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Sushi | Film

Benvenuti al Nord
(Luca Miniero, 2012)

Stando ai dati del box office dello scorso fine settimana, Benvenuti al Nord ha vinto tutto, incassando in una sola settimana più di dodici milioni di euro. Non è una sorpresa. Sappiamo bene che in Italia, da qualche tempo, quando un film ha fortuna, il secondo capitolo per la stagione successiva è una costante matematica.

Purtroppo la certezza di un guadagno certo, accostata a un conseguente minimo sforzo narrativo, producono spesso – almeno nel Bel Paese – un crollo nella qualità. Ammetto che bisogna avere una qual certa dose di coraggio – qualità di cui non tutti sono dotati – per abbandonare la strada del successo economico assicurato in nome del progresso culturale.

Così è accaduto con il fenomeno Checco Zalone – due film mediocri in due anni, con incassi stratosferici – e con Immaturi – successo inaspettato, che ha avuto il pregio di partorire un secondo film leggermente migliore. Stesso discorso anche per Benvenuti al Sud, tant’è che dopo il successo della stagione 2011, la macchina produttrice si è subito attivata per il sequel, ambientato al Nord.

Scontato? Certo. Se poi aggiungiamo che l’idea di partenza era una super ricalcata del gradevole e intelligente Giù al Nord del cugino mangiarane Dany Boon – qui in veste di produttore esecutivo-  la frittata è fatta. Mattia, postino appena separatosi dalla moglie, ottiene in maniera rocambolesca il trasferimento a Milano per un misunderstanding con i propri colleghi. Nella gran Milan lo aspetta Alberto, anch’egli in crisi con la moglie, che lo coinvolgerà in un progetto atto a incrementare l’efficienza dell’impiegato postale. Seguono complicazioni comiche.

Siamo di fronte a due film privi di spunti intelligenti  e della benché minima originalità. Tuttavia, per quanto severo, mi sento di salvare il precedente: comunque non mi piacque, intendiamoci, ma almeno si presentava come versione italiana di un universo culturale diverso dal nostro. Qui invece Miniero si limita a perseverare nell’esplorazione territoriale delle differenze linguistico/culturali tra Nord e Sud, senza mai centrare l’obiettivo, ovvero: divertire. Nel secondo capitolo, infatti, il gioco delle parti s’inverte, il copione è semplicemente ribaltato e, diciamocelo, stereotipato in maniera preoccupante. Il film procede secondo la logica della noia e della banalità, arricchito da alcune brutture inconcepibili: vedi la duplice interpretazione della Finocchiaro moglie/suocera. Tremenda.

Peccato anche per Bisio, discreto attore, ma perennemente intrappolato in quel suo essere simpaticamente isterico: atteggiamento che, alla lunga, dal comico travasa nel fastidioso.La buona notizia, però, è che l’esplorazione geografico-culturale si è conclusa. Gli spazi della penisola sono esauriti, e così pure gli stereotipi localisti che i film di Miniero hanno saputo sfruttare in maniera tanto egregia. Al prossimo luogo comune.

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(Luca Miniero, 2012)”

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