresce diventando una non ordinaria e sanguinosa faida.

Malgrado l’evidente costruzione narrativa antinaturalistica, specialmente nella risoluzione finale, e la fotografia virata su toni grigio/verdognoli, la regia e le interpretazioni sono invece assolutamente realistici. L’utilizzo moderato della macchina a mano assieme alle lente panoramiche che mostrano (magnificamente) le scenografie e le montagne calabresi è uno dei punti di maggiore forza di questo film. La scelta di non girare un film “sporco” per parlare di personaggi con ‘anime nere’ e vicende di malavita è sicuramente azzeccata: permette di fornire uno sguardo neutro (seppur non neutrale) sui fatti messi in scena.

Per molti versi è un film freddo, che non permette alcun tipo di immedesimazione. Non c’è trasporto emotivo, non c’è un godimento nelle scene di sangue. Siamo molto lontani qui (a differenza dell’altro film italiano presente al Lido, che però tratta della malavita romana, Senza nessuna pietà) dalle estetiche di Romanzo Criminale. La violenza del film sta nella distanza che prende dalle scene che racconta – nello sguardo neutro e impassibile, che è pure quello dei personaggi maschili del film, i quali parlano con lo stesso distacco di guerra tra clan e omicidio.

Ad aiutare la riuscita del film ci sono ovviamente delle grandi interpretazioni, misurate e ben calibrate, e la colonna sonora che nella prima parte è quasi assente per poi iniziare a farsi sentire sul finale, senza tuttavia essere mai centro della scena ma semplice supporto.

La critica dopo la proiezione stampa a Venezia 71 era entusiasta, tuttavia il film non è riuscito a vincere nessun premio (a differenza di quella robaccia di Saverio Costanzo). Forse per una giuria non italiana non era di facile comprensione? Forse era troppo locale? Io personalmente non credo. Forse Francesco Munzi non fa parte ancora di quell’establishment cinematografico italiano che ti fa vincere i premi e essere la pellicola italiana che concorre agli Oscar (senza nulla togliere a Virzì)? Vorrei non pensarlo ma purtroppo a pensar male certe volte ci si azzecca. Forse, semplicemente, non è un film che piace a tutti? Ci sta.

Cerco di pensare a qualcosa che mi faccia dire ‘però’:  un difetto che possa rendere in qualche modo più imparziale questa mia recensione. Tuttavia, come sempre quando ci si innamora, di difetti (che sicuramente ci sono, perché niente è perfetto) al momento non riesco proprio a trovarne.

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(Francesco Munzi, 2014)”

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