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Fest-o-rama

65° Internationale Filmfestspiele Berlin
Berlino, 5 – 15 febbraio 2015

Non posso nascondere che la Berlinale sia da più di un lustro il mio festival preferito. Mi sono innamorato dell’evento fin dalla prima volta in cui vi ho messo piede nel 2010. Fin da subito ho apprezzato in particolar modo l’impeccabile organizzazione teutonica degli spazi a disposizione e della calendarizzazione di un vastissimo programma di film (ogni anno ve ne sono più di quattrocento, divisi nelle innumerevoli sezioni ufficiali e proiettati in svariati quartieri di Berlino) ed eventi. Negli ultimi anni poi, un altro importante fattore ha rafforzato il mio amore per questo Festival: la qualità media delle pellicole nella competizione principale è aumentata notevolmente rispetto al recente passato. Tra gli addetti ai lavori la Berlinale si è stata per lungo tempo ritenuta quel festival della prima cerchia più importante con il programma più scarso, capace sì di richiamare qualche autore di grido ma che al contempo riempiva il resto della programmazione con film definiti spesso “minori”. Anche nel caso fosse il pregiudizio fosse reale, ora, evidentemente, le cose sono assai cambiate.

Quest’anno la Berlinale – così come negli ultimi due o tre – ha offerto una selezione di film e di autori nella competizione principale davvero di primo piano. Tra i diciannove titoli è doveroso menzionare almeno: 45 Years di Andrew Haigh, Aferim! di Radu Jude, Eisenstein in Guanajuato di  Peter Greenaway, El botón de nácar di Patricio Guzmán, El Club di Pablo Larraín,  Journal d’une femme de chambre di Benoit Jacquot, Knight of Cups di Terrence Malick, Nadie quiere la noche di Isabel Coixet, Pod electricheskimi oblakami di Alexey German Jr., Queen of the Desert di Werner Herzog, Taxi di Jafar Panahi e Vergine giurata di Laura Bispuri, unico film italiano in competizione. Tra questi la giuria presieduta dal regista americano Darren Aronofsky ha premiato il film di Jafar Panahi, ricevendo un ampio consenso anche da parte della critica. La pellicola, racconta la storia di un tassista – interpretato dallo stesso autore – che scarrozza in giro per Teheran clienti sempre nuovi. Il film, che inserisce nella diegesi anche un elemento cinematografico e meta-cinematografico, risulta essere una riuscita allegoria del paese governato dagli Ayatollah al giorno d’oggi e, ovviamente, della vita di Panahi stesso. Credo che, a differenza di altre occasioni in cui ciò è apparso palese, l’Orso d’Oro vinto da Taxi non sia il classico “premio politico” assegnato a un cineasta perseguitato dal proprio paese, bensì un riconoscimento a un’opera che lo merita per il suo valore estetico e culturale. Detto ciò, devo però confessare come personalmente abbia preferito i due film cileni presenti in concorso. Due pellicole che la giuria ha ritenuto valide da assegnarli rispettivamente due premi: l’Orso d’Argento Gran Premio della Giuria e l’Orso d’Argento per la Migliore Sceneggiatura. Sono opere che dimostrano, se ce ne fosse ancora bisogno, la vitalità della cinematografia del paese sudamericano degli ultimi anni. Sto parlando ovviamente di El Club di Pablo Larraín ed El botón de naácar di Patricio Guzmán. Quest’ultima pellicola è l’ennesima grande prova di un autore che continua il racconto della storia recente del suo paese, così da non dimenticare l’orrore della dittatura. Con il suo solito stile pulito e con il suo movimento pacato, Guzmán inevitabilmente riesce nell’intento di colpire al cuore lo spettatore. Qualcosa che riesce inequivocabilmente anche a Pablo Larraín, portando sullo schermo una cupa vicenda di preti pedofili confinati in una casa sperduta in un paesino dell’immenso territorio cileno. Il film si può senza dubbio annoverare tra i migliori realizzati dal regista di No, in cui spiccano senza dubbio la sceneggiatura e l’interpretazione degli attori, fra tutti un immenso Alfredo Castro.

Rispetto agli altri titoli in concorso nominati in precedenza, qualcuno di questi merita di essere preso in considerazione. Innanzitutto è doveroso dire come Knight of Cups, una delle pellicole più attese di tutta la Berlinale, sia l’ennesimo film del Terrence Malik degli ultimi anni, continuatore della medesima linea estetica e stilistica intrapresa con The Tree of Life e To The Wonder, per cui si tratta di una pellicola che provoca reazioni completamente opposte: amore infinito oppure odio profondo. Grosse delusioni, a par mio, sono venute invece da parte di due “maestri” come Peter Greenaway e Werner Herzog. Personalmente ho detestato insopportabilmente Eisenstein in Guanajuato, che ho trovato un film poco riuscito sotto molti punti di vista, in particolare quello recitativo, troppo eccessivamente buffonesco. Mentre Queen of the Desert è in fin dei conti un melò assai poco riuscito che però ha l’infausta capacità di riuscire a divertire amabilmente provocando grasse risate nello spettatore. Da sottolineare, negativamente, sia l’orribile prova di attrice di Nicole Kidman sia la pessima sceneggiatura e la recitazione di tutto il cast – James Franco e la sua faccia da schiaffi risultano davvero imbarazzanti. Infine una parola va spesa anche per l’unico film italiano in concorso, l’opera prima di Laura Bispuri, Vergine Giurata. Sebbene, secondo chi scrive, questa pellicola risenta di un forte problema legato alla sceneggiatura e probabilmente la sua collocazione in concorso principale potrebbe risultare forse un poco forzata, in generale, tra il pubblico e i giornalisti stranieri, il film è generalmente stato apprezzato e, vista anche la tematica, ha riscosso anche notevoli apprezzamenti tra la comunità LGBT.

La Berlinale però non è solo il concorso principale. Le sezioni competitive e non abbondano: Fuori Competizione, Panorama, Forum, Forum Expanded, Shorts, Special, Generation, Perspektive Deutsches Kino, Retrospective, Homage, Classic, Culinary Cinema, Lola e per il secondo anno Native – Indigenous Cinema. Tra tutte queste sezioni vorrei spendere una parola per l’ultima menzionata non solo perché si tratta della più giovane di tutte quanto perché ha proposto dei film davvero interessanti. Native, lo dice il titolo stesso, raccoglie film realizzati da registi di origine indigena – in particolare modo di popolazioni che abitano in Sud America – realizzati secondo canoni estetici che siamo soliti definir come “amatoriali”. Si potrebbe credere che le opere proiettate possano risultare di maggiore interesse per un pubblico di studiosi di antropologia ma, in realtà, rivelano un diverso modo di fare cinema che è anche un diverso modo di approcciare la cultura e di conseguenza vedere e interpretare il mondo. Queste pellicole appaiono dunque piccole epifanie su universi per lo più chiusi e sconosciuti ai noi occidentali. Bisogna dare il merito alla direzione della Berlinale di aver avuto il coraggio di portare queste cinematografie così sconosciute sotto i riflettori di un grande evento festivaliero, venendo anche premiata da una buona affluenza di pubblico.

Il fascino della Berlinale è tutto qui: un evento capace di coniugare tutti gli aspetti del mondo festivaliero – i concorsi, il glamour, la cinefilia, il mercato dei film (l’European Film Market è sempre il secondo più grande mercato di settore in Europa dopo quello di Cannes) gli eventi per professionisti e per giovani registi, il pubblico che affolla le proiezioni a cui ha accesso facilmente e pagando un biglietto relativamente di poco superiore alla media normale di un qualsiasi spettacolo durante il weekend – in un’unica grande kermesse in cui tutto funziona alla perfezione e senza intoppi. È impossibile non restarne affascinati. All’anno prossimo.

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