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Fest-o-rama

62° Internationale Filmfestspiele Berlin
Berlino, 9 – 19 febbraio 2012

Da assiduo frequentatore di festival di cinema, confesso di trovare assai strano ammettere che, forse, un film italiano sia stato davvero il migliore tra quelli selezionati in concorso. Considerando la totale mancanza di titoli nazionali in competizione a Berlino occorsa in anni recenti, considerando i titoli scadenti che Venezia è solitamente costretta a proporre per non incorrere in assurdi contrasti diplomatici con il duopolio che tiranneggia il nostro mercato interno, e considerando come a Cannes gli ottimi lungometraggi proposti dai nostri registi siano stati scalzati da film stranieri, purtroppo leggermente migliori dei nostri, bene, considerando tutto ciò, i Taviani che alzano l’Orso d’Oro un po’ di stupore lo crea.

Mettiamo subito in chiaro che Cesare deve morire è un ottimo film. Una pellicola che ha il sapore di quelle degli anni Sessanta, quando il cinema italiano era il Cinema Italiano. A titolo puramente personale le ho preferito solo un film – L’enfant d’en haut di Ursula Meier, coproduzione svizzero tedesca, dal sapore fortemente dardeniano e vincitore del Premio Speciale della Giuria – o forse due – Rebelle di Kim Nguyen, produzione canadese che racconta l’odissea di una giovane ragazza africana che contro la sua volontà è forzata a diventare un soldato in un esercito di ribelli. Senza dubbio, però, la pellicola dei Taviani ha davvero una forza che non si percepiva da molto tempo, tale da considerarla il loro canto del cigno.

Più in generale mi è parso che la Berlinale 2012 sia stata qualitativamente migliore rispetto alle ultime edizioni. Specialmente il concorso. Quest’anno la sezione principale – di solito la categoria più debole di tutto il Festival, difficile da crederci ma è così – si è difesa egregiamente se confrontata con le corrispettive di Cannes e Venezia. Il problema della Filmfestspiele è in fin dei conti anche la sua maggiore attrattiva: tantissimi film in programmazione per dieci giorni in diverse sezioni ma al contempo una qualità media delle opere presentate che lascia un poco a desiderare. Assolutamente meritevoli di una segnalazione sono il film portoghese Tabu di Miguel Gomes, la coproduzione scandinavo-tedesca En kongelig affaere di Nikolaj Arcel e Kebun binatang (Postards from the Zoo) di Edwin di Singapore, film degno di nota anche per essere stato cofinanziato da quasi tutti i festival che hanno dei programmi dedicati allo sviluppo di film d’autore – dal Sundance a Rotterdam, da Busan a Torino si contavano quasi tutti.

Fuori concorso sono state presentate le anteprime internazionali ed europee di alcune pellicole firmate da registi noti al pubblico meno cinefilo. Steven Soderbergh si è rivisto, cinque mesi dopo la presenza a Venezia di Contagion, con Haywire, ennesimo film realizzato con la mano sinistra e farcito di star sue amiche. Zhang Yimou con Jin ling Shi San Chai (The Flowers of War) si fa sempre più nazional-popolare (o nazional-populista) portando sullo schermo una pellicola incentrata sull’orgoglio cinese il cui protagonista è Christian “Batman” Bale, probabilmente convinto soltanto dopo aver scoperto di dover girare una scena di sesso (castissima) con la protagonista femminile Ni Ni. Divertente Young Adult della coppia regista/sceneggiatrice Jason Reitman/Diablo Cody – qui meno reazionari che in Juno – con Charlize Theron nei panni di una donna in carriera che non riesce a lasciarsi alle spalle il suo passato – in pratica il bell’esempio a cui dovrebbero rifarsi le commediole italiane sui quarantenni in crisi per alzare la loro mediocre qualità.

In conclusione per quanto riguarda i film da segnalare nelle altre sezioni del Festival si annotano tre documentari: Marley di Kevin McDonald, biografia di due ore e mezza del cantante jamaicano, This ain’t California di Marten Persiel, incentrato sulla subcultura skaters sviluppatasi nella DDR alla fine degli anni Ottanta, vincitore della sezione Perspektive Deutsches Kino – sempre una delle migliori della Berlinale – e Nuclear Nation di Atsushi Funahashi che racconta la vita dei sopravvissuti al disastro di Fukushima.

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