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BFI | Ken Loach in Conversation with Cillian Murphy
Londra, 28 maggio 2015

All’interno della cultura cinematografica britannica, Ken Loach è una figura mitica, un gigante dell’industria e dell’arte con cinquant’anni di film e televisione alle spalle. Il suo rimane uno dei rari esempi di cinema civile che negli anni non ha mai perso il suo insopprimibile (e per questo, spesso censurato) spirito critico. BBC Arts ha deciso di onorarne il talento e la carriera con un evento speciale, Ken Loach in Conversation with Cillian Murphy, all’interno della serie The Genius of British cinema. Il British Film Institute ha messo a disposizione la sala e una proiezione omaggio de Il vento che accarezza l’erba. Io c’ho messo carta e penna, e più sotto trovate il racconto della serata. Qui di seguito invece, per gli anglofoni, c’è il filmato integrale della conversazione.

[Lo ammetto: vado agli eventi cinematografici perché sono una vittima della celebrity culture. L’idea di starmene lì, nella stessa sala con l’attoreilregistailproduttore di cui ho visto i film placa la mia smania da groupie. Questo, e giustificare con i miei amici il fatto che al cinema ci vado davvero troppo spesso («Ah sì, ma stasera è diverso, c’è anche il dibattito alla fine – no meglio, il Q&A con il regista»)].

Cillian Murphy ha fatto del suo meglio, ma complici i serrati tempi televisivi dettati dalle telecamere della BBC e la sua (palese) scarsa dimestichezza nel gestire un evento del genere, la conversazione è germogliata un po’ in tutte le direzioni, con risultati alterni. La ricchissima filmografia di Loach ha offerto molti spunti, partendo da Il vento che accarezza l’erba, passando per le primissime produzioni televisive (Cathy Come Home) e per arrivare alle commedie degli anni Novanta (Riff-Raff) e ai drammi degli anni Duemila (Sweet Sixteen). A parer mio, i momenti migliori son stati sicuramente quelli in cui Murphy ha messo in campo punto di vista dell’attore, invitando Loach a parlare del suo modo di fare cinema – dall’organizzazione delle sessioni di casting, al rapporto con gli scrittori, fino al comportamento sul set. Ma procediamo con ordine.

Il vento che accarezza l’erba

Palma d’oro nel 2006, il più alto riconoscimento nella carriera di Loach ad oggi, la coproduzione internazionale (cui partecipò anche l’italiana BIM Distribuzione) è per ovvi motivi al centro dell’attenzione della serata. Loach risponde con pazienza alle domande e alle critiche che a più riprese gli son state poste dal momento della sua uscita in Regno Unito, senza aggiungere nulla a quanto già detto in passato.

Quando ho iniziato a studiare la guerra d’indipendenza irlandese (1919-1921) ho affrontato l’argomento secondo una chiave interpretativa precisa, quella che considera l’Irlanda (e insieme ad essa molti altri territori, fuori e dentro i confini nazionali) una colonia della classe dirigente britannica. Nel realizzare questo film volevo rispondere a domande altrettanto precise: che cosa era accaduto dopo la dichiarazione d’indipendenza? Quanti sogni, quali speranze erano state perdute per sempre? Fino a che punto i britannici furono responsabili di tali perdite? […] Il vento che accarezza l’erba non s’interessa di appartenenze nazionali, bensì di lotta di classe. L’indipendenza irlandese e la guerra civile che ne seguì è in questo senso un esempio della lotta degli oppressi contro gli oppressori, della classe operaia e contadina contro i padroni e i proprietari terrieri. Queste sono le storie che voglio raccontare, a prescindere dal luogo in cui accadono. Eppure, quando il film uscì nelle sale in Regno Unito, la stampa conservatrice gridò allo scandalo: il Times e il Daily Mail lo definirono la peggior specie di propaganda pro IRA, al pari del lavoro di Leni Riefensthal per il regime nazista; il Telegraph disse che alimentavo l’odio nei confronti del mio paese.

[Se ne volete sapere di più, qui potete trovare un’analisi del film che risponde a quasi tutte le domande che sorgono spontanee: si discute del valore artistico del film (sopravvalutato, concordo), del valore politico del film (esplosivo, per ragioni più o meno condivisibili) e soprattutto dell’accuratezza storica (controverso, ma mai disonesto o bugiardo).]

La conversazione si fa interessante quando Murphy e Loach commentano una scena del film, il momento dell’esecuzione di un giovane delatore all’interno della truppa guidata da Damien O’Donovan, il personaggio interpretato da Murphy.


Murphy ricorda che il momento dell’esecuzione gli fu comunicato la mattina stessa, perché il copione veniva consegnato alla troupe giorno per giorno; ciò gli permise di vivere la sceneggiatura, anziché assimilarla da un punto di vista meramente razionale e riprodurla al momento delle riprese. Loach riprende e incalza, raccontando con chiarezza il suoi metodo di lavoro:

Non credo particolarmente nell’efficacia della lettura del copione prima dell’inizio delle riprese. Ho sempre cercato di girare un film in sequenza perché è importante gli eventi prendano forma davanti alla cinepresa, e non il contrario; uno dei vantaggi delle riprese in sequenza è che permette di costruire una memoria emotiva del girato, che gli attori possono utilizzare nelle scene successive. Un regista deve dirigere per gli attori, non malgrado loro: penso che il mio lavoro fosse paragonabile al tentativo di far arrivare a valle l’acqua di una sorgente, costruendo i canali e liberandosi degli ostacoli che ne impediscono lo scorrere libero e naturale.

Cathy Come Home, la BBC e far germogliare le idee


Senza soluzione di continuità il discorso si sposta su Cathy Come Home, episodio numero 72 della serie The Wednesday Play trasmesso dalla BBC nel 1966 per la regia di Ken Loach. La tragedia di Cathy e della sua famiglia, sfrattati e costretti a vivere per strada perché il marito è diventato improvvisamente disoccupato, segna un cambiamento epocale dal modo di fare televisione di allora e catapulta Loach sotto le luci della ribalta, come racconta lui stesso:

Grazie al lavoro e alla testardaggine di alcuni produttori, Cathy Come Home cambiò le regole del gioco: gli sceneggiati televisivi che fino ad allora erano realizzati in studio si spostarono nelle strade, le riprese realizzate in 16mm con la camera a mano. All’epoca c’erano solo due canali e mezzo in TV, un quarto della popolazione del Regno Unito vide la trasmissione, perciò fu naturale che Cathy Come Home generasse un dibattito nazionale. La troupe fu addirittura invitata ad un incontro con l’allora Ministro delle Infrastrutture sul problema degli alloggi in Regno Unito!

Murphy non si lascia sfuggire l’occasione, e cerca la polemica chiedendo se la BBC accetterebbe di mandare in onda qualcosa come Cathy Come Home oggi. La risposta di Loach è come sempre limpida:

La BBC è sempre stata sottoposta a controllo governativo, ma ho l’impressione che in passato ci fosse più spazio per la creatività, per le scelte avventurose; ora sembrano tutti terrorizzati dalla possibilità del dissenso, ovvero scambiano delle posizioni assurde come diversità di opinioni. Un esempio recente è stato l’assurdo dibattito su BBC Radio4 sul ruolo dei sindacati nel finanziamento al Labour – pare che oggi come oggi sia legittimo essere contro degli organi di rappresentanza democraticamente eletti come i sindacati, mentre nessuno osa dire nulla contro i multimilionari che versano fondi di dubbia provenienza nelle tasche dei Tories! Credo che la mancanza di un pluralismo genuino sia un grosso problema per la creatività, sia nella televisione sia nel cinema: in un terreno sterile non si possono coltivare idee e gli autori che, piaccia o meno, sono la linfa vitale di questo mestiere, soffocano.

Dare vita alle parole sulla carta: scegliere gli attori giusti, trovare la voce del film


Ancora una volta il discorso cambia direzione, concentrandosi sulle scelte di casting e sugli attori presi dalla strada, fil rouge che percorre tutta la produzione di Loach. Lo spunto è offerto dal commento ad una breve scena di Sweet Sixteen, che nel 2002 vinse il premio per la migliore sceneggiatura a Cannes. La bravura degli attori è impressionante, specie se si considera che sono quasi tutti esordienti; Loach spiega che più che fortuna, intuito o genio, il merito delle scelte va a delle interminabili sessioni di casting, e al lavoro di squadra:

Il miglior modo per trovare dei bravi interpreti è lavorare di concerto con dei bravi direttori del casting. Insieme leggiamo il copione e poi andiamo in cerca delle persone che possono dare vita alle parole sulla carta; mi piace pensare che un buon film sia fondamentalmente un buon documentario di una sceneggiatura. Questo significa spesso delle interminabili sessioni di casting, con numerosi provini che ci permettono di osservare il linguaggio, il ritmo, le emozioni di una performance. Durante le selezioni ci chiediamo anche in che modo la storia della persona che abbiamo davanti può arricchire quella del personaggio che interpreterà. I personaggi dei miei film non vivono nel vuoto pneumatico in cui sembra che vivano tutti i personaggi del cinema; di Liam [il protagonista di Sweet Sixteen, nda] puoi riconoscere l’accento, la classe sociale a cui appartiene, e quanti soldi ha in tasca – sono questi i tratti che rendono la sua storia così appassionante.

Loach ritorna a più riprese sul concetto del film come opera collettiva, che si nutre di talenti diversi tra loro. Commentando una scena di Riff-Raff e la collaborazione di lunga data con l’attore Ricky Tomlinson, Loach dà ancora una volta prova di estrema umiltà:

Realizzare un buon film è un’impresa per certi versi paradossale: è necessario trovare una squadra di persone le cui voci siano interessanti se prese da sole, ma possano al contempo produrre un’armonia che dia al film una voce unica e inconfondibile. Quando trovi queste persone, non devi lasciartele sfuggire! Ho imparato moltissimo da Paul [Laverty, sceneggiatore dei film di Loach da quasi trent’anni ormai, nda], dal direttore della fotografia, dal montatore e dal tecnico del suono con cui ho lavorato in tutti questi anni. Queste professioni sono riconosciute oggi per il loro valore all’interno dell’industria, anche se ce n’è una che rimane tuttora sottovalutata – e sottopagata: quella dello scrittore, vera scintilla creativa nella realizzazione di un film.

E poi, il futuro

Dagli anni Sessanta Ken Loach è diventato uno dei pilastri del cinema e della televisione britannica, raccontandone le storie e riconoscendone i cambiamenti; straordinariamente prolifico, il suo ultimo lungometraggio Jimmy’s Hall è del 2014, un ritorno all’Irlanda. In chiusura, Cillian Murphy non può esimersi dalle domande di rito – quale futuro c’è per il cinema in Regno Unito? E ci sono nuovi film per Ken Loach all’orizzonte?

I risultati delle ultime elezioni politiche con la vittoria schiacciante dei Tories mi hanno molto amareggiato, e sono molto preoccupato – non solo per il cinema, ma per il paese in generale. Vedo tanta tristezza, tanta alienazione intorno a me; le persone che incontro sembrano aver perso fiducia nel futuro, nella possibilità di un cambiamento. Ma non possiamo fermarci: non ci ha fermato la censura della Thatcher negli anni Ottanta! È necessario proteggere e coltivare i talenti, i produttori audaci, gli attori che decidono di interpretare ruoli controversi. Ci sono ancora tante storie da raccontare.

— titoli di coda

‘In Conversation – 2: Ken Loach in Conversation with Cillian Murphy’
© BFI & BBC Arts | 2015.

‘Sweet Sixteen End Credits’, musica composta da George Fenton, dall’album ‘Sweet Sixteen Original Score’, [P] Debonair | 2002

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