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Sushi | Film

Anonymous
(Roland Emmerich, 2011)

“Sulla lettura”. Chi scrive è la fan numero uno del drammaturgo di Stratford-upon-Avon, e non ha il benché minimo dubbio che William Shakespeare sia effettivamente William Shakespeare. Anzi, Mark Twain finì sulla lista nera dopo aver sostenuto che le parole di Will fossero invece “figlie di Francis Bacon”. Quindi, quando è arrivata la notizia che Roland Emmerich (The day after tomorrow, 2012, un tizio un po’ allarmista in poche parole) aveva realizzato un film che sosteneva la tesi degli oxfordiani – cioè che dietro tutte quelle opere ci fosse Edward De Vere, conte di Oxford – il pensiero spontaneo è stato: questo film non s’aveva da fare. Detto questo, che si aprano le danze.


In realtà non si può dire che Emmerich abbia proprio sbagliato tutto. L’inizio è quasi promettente: un presunto esperto, nella moderna Manhattan, davanti a una platea gremita di spettatori inizia a esporre la sua teoria (vedi sopra). Dietro alla quinte, gli attori, che a quanto pare devono inscenare quanto spiegato, si stanno mettendo i loro costumi. Iniziano a correre ed ecco che dal palco di Manhattan stanno inseguendo Ben Jonson per le vie di Londra, annus domini 1500 e rotti. Figo. Insomma, magia del teatro e robe simili. Poi la vicenda prende avvio, ma dalla fine: sappiamo che Ben Jonson sta proteggendo gli scritti del conte di Oxford, ma non sappiamo come si è arrivati a questo. Interviene il classico “cinque anni prima” e allora, finalmente, si mette tutto in moto. E anche qui, continui flashback ci mostrano l’amore proibito del conte per le lettere e per la regina, ci viene raccontata la sua infanzia e tutti i vari intrighi di Sir William Cecil, un buon modello per il Polonio dell’Amleto. In sostanza, abbiamo quattro piani temporali: i giorni nostri, nel teatro di Manhattan; la fine della vicenda, con Ben Jonson torturato da Robert Cecil, deciso a scoprire dove sono finite le opere di quello che in tutto il film è posto come sua nemesi; la vicenda vera propria del conte che finisce per assumere un attore un po’ rozzo, William Shakespeare, come prestanome; e infine, il passato del giovane De Vere, che riaffiora continuamente. Potrebbe essere un gioco affascinante, ma finisce per essere un po’ verboso. L’impressione è che, essendo debole la tesi sostenuta, si sia andati al discount per cercare altra carne da mettere al fuoco. E da lì la relazione con una Elisabetta I più lasciva che mai, un intrecciarsi di rapporti famigliari che fa invidia a Beautiful (sono rimasta indietro, non so se arrivano fino all’incesto là) e compagnia danzante.

Certo, l’impegno c’era. Gli attori non sono i primi venuti, la regina è nient’ altri che Vanessa Redgrave, qui ormai al tramonto del suo regno e piena di nostalgici ricordi. Quanto al conte letterato, giuro che non avevo riconosciuto Spike di Notting Hill (Rhys Ifans). I costumi sono bellissimi, e la ricostruzione storica, a parte qualche erroraccio blu, non dispiace affatto: c’è una certa premura nel affiancare al filone principale eventi realmente accaduti, come la congiura del conte di Essex, e gli anni di lotte con irlandesi e spagnoli. Ad accrescere l’atmosfera di tensione politica, il controllo feroce della censura, che appena ravvisa polemica in uno spettacolo interviene rapidamente; tanto che il teatro stesso viene utilizzato per fomentare una rivolta, tramite l’impietosa rappresentazione di Robert Cecil  - da bambino è il gemello rapito in culla di Severus Piton, giuro – come un novello Riccardo III.

Alla fine sono piena di buone intenzioni. Però poi mi dipingi William Shakespeare come uno zotico analfabeta che pronuncia “non sanz droict” così com’è scritto e allora io mi incazzo, sempre per parlar francese. Non è questa la sede dove esporre le numerose argomentazioni a favore di zio Will, ma Roland, va bene che la pensi in modo diverso, ma lasciagli un po’ di dignità, non sputtanarmelo così. E che cavolo. Ci hai provato ad addolcirmi con la parafrasi del Sonetto XVIII in chiusura, ma la sviolinata non mi farà dimenticare la scivolata.

A parte questo, in sostanza, non è un cattivo film. Emmerich ci risparmia l’Apocalisse, per questa volta, e si accontenta solo di qualche temporale nelle scene più drammatiche: di questo gli sono grata. Peccato non sia assolutamente d’accordo con lui e che il film, nonostante qualche inseguimento e pugnalate qui e là, sia un po’ lento e senza un vero messaggio (la poesia è comunque immortale? Ma è già detto e ridetto, non vale). In fondo, però, poteva andare molto peggio. Poteva essere in 3D.

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(Roland Emmerich, 2011)”

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