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Sushi | Film

Anna Karenina
(Joe Wright, 2012)

Misurarsi con la letteratura russa è un atto di ubris, indiscutibilmente. Tradizione vuole che essa sia popolata da personaggi con tre nomi impronunciabili a capa, generalmente destinati a morire di tubercolosi, e che soprattutto un romanzo non possa essere considerato tale se non supera le ottocento pagine e non arriva al peso specifico del platino. Non starò a distinguere tra realtà e cliché, perché la mia avventura con la steppa si è – per il momento – fermata ad Anna Karenina, di Lev Tolstoj, letto al liceo per aiutare un amico sommerso di compiti delle vacanze. Mi ha fatto molto male – parla di adulterio, e la mia anima puritana soffre se ci sono di mezzo dei figli innocenti -, e ho odiato la protagonista, nel senso che avrei voluto prenderla e fracassarle la testa con un colbacco pieno di sassi praticamente da subito, chi aveva la pazienza di aspettare ci pensasse lei a porre fine alle sue (nostre) sofferenze, io no. In ogni caso, se già affrontarne la lettura non è uno scherzo, immaginate la trasposizione cinematografica. A questo giro ci si è messo Joe Wright, che ha in saccoccia vari film in costume (Orgoglio e Pregiudizio, Espiazione), e come dicevo in apertura ci è cascato con tutte le scarpe e ha peccato di tracotanza.

Se nelle opere precedenti, infatti, Wright si era mantenuto parecchio fedele ai romanzi originali, senza particolari colpi di testa, qui il nostro si è lanciato in un volo pindarico, ha racchiuso tutta la vicenda dentro un teatro (escamotage che a me ha ricordato per un attimo Anonymous di Emmerich, ma anche Moulin Rouge per l’apertura su un sipario chiuso), e chissà cosa avesse in testa di comunicare allo spettatore mi chiedo io. In realtà posso immaginare: è una vicenda dove le convezioni sociali hanno un ruolo da protagonista, i personaggi sono in un certo senso sempre costretti a recitare una parte, che sia quella del marito fedifrago, della moglie che perdona sempre, e così via. Tutto prende avvio proprio quando Anna, che vive a San Pietroburgo con il marito e il figlio, viene chiamata a Mosca per salvare il matrimonio del fratello Stiva. Noi sappiamo che il suo intervento sortirà l’effetto sperato, ma non cambierà i caratteri dei due sposi: i problemi sorgono proprio quando è la stessa Anna a volersi togliere la sua maschera di rispettabile donna coniugata e vivere come amante di Vronskij (conosciuto appunto al suo arrivo in stazione), senza più alcuna etichetta. Purtroppo però questo stratagemma della continua messinscena alla lunga diventa ridondante: a un certo punto si perde il conto dei teatri che si susseguono l’uno dentro l’altro, e se da una parte si avverte un senso di claustrofobia sempre più pressante – claustrofobia che ritorna nell’immagine del labirinto in cui Anna prima insegue per gioco il figlio, poi promette amore a Vronskij rinchiudendosi sempre di più in una zona d’ombra da cui non potrà uscire – dall’altro lato inizia a stancare e a perdere di significato. Sommato poi a tanti altri piccoli manierismi, quali i momenti danzanti, le ruote sferraglianti di un treno che continuano a presagire la morte di Anna (nel romanzo, come nel film, è presente una struttura circolare per cui la vicenda sentimentale si apre con l’incidente di un operaio delle ferrovie che prefigura  il suicidio della protagonista nello stesso luogo – dove per altro ha conosciuto Vronskij) il risultato che si ottiene è a dir poco stucchevole. Gli attori si muovono spesso come se stessero ballando, e nei momenti più corali mi è nuovamente tornato in mente Moulin Rouge, che però era fatto di ben altra pasta e con ben altro brio, così come la stessa interpretazione di Matthew MacFayden (Stiva – per la sezione Curiosità: in Orgoglio e Pregiudizio era Mr Darcy, qui invece è il fratello di Keira, dall’amore all’incesto è un attimo) ricorda vagamente il personaggio interpretato da Jim Broadbent per Baz Luhrmann; è il capocomico che in questo caso dirige davvero la scena perché è la sua scappatella a richiedere l’intervento della sorella e a dare l’avvio a tutta questa torbida storia di passione, e desiderio, e adulterio.

Ecco. La passione, il desiderio, l’adulterio. Mi dispiace dire che non ho riscontrato due degli elementi appena citati. L’attrice Keira Knightley prima di tutto non ha il physique du rôle: Anna è una donna piena e sensuale, dalle braccia e spalle tornite, che si lascia travolgere dalle proprie emozioni. La bellezza androgina di Keira mal si adatta a questa figura così carnale, senza contare che con quella sua magrezza eccessiva, verosimilmente, in Russia sarebbe stata una malata di tisi (vedi sopra). Non l’aiuta la controparte, Aaron Jhonson, qui con l’appeal di un suricate (quei baffi! Quei baffi!), e il fatto che tra i due non ho individuato alcuna chimica, alcuna tensione. Mi chiedo se sia voluto per far sentire ancora più a disagio lo spettatore nelle scene passionali, ma in realtà il corteggiamento iniziale (dove Vronskij più che un tentatore sembra uno stalker e lei più che tormentata se la gode tantissimo) fa pensare che semplicemente – e per parlare elegantemente – Wright abbia pisciato fuori nella scelta degli attori. Lo so che con Keira si trova davvero molto bene, l’ha voluta in entrambi i film citati in precedenza, e l’ha diretta anche nello spot di Coco Mademoiselle, ma per questo ruolo ci voleva un’altra fisicità e, oserei dire, anche un’altra maturità. Keira non me ne voglia, altrove mi era piaciuta parecchio.

Solo in chiusura mi ricordo che teoricamente ci sarebbero altri due protagonisti, Kitty e Levin, che rappresenterebbero l’amore sano e romantico, ma lo spazio ritagliato per loro è minimo e così sappiamo giusto che Levin si contrappone a Vronskij perché portatore di valori solidi e di una morale ineccepibile, che si incarna nella sua scelta di vivere in campagna, lontano dallo scalpore e dall’ipocrisia della città con la sua mondanità. La famosissima scena della falciatura, quando Levin si unisce ai propri contadini e si spezza la schiena sotto al sole con loro, dura pochissimo e invece se ben gestita poteva essere un momento molto lirico con poca spesa. Vero è che sintetizzare quasi mille pagine (dipende dalle edizioni) in poco più di due ore di film richiede grossi sacrifici, ma la semplificazione è stata eccessiva, e lo spettatore non può godere appieno del forte contrasto che si crea tra le due coppie – e che immagino sia una sorta di “lezione”. Poca attenzione anche sulla reazione – nella realtà letteraria interessante e complessa – del povero marito cornuto di Anna, qui un Jude Law che ti fa legittimamente chiedere se ormai quella è la sua stempiatura originale o esigenze di copione: sembra sostanzialmente la macchietta di uomo rispettabile e noioso, in forte contrasto con l’affascinante e vitale (?!) Vronskij.

Cosa di cui si può invece godere sono i costumi, azzeccati nel richiamare l’imitazione della moda occidentale dell’epoca – perchè in sostanza dai romanzi del tempo ho capito che i russi ricchi si comportavano come aristocratici inglesi o francesi ma con più pelo addosso. Esteticamente in effetti non c’è quasi niente da eccepire. L’ambientazione si mantiene irreale e quasi onirica, e se non fosse per i nomi impronunciabili e tutte quelle pellicce non si direbbe nemmeno che siamo in Russia; del resto non si deve dimenticare che ci troviamo dentro un teatro, con tutti i limiti e le possibilità che comporta. Da amante della storia dell’arte poi Wright ci regala un’inquadratura che si rifà piuttosto esplicitamente al dipinto di Monet “Donna con il parasole girata verso sinistra”, e mi accorgo che forse tra i film fatti finora questo potrebbe essere quello dove ha messo più in gioco la propria esperienza: la gestualità dei personaggi di secondo piano ha un sentore di teatrino delle marionette, proprio come quello che possedevano i suoi genitori. E sembra che abbia iniziato pure ad autocitarsi: la cinepresa insiste su Anna morta proprio come su Cecilia in Espiazione. Purtroppo anche questi piccoli rimandi, queste accuratezze, non bastano a qualificare  Anna Karenina come un film indimenticabile; anzi, al suo termine, con una scena conclusiva abbastanza nonsense, non rimane quasi niente allo spettatore di tutto il turbamento che invece dona generalmente la lettura del romanzo. Non che pretenda una tragedia greca che porti alla catarsi, però ecco, Wright con tutta la questione dei premi, dell’essere una giovane promessa, ci aveva abituati ad altri standard. Mi dispiace, ma sono cose che capitano quando si sfidano gli dei della steppa.

Discussion

3 comments for “Anna Karenina
(Joe Wright, 2012)”

  1. You had me at

    dall’amore all’incesto è un attimo.

    Io comunque non sono andato a vederlo proprio sapendo che Levin – uno dei miei modelli letterari di sempre – ci faceva una figura cotanto sbiadita. Tsé.

    Posted by Folquet | March 20, 2013, 12:56 am
  2. Ma io infatti non mi sono mai fatta una ragione di tutta quell’isteria pro Vronskij, il personaggio più misero che io abbia mai conosciuto.

    Posted by Annette | March 24, 2013, 8:14 pm
  3. Ero giunto più o meno alle stesse conclusioni e ne avevo scritto con molta meno “compostezza”, ma mi sembrava di essere l’unico a pensare malissimo di questo film. Quindi approvo e ti ringrazio, mi sento meno solo.. ;)

    Posted by Sampoo | March 25, 2013, 3:23 pm

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