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Biografilm Festival | vite connesse
Bologna, 5-15 giugno 2015

Duemilaquindici. Baffetti che sprizzano quasi in sordina sulle facce di chi, come noi, si guarda indietro spesso, volentieri, e senza troppi rimpianti. E quindi eccoci, di nuovo a Bologna, io e il Manute, come ai tempi randagi delle corse notturne per agguantare il ventisette, a misurarci e misurare il mondo tra uno spritz e l’altro, al Biografilm Festival. L’ultima volta ci eravamo stati nel 2011. Qualche capello in meno, qualche giro a vuoto nel taccuino di gara, ma la maglia numero nove, quella, non ce la leva nessuno: un, due, tre, si va.

Retto e diretto dal sempiterno Andrea Romeo, l’undicesimo giro del festival biografico bolognese si tiene un po’ a distanza dagli immaginari di grande risonanza collettiva che ne hanno caratterizzato l’evoluzione negli anni passati. L’edizione 2015 prova a indagare un angolo diverso, affrontando la proliferazione delle tracce mediatiche che caratterizza l’esistenza umana nelle società tecnologicamente avanzate, per tornare comunque a porsi – come chiosa lo stesso Romeo – il quesito che appare in filigrana a ogni impresa biografica: «cosa di un’intera vita è davvero importante rappresentare?»

La domanda sembra retorica, ma l’impressione è fuorviante. Già nel 2009 notavo che al fondo di tutto l’ambaradan mitografico in salsa Woodstock ci fosse una questione culturale intrigante: come si trasceglie, nel gran calderone dell’umanità, una vita esemplare, emblematica, che valga insomma la pena raccontare? La scelta – di quella edizione e di quelle successive – di appoggiarsi a immaginari riconoscibili (gli anni Ottanta dell’edizione 2011, per esempio) risolveva il problema spostandolo, per così dire, dal singolo al collettivo: vale la pena raccontare la vita che cattura meglio un certo momento, un certo ambiente, una certa idea dell’uomo e del mondo.

Con Vite connesse la riflessione del festival fa un salto di qualità, e prende di petto un problema metodologico vivissimo per chi si dedica oggi al racconto biografico, specie quello audiovisivo. A chi affidare l’istanza della narrazione, in un’epoca (la nostra) in cui le immagini proliferano senza che nessuno si preoccupi particolarmente di firmarle? Basta pensare per un minuto a un esperimento come Life in a Day (Ridley Scott 2011) per rendersi conto della complessità dei discorsi in gioco.

Poi bon, c’è da dire che di fronte a tutto questo la risposta del Biografilm 2015 tradisce un po’ quell’inflessione paracula che da sempre anima il linguaggio della manifestazione. Così Romeo taglia corto e dopo cotante premesse decide comunque di affidarsi «ai maestri», cioè a quei cineasti che in questi anni sono entrati nella rete di contatti del festival: nomi come Oppenheimer, Garrone, Guzmàn, che comunque per carità, niente da dire.

Tra i volti nuovi (nuovi per Bologna, s’intende) segnaliamo Roberto Minervini, del quale guardatevi adesso (ma proprio ora) il provino de Louisiana (The Other Side), e soprattutto Michael Madsen (non la iena: quello coi baffi qui sotto) al quale si devono perle recenti come Into Eternity e The Visit, e al quale il festival dedica, vivaddio, una retrospettiva completa.

Ad aggiudicarsi il trofeo del concorso internazionale è Patricio Guzmán (in foto), con El botón de nácar, una sorta di pamphlet lirico che mescola riflessioni ecologiche (in senso lato, quasi cosmico) sulla memoria dell’acqua all’indagine sul retaggio del coloniasmo nell’identità culturale cilena, per poi giungere ai massacri della dittatura di Pinochet, tracciando un filo tristemente rosso dalla Patagonia all’isola Dawson.

Che altro aggiungere? La manifestazione guadagna quest’anno due sezioni nuove, dedicate rispettivamente all’arte e alla musica (nella prima c’era pure il documentario su Sclavi: ma io, ahimé, me lo sono perso) ed allarga i suoi spazi all’accollaticcio Parco del Cavaticcio, dove io e Manute, all’ombra dell’ultimo sole, ci sbafammo in splendidezza due spiedini coreani.

Da ultimo, mi pare anche giusto raccontare che da quest’anno il festival ha creato una collezione permanente di film e documentari biografici – un catalogo insomma – destinata a favorire la circolazione dei titoli passati per il festival nei circuiti cinematografici del territorio e sui canali televisivi. L’idea mi piace: vi terrò ragguagliati.

Per il resto vi rimando al mio taccuino d’appunti critici (piuttosto misero, in verità) dal quale conto, nelle prossime settimane, di attingere qualche noterella sui singoli film.

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