
Se da un punto di vista sentimentale War Horse fa centro commuovendo, secondo la logica del cinema spielberghiano come piace a me, invece, il film è un discreto fiasco. Messo da parte questo eccesso di sentimentalismo, War Horse sconfina più volte nel limbo della noia, eccezion fatta per gli ultimi trenta minuti in cui assistiamo a una netta ripresa. Rimandato.

Dall’oltretomba arriva la reincarnazione di Cliff Burton a portare scompiglio in una famiglia di depressi cronici. Automi, vecchie arzille e preadolescenti tutti alle prese con il tornado metallaro di turno.

Nate esamina le premesse letterarie e le successive trasposizioni – televisive prima e cinematografiche poi – di uno dei casi editoriali più vistosi dell’ultimo decennio.

Una storia amara, quella raccontata da Molia, che, tuttavia, ha il pregio di non sconfinare mai nel patetico e nella gratuità della lacrima facile. Favola crudele e moderna che cattura la situazione contemporanea francese, anch’essa evidentemente alle prese con una crisi ormai parte di noi.

Miniero persevera nell’esplorazione territoriale delle differenze linguistico/culturali tra Nord e Sud, senza mai centrare l’obiettivo, ovvero: divertire. Nel secondo capitolo, infatti, il gioco delle parti s’inverte, il copione è semplicemente ribaltato e, diciamocelo, stereotipato in maniera preoccupante.

In tempo di crisi e piena recessione otto euri per un film così, forse, sono un eccesso. Ma alla fine ci troviamo di fronte a una commedia leggera e fresca, giocata su equivoci che, per quanto banali, risultano comunque divertenti. Ma soprattutto ci troviamo di fronte a un film interpretato da un gruppo di attori che riesce a strappare qualche sorriso senza mai essere volgare.

I Sushiettibili continuano a esplorare il mondo della serialità britannica. A questo giro è il turno di un’icona dell’immaginario popolare: Nate ci racconta qualcosa sull’ultima incarnazione dell’inquilino di Baker Street.

Tutti lo volevano. Finalmente è arrivato. Siamo a Natale e pensi subito CINEPANETTONE. Stessa storia, stesso posto, stessa località sciistica.

L’impressione è che Ritchie, già da qualche anno, avesse voglia di girare un film d’azione in stile Mission: Impossible o The Bourne Identity ma ambientato nel 1800. Per arrivare a questo risultato, il Nostro ha prima rispolverato la figura di un personaggio letterario con l’appeal di Sherlock Holmes. Poi, una volta distrutta la classicità del personaggio, si è messo a ricostruirla, plasmandola e consolidandola a propria immagine e somiglianza.

l’impressione è che, cavalcando il recente successo del mediocre Benvenuti al Sud si sia inaugurata una nuova pagina di cinema italico, detta del CINE-NAPOLETANONE.

Due tizi molto amici si scambiano le vite, ritrovandosi l’uno nei panni dell’altro. Il ricco e brillante Dave, sposato con una moglie gnocca e tre figli, si ritrova a vivere la vita del suo migliore amico, Mitch, un povero cazzone nullafacente ed erotomane.

L’operazione di Levy è stata un semplice – ma saggio – mix di film, tematiche e generi, messi oramai da tempo negli scatoloni delle soffitte di Hollywood. Il risultato è un film inaspettatamente sentimentale, ma guardabilissimo.

Kim Ji-Woon dirige un film divertente, utilizzando il western e mutandolo in un bislacco eastern a tutta birra.

Il cuore grande delle ragazze è un film guardabile, per chi apprezza le storie d’amore ambientate in un certo contesto, ma per nulla entusiasmante e a tratti noioso.

Ambientata durante i Mondiali di Messico ’86, la serie procede con un ritmo inarrestabile, pregna di momenti di puro “cinema” sociale: immagini forti e sequenze drammatiche, alternate a momenti di puro spasso e goliardia.

Genovesi aveva tra le mani la grande occasione di prendere le distanze dal brizzismo e dal moccianesimo imperanti nel nostro paese, ma ha preferito abbracciare il credo dei due profeti. Amen.
Peccato.

Final Destination resta una buona saga, e anche questo ultimo episodio tiene incollati allo schermo fino all’ultimo, ricco di colpi di scena mai fini a se stessi. Tutto torna senza essere d’avanzo.

Un bel film e un bel remake in tempi in cui gli americani fanno proprio tutto ciò che possono e gli italiani copiano dai francesi e perseverare con sequel ridicoli, non è roba da poco

Nate Vs Nat: e le opinioni non potevano essere più divergenti di così. “Bad Teacher è film intelligente” dice Nate, “Banale, volgare, noioso, inutile e a tratti disgustoso” invece secondo Nat | UNO: parla Nate

Cal abbandonato e tradito dalla moglie, si rende conto di essere un disastro con le donne. Una sera conosce Jacob che gli insegnerà tutto sull’arte del rimorchio “una notte e fuggi”. Cal inizia così a vedere il mondo in maniera diversa, ma anche Jacob sarà costretto a rivedere qualcosa …

Parlare male di un film – se così vogliamo chiamarlo – può essere scontato, e diciamocelo, anche semplicistico e un tantino snob da nasino all’insù. Se volete, ma solo se volete ad esplicita richiesta che avverrà solo ed esclusivamente nella sezione commenti, vi esporrò la sinossi, troppo complessa per essere scritta in una banalissima recensione.

La dreamworks non convince Nate con il nuovo episodio del panda marziale. Pensavo fosse amore, invece era un calesse

Senza pretese di cervellotiche interpretazioni o dietrologie filosofiche il regista di Hong Kong dirige un film divertente, gradevole e coinvolgente. Se volete passare due ore lontani dalla riflessioni sulla morte, o su quanto è bello Vincent Gallo, questo è il film perfetto.

Cars 2 non soddisfa dal punto di vista automobilistico – le gare sono poco appassionanti e le sequenze di queste ultime sono ridotte all’osso senza particolari guizzi di genialità – nè dal lato action – la solita storia dei russi cattivi e della cospirazione contro il biocarburante tiene poco banco e poco interessa un adulto, figurarsi un bambino.

Cambiano i giochetti metalinguistici, non si parla più di horror classici, ma di Alba di morti dementi San Valentino di Sangue 3D e saghe horror alla Saw. Non è un gran film, diciamocelo. Anche se recitato al limite del pessimo, fatta eccezione, come sempre, dell’inizio – sempre divertente e debordante – per eccessi e contenuti ironici non mi sento di cassarlo in toto.

La vita di John Brennan (Russell Crowe) sembra perfetta fino a quando sua moglie, Lara (Elizabeth Banks), viene arrestata e condannata per un omicidio che sostiene di non aver commesso. A tre anni dalla condanna, John continua a battersi per tenere unita la famiglia.

La storia è quella di Blu, ultimo ara macao blu strappato al suo habitat da contrabbandieri senza scrupoli e destinato al mercato americano. La scatola in cui viaggia si perde e viene trovata dall’amorevole Linda in una cittadina del MidWest. Tra i due è subito amore, Blu viene addomesticato e abituato a una vita sedentaria che gli causa incapacità a volare alla quale però porrà rimedio con ingegno e dedizione.

Machete non delude le aspettative. Forte, crudo, splatter ed esageratamente tamarro, si presenta come il naturale sviluppo del primo fake trailer che anticipava Planet Terror.

Tra un papa che scappa in incognito per le vie di Roma e si unisce a un gruppo di teatranti, uno psicoanalista fissato con il deficit di accudimento nei panni di organizzatore del più originale dei tornei di pallavolo con i membri del conclave e un segretario vaticano che nasconde a tutti la fuga mettendo nelle stanze papali una guardia svizzera, Moretti confeziona un film sublime e divertente, ma solenne e – quanto mai – impegnato.

Siamo a Teheran durante la partita decisiva di qualificazione valida per i mondiali di Germania 2006. Match sentito quasi dalla totalità della popolazione, donne incluse. Già, ma quest’ultime non possono assistere alla partita per ordine del regime, il quale proibisce loro la partecipazione ad eventi e manifestazioni pubbliche in presenza di uomini. Il climax di tensione è avvertito dallo spettatore solo – e lievemente – alla fine, durante le fasi concitate della partita. Una volta comprese le intenzioni di Panahi, specie a inizio film, la pellicola risulta essere abbastanza noiosa e poco coinvolgente.
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