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aprile 2015 | overview

Pesco un po’ a caso nel catalogo delle uscite di aprile: un catalogo indubbiamente ricco, ma che per qualche ragione mi lascia un po’ meh. Sarà la flemma domenicale che addormenta i neuroni, o sarà che la primavera inizia a farsi sentire, e in primavera, si sa, anche i grilli più cinefili si fanno cicale.

Ma tant’è: inizio senz’altro con il buon vecchio Blomkamp, di cui scrivevo qualche tempo fa a proposito di Elysium. Con Chappie, il regista canado-sudafricano torna a Johannesburg, e si tuffa in una storia di intelligenze artificiali e robocoppi, le cui radici affondano vistosamente nel patrimonio della letteratura robottistica di derivazione asimoviana (ma forse vale la pena citare anche il buon Roger MacBride Allen). La storia – a vederla sulla carta – scarta un po’ dall’impegno civile e dai discorsi a tesi che reggevano (malamente) Elysium, per abbracciare riflessioni più solidamente morali: roba sull’innocenza macchinica, sulla possibilità della redenzione, eccetera. Insomma Mary Shelley nella bidonville sudafricana: nel suo pezzo su mymovies.it Gandolfi cita anche Metropolis di Lang, ma così a freddo mi sfugge il nesso. Chi sa, parli.

Per restare in tema di uomini dentro macchine, c’è fuori anche il nuovo capitolo della saga cinematografica dei Vendicatori. Joss Whedon, al quale noi tutti vogliamo bene (punto), torna a riunire gli Eroi più potenti della terra, questa volta alle prese con Ultron. Le premesse messe avanti dalla pubblicistica del film parlano di un piano planetario a firma Stark per il mantenimento della pace, piano che puntualmente finisce a Maddalene allorché sulla scena si presenta il suddetto mister U. Insomma il conflitto tematico (che riprende un po’ quello del Civil War di Millar e un po’ quello dell’ultimo Batman nolaniano) sembra opporre ordine (globale) e anarchia: un tema senz’altro vivo e vegeto, e Whedon ha dimostrato di saper gestire bene le relazioni tra diversi piani del racconto (psicologie interpersonali da un lato e larghe campiture filosofico-morali dall’altro). Ma davvero, chissene. Questo è un film in cui Scarlett Johansson se ne va in giro in un completo di pelle. In più è roscia. E voi ancora state qui a leggere me.

(piuttosto, vorrei buttare tutto il mio peso critico nel rilevare l’innegabile fascinazione whedoniana per Conturbanti Fanciulle Rosce che Ne Sanno A Pacchi. Dico questo perché pare che nel film ci sia anche Wanda Maximoff – figlia di Magneto nonché dotata di uno dei poteri mutanti più geniali mai ideati dalla Casa delle Idee: alterazione delle probabilità – e qui, capite bene, è impossibile non tracciare una linea – rossa – che va dalla mai dimenticata Alsyon Hannigan di Buffy the Vampire Slayer a Elizabeth Olsen, che qui veste i panni della Strega Scarlatta. Che dire, Joss. Mi lasci sempre un po’ così, commosso. La prossima volta che passi dalla fabbrica del sushi ti porto a bere una ginger beer.)

E dopo aver passato cinque paragrafi a sparar pippoli direi che è giunto il momento del film italiano del mese, che a questo giro vi scodello in triplice portata. La prima menzione è per L’ospite di Ugo Frosi, film che (temo) sarà distribuito soltanto in qualche cinema toscano di parrocchia, ma che a vederlo così potrebbe anche avere qualcosa da dire. L’idea è quella di raccontare gli ultimi giorni di Giovanni Gentile, e a prescindere dagli esiti, un certo coraggio a Frosi va riconosciuto. Beninteso, il film si mette chiaramente in scia al settantesimo della Liberazione: è, in questo senso, un’operazione. Epperò, il solo fatto di riportare alle luce Gentile, il suo ruolo e la sua fine, complica un po’ lo scenario da in-fondo-eravamo-tutti-ragazzi che sembra essersi sedimentato intorno alla guerra civile del ’43-’45. C’è un’idea di cinema dietro questa scelta d’esordio, e ho l’impressione che, come idea, un po’ mi piaccia.

Gli altri due titoli che vi segnalo in corsa sono (uno) Mia madre di Moretti e (due) Il nemico di Zamboni. Il primo è un meta-film che – mi pare – si riallaccia ai nodi e discorsi de Il caimano, e che – forse – riesce per una volta a fare meno di Margherita Buy nell’ennesimo ruolo da donna in crisi. Aspetto lumi da Zampa. Il secondo è un film che meriterebbe di essere segnalato meno di corsa, ma per pudore e distanza un po’ mi trattengo. Detto ciò, Il nemico è evidentemente un film importante. E’ importante perché riunisce i membri di un gruppo storico – i CCCP, poi CSI – e li riunisce senza beceri intenti da nostalgia canaglia. E’ importante perché – come il film di Frosi – prova ad aprire una conversazione, su un periodo che la coscienza nazionale cerca da tempo di rimuovere, e prova a farlo da un luogo vivo e pulsante della nostra cultura. Chi è stato a Materiali resistenti, cinque anni, fa sa di cosa parlo. Canali, Maroccolo, Magnelli, Zamboni: questi non sono storici, non sono politici. Sono reduci, schegge esplose di un conflitto ideologico e morale che non ha mai trovato una vera risoluzione. (e forse è giusto così: ma è bello che ci si continui a pensare).

Chiudo con un documentario a episodi – Cathedrals of Culture – nato da un’intuzione di Wim Wenders, sempre più regista dello spazio e sempre più campione delle possibilità linguistiche del cinema stereoscopico. Il progetto vede sei registi misurarsi con sei edifici architettonicamente rilevanti - dal Centre Pompidou alla Biblioteca Nazionale Russa – nel tentativo di lasciare che le costruzioni raccontino se stesse, rivelino le intersezioni tra cultura materiale, testi, memoria.

Bon, alla fine non è poi così meh, questo aprile.

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