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66° Internationale Filmfestspiele Berlin
Berlino, 11 – 21 febbraio 2016

Quattro anni dopo l’inattesa vittoria dei fratelli Tavani con Cesare deve Morire, l’Italia trionfa ancora a Berlino, aggiudicandosi il prestigioso Orso d’Oro di questa edizione numero sessantasei grazie al bellissimo Fuocoammare di Gianfranco Rosi. Con questo ambito premio Rosi diviene uno dei pochi registi capaci di aver vinto ben due dei principali festival cinematografici al mondo, la sua pellicola precedente Sacro GRA vinse infatti abbastanza inaspettatamente la settantesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

La vittoria di Rosi si può senza alcun dubbio considerare meritata non solo per il soggetto di attualità e il suo contenuto politico – certamente d’aiuto nella competizione vista la propensione alla vicinanza ai temici etici, morali e appunto politici che la kermesse berlinese professa ormai da anni – ma anche, se non soprattuto, per quello filmico. Fuocoammare è infatti un documentario che racconta in modo il più possibile oggettivo della vita a Lampedusa e dei suoi abitanti, abituati ad accogliere e ricevere sulle loro coste, orde numerose di migranti in fuga dai loro paesi d’origine. Lo sguardo di Rosi si posa sia sulla migrazione e i suoi effetti sia, se non in maniera preponderante, su alcuni cittadini dell’isola alle prese con le loro vite quotidiane, quasi non curanti, sebbene mai indifferenti, di un fenomeno che per il resto del mondo assume i toni dello scontro. Notevole la scelta del regista – che ha abitato per un anno sull’isola per conoscere meglio il suo soggetto e per immedesimarsi – di seguire la vita di un bambino che ha problemi di vista, una figura che si erge a simbolo della miopia del mondo occidentale verso la tragedia umanitaria che si svolge in quello stretto pezzo del mediterraneo.

Di segno politico anche l’orso d’argento Gran Premio della Giuria al film Death in Sarajevo di Danis Tanović, un racconto che riporta Sarajevo al centro della scena mondiale, ricollegando la sua importanza per le vicende che hanno generato la prima guerra mondiale con il conflitto nei Balcani negli anni ’90 del Novecento. Gli altri Orsi d’Argento assegnati dalla giuria del concorso principale, guidata per l’occasione dall’attrice americana Meryl Streep sono andati: il premio Alfred Bauer a A Lullaby to the Sorrowful Mystery di Lav Diaz, l’ennesimo lunghissimo (ben otto ore) capolavoro del maestro filippino; il premio come miglior regista è andato a Mia Hansen-Løve per L’ avenir, un film toccante, forse il suo più riuscito; il premio come miglior attrice è stato assegnato a Trine Dyrholm Kollektivet in The Commune di Thomas Vinterberg, una pellicola che lascia molti dubbi, mentre quello di migliore attore va a Majd Mastoura per il film Inhebbek Hedi di Mohamed Ben Attia; miglior sceneggiatura l’ha vinta Tomasz Wasilewski per United States of Love di cui ha realizzato anche la regia; infine è stato assegnato un contributo alla migliore fotografia a Mark Lee Ping-Bing per la pellicola cinese Crosscurrent di Yang Chao.

Sicuramente tra le cose migliori visti quest’anno alla Berlinale vi sono sia cortometraggi di Berlinale Shorts, sia quelli di Berlinale Generations. Il corto vincitore dell’Orso d’Oro è Balada de um Batráquio di Leonor Teles giovanissima regista di origine rom, qui alla sua seconda opera filmica ancora una volta un documentario incentrata sulle tradizioni zigane nel suo nativo Portogallo. Una vittoria che per certi versi ricalca quella di Fuocoammare nella competizione prinicpale, un film oltre che esteticamente degno anche tematicamente pregnante. Di tenore politico anche l’Orso d’Argento e menzione della Berlinale agli European Film Awards, anche il bel A man returned di Mahdi Fleifel, altro documentario incentrato sulla vita in un campo profughi palestinese in Libano di un ragazzo divenuto tossicodipendente da eroina in seguito alla sua fuga in Grecia alla ricerca di un mondo migliore. Infine il premio Audi Short Film Award è andato al taiwanese Anchorage Prohibited di Chiang Wei Liang. Nelle sezioni Generations, dedicate ai bambini e agli adolescenti, devono essere menzionati il cipriota Semele di Myrsini Aristidou, già in concorso nel 2015 al Festival di Toronto, un bel racconto su una ragazzina e suo padre, vincitore del premio per Generation Plus come miglior cortometraggio e A Night in Tokoriki di Roxana Stroe, che si è aggiudicato il premio come miglior opera corta per Generation 14Plus, una divertente commedia su una festa di compleanno che si trasforma in un divertente caos.

Sempre da Generation 14Plus, degno di nota è senza dubbio il Cileno Las Plantas di Roberto Doveris, film che si è aggiudicato la sezione mentre troviamo in Forum il bellissimo Ilegitim di Adrian Sitaru, che porta alla Berlinale un’opera dura, su un argomento taboo – l’incesto – raccontata con la veridicità tipica del cinema rumeno. Un film davvero low budget, girato velocemente ma nel quale il rapporto tra gli attori e il regista diviene cruciale per portare sullo schermo una delle migliori pellicole viste recentemente.

Come ogni anno assieme al Festival ha preso parte l’European Film Market che sempre più è divenuto il luogo d’incontro principale per gli incontri tra professionisti in Europa durante la stagione invernale, richiamando operatori di mercato da tutto il mondo, nonostante il freddo che di solito attanaglia la città di Berlino nel mese di Febbraio. All’anno prossimo.

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