E’ arduo ormai maneggiare un film di Tarantino in una recensione. Perché si rischia di scadere nell’esercizio nerd del toto-citazione, perchè si finisce per arrovellarsi su discorsi sterili sul postmoderno e sulla legittimità o meno di questo o quel frullato di cinematografia combinatoria, perché di osservazioni e digressioni ce ne sarebbero da fare sotto infiniti punti di vista. Io cercherò di partire da un dato puramente personale: finite le due ore e mezza del film, ne volevo ancora e comunque non riuscivo a strapparmi quel sorrisetto ebete di soddisfazione dalla faccia.
Limitiamoci allora a dire che i pezzettoni più consistenti del pastone Inglorious Basterds sono ricavati da Vogliamo vivere di Lubitsch, Quella sporca dozzina di Aldrich e Quel maledetto treno blindato di Castellari, amalgamati in una trama il cui gusto è superiore rispetto alla semplice addizione delle parti: i Bastardi, una squadra di soldati ebrei-americani, seminano il terrore tra i soldati tedeschi, ripagandoli della crudeltà verso il loro popolo con stragi sanguinarie, mazzate da baseball e asportazione degli scalpi. La loro strada, che punta dritta ad un attentato a Hitler in persona, si incrocerà con quella della bella ebrea-francese Shosanna, sopravvissuta alla mattanza della propria famiglia e finita a gestire sotto falso nome un piccolo cinema nella Parigi occupata.
Con la solita goliardica guasconeria, Eli Roth ha sbandierato in diverse interviste che il film del suo mentore rientra a suo dire nell’inedita categoria del kosher porn. Epurato da implicazioni religiose strumentali esclusivamente allo spettacolo (com’è scontato che fossero), l’accenno alla pornografia finisce per essere utile a definire l’operazione che Tarantino compie sulla Storia: Inglorious Basterds è una sua libidinosa fantasia storico-edonistica, in cui una guerra mondiale viene combattuta a colpi di nitrato d’argento da attrici, attori, produttori, critici ed esercenti (tarantiniano più che mai il Tenente Hicox, intellettuale cine-erudito che, degustando flemmatico un bicchiere di whiskey, discute con Churchill su come prendere personalmente a calci il culo di Hitler). Anche il Colonnello Landa e i Bastardi, per quanto estranei al mondo della settima arte, sono figure cartonate, ricavate dalla stessa sostanza del cinema (si potrebbe parlare di come ognuno di essi sia un collage di personaggi precedenti), privi di qualunque spessore umano e psicologico eppure mitologici dalla prima inquadratura.
L’intero il conflitto è focalizzato e filtrato attraverso il cinema, tutto si genera e si risolve di fronte alla (e in funzione della) sala cinematografica, nei riflessi del fascio di luce del proiettore, che nel finale sopravvive all’abbattimento dello schermo e continua imperterrito a balenare sui brandelli pulviscolari che quell’abbattimento ha generato. L’intero verbo tarantiniano incarnato in una scena. Il tutto, nello spirito e nella genesi, può essere qualificato come Operazione Leoniana se ce n’è una, come suggeriscono il cartello “c’era una volta” e la citazione d’apertura.
Quentin cambia dosaggio nella mistura tra dialoghi e violenza rispetto agli ultimi lavori, attestandosi più sulle percentuali di Pulp Fiction e Jackie Brown, lasciando dietro gli scrosci purpurei di Kill Bill e i pezzi di carne volanti di Death Proof, del quale viene accantonata anche l’eccessiva pointlessness delle sbrodolate chiacchierate da bar. In questo caso, i tesi, innumerevoli confronti e interrogatori tra i personaggi, quasi tutti giocati in faccia-a-faccia attorno a un tavolo, fungono da magnifico innesco alle impennate guerresche e comunque sanguinolente. Ma ciò che rende davvero incredibile il lavoro di cesello sui dialoghi sono la sinfonia di accenti e intonazioni (Ehi tu! Si tu, che hai visto questo film doppiato. Tu non hai visto questo film.) e soprattutto il riuscitissimo tentativo del Tarantino sceneggiatore di conservare la propria cazzeggiante vena pop , pre-aggiornandola ad un’epoca in cui della cultura pop non vi era ancora piena coscienza. Così lo strudel prende il posto del big mac e i parlour games quello delle hit di Madonna, senza che la tensione tra i personaggi smetta di montare per un solo secondo.
In conclusione, ritornando alla dimensione puramente personale: quando ho visto Aldo Rayne autocompiacersi rimirando il suo incivile capolavoro, mi sono accorto che, accanto a lui, il soldato Little Man aveva il mio stesso identico ebete sorriso.





Impossibile, dopo aver visto un film di Tarantino, non “tirare in ballo” i suoi (capo)lavori precedenti. Noto con piacere che anche Manute non si è sottratto a questo “vizio”.
Meno sangue di Kill Bill e Death proof: vero
Dialoghi e battute schiaccianti alla Pulp Fiction e Jackie Brown (tanto maltrattato quanto sottovalutato da un’ampia fetta di critica e pubblico).
Tarantino ama giocare, se non ci fosse la storia del cinema e filmografie, ai più, ignote, questa specie di alieno con la faccia buffa non potrebbe neanche farne parte. Si è parlato di numerosi rimandi, contaminazioni, ispirazioni etc… ma trovo che la struttura dei personaggi si ispiri (seppur molto vagamente) anche alle Iene. Chiaramente la storia, il contesto e l’evolversi dei fatti portano ad essere le due pellicole estremamente diverse, ma il lavoro compiuto sui vari “characters”, a mio avviso è molto simile.
Riguardo ai capolavori di Aldo Rayne mi discosto dal giudizio di “incivili”, li ritengo veri capolavori da “pop-art” … e il sorriso ebete continua ad essere stampato sulla mia faccia. Mi chiedo solo cosa si potrebbe incidere, ovviamente in maniera “civile”, sulla fronte di coloro che stanno “politicando” nel nostro paese.
Caro Nate, noto con piacere che noti con piacere.
In effetti l’appello completo dei film precedenti fa parte di quella lista di clichè tarantin-recensionistici a cui mi riferivo in apertura e ai quali è impossibile sfuggire in toto. Col tuo condivisibile richiamo alle Iene abbiamo fatto en-plein (e in effetti Madonna non l’avevo tirata in mezzo a caso, anche se in riferimento più ai dialoghi che ai personaggi).
Ca va sans dire, sono un grande fan dell’arte di Alduccio Rayne, “incivile” è inteso nella più affettuosa delle accezioni. Per la versione da parlamento italiano mi affiderei ad un bipartisan e sempre in voga “I’m with stupid”.
Saluti incivili, nella più affettuosa delle accezioni
Questa cosa è geniale. Seriously. Non ci avevo assolutamente pensato.
A riguardo della pop art, ammetto che pure io non ci avevo minimamente pensato. Geniale lo strudel che sa di Big Mac, esibito in quel primo piano da pubblicità luccicante.
In secondo luogo avevo notato anche io, PUR imbambolata dal ritmo del film, la bidimensionalità esibita dei personaggi di questo film. Mi sono resa conto più volte che le situazioni in cui operavano riconducevano in maniera quasi spiazzante a quelle barzellette che tutti conosciamo. ‘C’è un americano, un tedesco e un francese….’ con tutte le variazioni del caso.
Eccoche finalmente li vediamo in faccia, i nostri personaggi da barzelletta, magistralmente stereotipati proprio nelle loro caratteristiche nazionali.
Grazie Quentin, come sempre.
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