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retrospetti

Ant-man
(Peyton Reed, 2015)

Capita poi che guardando Ant-Man vengano in mente un paio di cosette: e no, non le cosette che un po’ tutti ci aspetteremmo guardando Evangeline Lilly. Io provo a metterle in ordine: voi venitemi dietro, se vi va.

Due righe di orientamento. Il film – scritto e ideato da Edgar Wright e Joe Cornish, diretto da Peyton Reed – esce nel 2015. Appartiene al filone superomistico, sottogenere storia delle origini. La struttura narrativa si articola in tre atti puliti puliti, e a guardarla neanche troppo da vicino pare un campionario da morfologia proppiana: c’è l’eroe in cerca di redenzione, l’oggetto di valore da riconquistare, il mentore, la principessa-premio. Lo schema viene formulato nel registro stilistico tipico del suddetto filone, per lo meno nella sua variante Marvel: toni leggeri e scanzonati, drammaturgia minima, messinscena posticcia e plasticata, il tutto inframmezzato da fracassone sequenze di scazzottamenti.

Senonché – e qui c’è la prima nota di interesse – Wright e Cornish provano a mescolare le carte, e inseriscono elementi tipici del film di rapina (oggetto da rubare in luogo impenetrabile, pianificazione laboriosa, esecuzione ad incastro &c). L’eroe, Scott Lang, è un robinuddeggiante ladro convitto, condannato per aver sottratto e redistribuito fondi da una banca più disonesta di lui. Il mentore – che poi sarebbe Hank Pym, prima e sessantesca incarnazione del supereroe – lo sceglie proprio perché ladro e sacrificabile, allo scopo di sottrarre un’armatura da guerra dalle mani del proprio ex pupillo, Darren Cross, ossessionato dall’ambizione di superare il maestro e liberarsi (metaforicamente) dall’ombra pseudo-paterna di Pym.

Già da qui si capisce che la benzina nel motore di questa sceneggiatura è un distillato di rapporti famigliari andati a male: c’è quello di Hank con la figlia Hope, quello di Hank col figlioccio putativo Darren, quello nascente di Hank con il nuovo erede Scott, e ovviamente quello di Scott con la figlia. E qui ci starebbe una parentesi, nella quale mi e vi chiedo: signori e signore del casting, ma in quale angolo segreto d’America li scovate, tutti questi bambini da ovetto kinder, bianchi marmocchi anglosassoni adorabili e fintissimi, senza un computer in camera nemmeno a pagarlo, ma sempre lì pronti col guantone da baseball? Fine parentesi.

Però insomma parentesi nemmeno tanto, perché quel che voglio dire è che tra l’ethos cameratesco del film di rapina e quello disneyano del dramma di famiglia si intravede un contrasto profondo, una tensione nella scrittura del film che – forse – si può far risalire alle controversie di produzione che hanno accompagnato la lavorazione del film. Riassumo in brevissimo: il film è un vecchio vecchissimo progetto di Edgar Wright (quello di Attack the Block per capirci), tanto vecchio che in realtà precede l’esplosione dell’Universo Cinematografico Marvel, che i più fanno coincidere con l’uscita del primo Iron Man nel 2008. 

Ora, la storia del MCU è di quelle su cui si scriveranno libri di cinema, ma per farla breve: la sostanza dell’idea messa in campo da Kevin Feige, eminenza grigia del progetto nonché presidente di produzione dei Marvel Studios, è di realizzare l’equivalente cinematografico dell’Universo Marvel fumettistico: un piano diegetico unico, in cui vicende e personaggi coesistono, si intrecciano da un film all’altro, e portano avanti un’unica linea narrativa.

Tutto molto bello: senonché pare che le ambizioni dello Studio confliggano spesso con quelle personali dei registi chiamati a dirigere i singoli film. Così fu per Kenneth Branagh con Thor, e così pare sia andata con Wright e Ant-Man: al nostro sono rimasti i riconoscimenti per soggetto e ideazione, ma il film, all’ultimo, gli è stato sottratto e affidato a Peyton Reed, il quale – va riconosciuto – ha comunque conservato gli elementi del film di rapina che caratterizzavano la sceneggiatura originale.

La storia dello Studio grosso e cattivo contro il povero regista di talento è tanto vecchia da non interessare a nessuno. Quel che forse vale la pena sottolineare qui è l’egemonia di un modello narrativo e sociale. Hank Pym sceglie Scott Lang perché underdog, ladro buono in un mondo di ladri in giacca e cravatta. Il nuovo marito dell’ex moglie di Scott, Paxton, è, manco a dirlo, un poliziotto. Eppure, alla fine, sarà proprio Paxton a coprire la fuga di Scott dal carcere, permettendogli un ritorno all’alveo famigliare e al tranquillo ordine delle cose. E’ difficile immaginare che tipo di film avesse in mente Wright, ma resta il sospetto – al di là degli incastri forzati con il resto del MCU e l’apparizione un po’ gratuita di Falcon – che il problema di fondo non fosse tanto l’inserimento di Ant-Man nella continuity ufficiale, quanto il tono, l’ispirazione narrativa e forse pure l’ordito ideologico del film.

Ciò che rimane – e che funziona – è l’aspetto prettamente spettacolare. Il film ritorna a Honey I Shrunk The Kids del 1989 (regia, non a caso, di Joe Johnston, che gli Studios avevano chiamato a dirigere il primo Captain America nel 2011, e che qualche scazzo con la Casa delle Idee, proprio con quel film e sempre per questioni di tono e stile, pare averlo avuto). Ritorna cioé all’indimenticabile Rick Moranis (ciao, Rick) e alle sue adorabili formiche, con un immaginario visivo a metà tra Harryhausen e il bullet time dei primi anni Zero. Insomma è un ritorno al cinema come macchina delle meraviglie, come strumento di amplificazione e riposizionamento dello sguardo: nel suo piccolo, non è poco.

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