
Ci sono tre uomini di mezza età che dalla vita hanno preso qualche schiaffo, anche meritato magari, e ora aspettano che la ruota giri galleggiando. Fossero solo loro.

“A un certo punto si smette di cadere. E tutto questo diventa fatturato.”

Uno spunto vibrato di poesia sincera e inattesa, un racconto di acqua che porta con se storie che sono di tutti, e uniche.

Beh, cerchiamo di fare in fretta, non sporcare e andarcene facili.
Questo film non mi è piaciuto, non lo consiglio e mi ha reso triste. Più triste, diciamo.

Disamina sulle logiche finanziarie della Hollywood dei mutui subprime da parte del nostro Gordon Gekko. L’occasione è quella del cine-fumetto Cowboys Vs Alieni di Jon Favreau, film che ha fatto discutere la critica stellestrisce sin dall’ultimo AFM.

Il film è un omaggio al buon vecchio Blair Witch Project di un milione di anni fa con accenti acuti e dieresi nei nomi propri, polpette che non si chiamano così e trolls ridicoli.

…And you have proved to be a real human being,
And a real hero…”
(Real Hero, College Feat. Electric Youth)

A me L’alba del pianeta delle scimmie è piaciuto. Come quei pomeriggi di Agosto in cui piove e hai otto anni e giochi con i Lego: l’aria si fa più fresca e meno appiccicaticcia e tua mamma ascolta Phil Collins.

Dalle umide terre londinesi il nostro serissimo Aldo dopo la visione di Lanterna Verde si interroga sul destino dell’uomo e dell’umanità

Serviva a Venezia, a una mostra senza sorprese e piovosa dentro e fuori, un film onesto e sincero come Il primo incarico. Parla di un amore, verso qualcuno come verso il cinema, che prima o poi soddisfa lo sguardo e il cuore. Lo fa senza promettere quanto non può mantenere e credendoci fino in fondo.

In casa Neversmiles un film non è mai soltanto un film. Soprattutto, se fai un remake di un tuo capolavoro degli anni ’80, non puoi pretendere che uno non la prenda sul personale, e mescoli il tutto con il proprio vissuto. Lasciate che Aldone ci spieghi cosa c’entra Gordon Gekko con Goffredo Fofi, Bologna, il precariato italiano e i jeans a vita alta.

La passione di Carlo Mazzacurati è nient’altro che uno squisito film “religioso” che gioca a farsi “robetta da Bagaglino” a “sequela di macchiette”, a carrozzone di comici dalle frecce spuntate al proprio arco. Si ride, anche dove in fondo non si dovrebbe.

Bastava fare due passi al Lido e sostare dinanzi al ground zero di quello che doveva essere il Nuovo palazzo del cinema per i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia per capire il film di Mario Martone in concorso al Lido. Amianto. Tangenti. Tutto abbandonato. Vergogna di Stato, l’ennesima.

Odio François Ozon perché è un dannato Re Mida che trasforma in oro qualsiasi storia scelga di raccontare. Lui cambia modi e generi ogni volta e tutto comunque gli viene più che bene.

Somewhere è un modo per dire loro che andrà tutto bene se solo si scappa da Los Angeles all’alba. Sta qui la forza struggente di un film lento e composto, preciso e lineare nella sua straordinaria sincerità.

Dico tutto subito: Kelly prende per mano Richard Matheson, gli mette sulle spalle lo zainetto di Donnie Darko e prova a farlo camminare da solo ma quello, vecchietto, si perde e buona notte ai suonatori.

Salvare un paio di sequenze in un film di più di due ore non vale il prezzo del biglietto, e ancora una volta si conferma che la forma breve della serialità televisiva – se appiattita ed estesa a metraggi da grande schermo – si fa labile, si fora e fa passare la luce che scioglie i vampiri.

Dico solo che in questo film si va in posti che sono tutti agli ottavi dei Mondiali: Messico, U.S.A., Germania. Manca l’Iraq che si sa, porello, non è un posto in cui c’è tanto tempo per pensare al pallone. E poi un’ultima cosa e bonalì: Balotelli, Cassano e Miccoli.

Forse, più dei documentari di Al Gore e di Leo Di Caprio, più di tutti gli elettorali messaggi ambientalisti di tutti i politici del mondo, il film di Hillcoat può davvero muovere l’attenzione sul tema dell’ambiente e del futuro del pianeta. O forse io di cinema non ci capisco davvero un cazzo.

I fragorosi applausi di chi la ritiene un’eroina, di chi arriva a paragonarla a Ipazia, di chi le chiede di parlare della Calabria e del nucleare: tutto questo mi fa venire in mente Adriano Celentano ne La dolce vita, (id., 1960), quando al Caracalla’s qualcuno gli chiede: «Adriano, suonaci un po’ di rock ‘n roll!» E lui scimmiescamente esaudisce, in un playback fastidiosissimo.

A me il film è piaciuto. Tanto anche. Più del primo. E sapete perché? Perché è un film di Quentin Tarantino. Sì. Proprio di quello del quale tutti sanno il nome, la passione per i piedi, le citazioni, Morricone, il postmoderno, ça va sans dire.

Alain Resnais fa ciò che vuole. L’ha sempre fatto e ora, con l’età e gli onori, amplifica i modi e i tempi con i quali ha imparato a dire. Non inventa nulla, ma stravolge a modo suo il canone dello stile.

Arriva bello fresco nelle sale Scontro tra titani 3D e io lo vado a vedere di domenica sera, in un multisala – un’ enorme cattedrale dell’iperconsumismo, per dirla come qualcuno del quale mi han parlato un po’ di tempo fa – appena fuori città. Ci porto Nicoletta, sapete: i dolcetti, l’acquetta, gli occhialini 3D. Per qualche istante mi pare proprio sia bello vivere in Italia, oggi.

Si mescola la saggezza della millenaria tradizione giapponese con robaccia stilisticamente più affine alla rappresentazione occidentale di oggi, e quest’incontro non porta bene proprio a nessuno. Insomma, una bella metafora della globalizzazione. Un po’ come il cioccolato e la merda.

Lo scrittore Ewan McGregor beve parecchio e affronta la vita un po’ come Vinicio Capossela, col Maalox sul comodino e con i foglietti sotto il letto.

Per finire il ritorno allo stato di natura. Al silenzio. Alle porte aperte. Al far l’amore nei campi. Il cinema non è Sanremo.

Nella prima metà, fino all’incidente di Benny, il film spacca davvero. Tutto fila come dovrebbe, pare di vedere Almodóvar se non fosse Almodóvar, guarda un po’ c’è Carmen Maura nel cast, la storia avvince e convince. Poi, d’un tratto, tutto inizia a traballare.

L’autobiografismo di questo film, la personale visione del mondo che fa credere che si troverà prima o poi qualcuno che la pensi allo stesso modo, è il limite maggiore di un film divertente, fresco e solare.

Haneke racconta una storia contadina, una vicenda di strani fatti e vendette, un mito fondativo di violenza e repressione, di cattive educazioni e brutte abitudini nascoste, cachè appunto, che portano i bambini protagonisti di questo film a diventare tutti i bambini oppressi del mondo.

Lo spettatore del regista più brand d’Europa si trova da subito introiettato nel suo universo di fisicità coloristica, di calori che portano all’asfissia e di caratteri instabili e improbabili. Vinto il dogma di fede che il nome dell’autore richiede, però, il film da subito barcolla, incespica e mai prende una strada certa con una destinazione precisa.
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