// you’re reading...


Sushi | Film

Birdman (o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza) (Alejandro González Iñárritu, 2014)

Who gave this son of a bitch a green card? Sono le parole con cui Sean Penn fa sapere allo scalpitante pubblico del Dolby Theatre e al mondo intero che segue la diretta streaming – in pigiama, anyone? – che il vincitore dell’Oscar al Miglior Film è Birdman (o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza) del regista Alejandro González Iñárritu, secondo messicano in a row a essere premiato dall’Academy dopo la Miglior regia ad Alfonso Cuaròn dell’anno scorso (Gravity). Si potrebbe in effetti aprire la solita parentesi sul perché alla grande festa aziendale del cinema statunitense – citazione necessaria del commento di SKY Cinema – sono così pochi i registi statunitensi effettivamente premiati, almeno negli ultimi anni. Oppure si potrebbe aprirne un’altra sul fatto che forse, semplicemente, l’Academy ha un debole per i piani sequenza infiniti, basti pensare proprio ai 17 minuti iniziali di Gravity. Quindi, io sarei per lasciare da parte del tutto queste parentesi e procedere, batteria incalzante in sottofondo.

Michael Keaton interpreta Riggan Thompson, personaggio fittizio che sta per Michael Keaton. Il paragone Batman – Birdman è già stato diffusamente approfondito in ogni dove, e su questo non ho quindi nulla da aggiungere. Thompson è un attore celebre per il ruolo del supereroe dei fumetti Birdman nella serie di film a lui ispirata, ma che un’intera carriera, o meglio, un’intera persona, venga ridotta dal grande pubblico esclusivamente a quel ruolo è inaccettabile, e quindi cerca di riscattarsi portando in scena a Broadway un testo di Raymond Carver, perché in America per dimostrare di essere un artista impegnato devi lavorare su Carver, con tutti i rischi, gli sberleffi e le ire che ti attirerai perché se hai fatto il supereroe non puoi lavorare su Carver. E quindi, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore sia, e la riuscita dello spettacolo è talmente importante per Thompson da mandare all’ospedale l’attore cane che recitava insieme a lui e farlo sostituire da Mike Shiner (Edward Norton), un altro attore più irritante, ma imbevuto di metodo Stanislaskvij fino al midollo, con un nome rinomato nell’ambiente e nessuna ignominiosa partecipazione a film tratti da un fumetto – fun facts: invece Norton nella realtà fu L‘incredibile Hulk.

Shiner è il classico attore egocentrico abilissimo nel ricercare all’estremo la verità delle emozioni e dei sentimenti sul palco ma incapace di vivere questa stessa sincerità al di fuori di esso: il suo rapporto disastrato con la collega e fidanzata Lesley ne è la prova, così come il gioco che fa con Sam, figlia tossicodipendente di Thompson, sul tetto del teatro. Truth or dare, gli chiede lei, è il gioco più vecchio del mondo, Truth risponde sempre lui. Sam invece preferisce dare, obbligo, sputare in testa ai passanti, sappiamo di lei solo che è tornata dal rehab, la sua storia la possiamo appena intuire. Figlia di un padre celebre e assente si sta ricostruendo, e sta ricostruendo un rapporto con lui, lavorando come sua assistente. Emma Stone è un’adorabile schizzata, con quei suoi occhi giganteschi da far invidia a Tim Burton; spesso il suo problema è quello di essere un tantino sopra le righe, e in questo film può scatenarsi al meglio senza che divenga un disvalore. Suo è anche il compito di calare il microcosmo immutabile del teatro – i cunicoli male illuminati, i camerini polverosi, il richiamo a Radio America di Altman è imprescindibile – nella società moderna, nella società virtuale. L’importante per la nuova generazione è to go viral, come dice schifato Thompson nel confronto con la figlia, e lei gli rinfaccia la totale assenza da ogni piattaforma social, che equivale all’assenza dal mondo. Non puoi aspirare alla celebrità se prima non aspiri a qualche follower. E da qui: non è necessario fare Arte per ottenere seguito, basta dare al pubblico quello che vuole, Birdman in mutande sulla Broadway, al pubblico piace questo, al pubblico piace l’erezione di Mike Shiner in scena. Quello che Thompson vuole però non è semplicemente il successo: vuole una riqualificazione, vuole il riconoscimento di un talento, come quando lo stesso Raymond Carver dopo una recita scolastica gli lasciò una dedica autografata su un tovagliolo da cocktail. E per questo risultato serve la benedizione più difficile di tutte, quella della Critica, qui la temutissima Tabitha Dickinson, ovviamente sola nel bar, ovviamente arcigna, ovviamente mal disposta nei confronti del nostro. Nel mentre, Thompson continua a condurre un dialogo immaginario con il suo alter ego, Birdman, che lo vorrebbe di nuovo sotto la maschera. Al ritmo della batteria che lo segue negli spazi angusti dietro le quinte, sul palco, e nelle rare sortite in una Manhattan estremamente circoscritta, Thompson lotta per tutto il film: con Shiner, con il pubblico, con Tabitha, e soprattutto con se stesso, quel sé che non vuole accettare ma che a conti fatti, lui è. Nemmeno con il suo gesto più estremo, con la sua interpretazione “più riuscita”, “più reale”, “più sofferta” riesce a liberarsi di Birdman: si ritrova semplicemente con una variante di becco sulla faccia, non si può scappare da quello che si è.

Ma soprattutto: è una vittoria scappare da se stessi? E’ davvero un mondo migliore quello in cui vivere una volta smessi i panni del supereroe dei fumetti? A parte l’ovvio – tutti vorrebbero essere un supereroe – non c’è nulla di attraente nell’ambiente altro in cui Thompson aspira a entrare. Rifugge la figura popolare, commerciale, per essere Arte, Arte che però in questo film non fa questa gran figura: per convincere la critica ci vuole del sangue vero, del dolore vero, proprio come la massa da cui teoricamente dovrebbe distaccarsi: People, they love blood dice l’alter ego Birdman – deve essere per forza così l’Arte?

E questa riflessione non può non allargarsi al di fuori del percorso del film: le interpretazioni che sono più “apprezzate” sono quelle della sofferenza. Quest’anno, anche se ancora Iñárritu non poteva saperlo, sono stati premiati una malata di Alzheimer (Julianne Moore in Still Alice) e Stephen Hawking (Eddie Redmayne, La teoria del tutto). Parliamo comunque di attori molto bravi, ma se è una verità universalmente riconosciuta che è più difficile far ridere, perché vincono sempre i ruoli più drammatici? Persino in Whiplash, altro candidato quest’anno, la cinepresa insiste spesso – anche in modo fastidioso, secondo il mio personale parere – sulle ferite alle mani del giovane musicista.

Questo, in effetti, fa della vittoria di Birdman una rottura con la tradizione. This son of a bitch.

Non intendo fare di tutta l’erba un fascio: ci sono milioni di contesti giusti, di modi giusti con cui raccontare il dolore, ci sono scelte stilistiche che possono essere interessanti, e possono essere buona arte. Biutiful dello stesso Iñárritu parlava di un malato terminale. Ma se bisogna servirsi sempre della stessa chiave per accedere a quell’Olimpo dorato di “intellettuali”, se la lettera maiuscola l’assegniamo solo a un determinato genere che in fondo attinge dallo stesso pozzo di quel “volgare” pubblico che piange a calde lacrime guardando stucchevoli servizi al telegiornale, e se persino nelle creazioni più oneste si nasconde comunque un abisso di disperazione – magari di alcolismo, come ci viene ripetutamente ricordato in proposito dell’opera di Carver – allora non è nella liberazione da queste convenzioni che sta l’imprevedibile virtù dell’ignoranza?

Discussion

No comments for “ Birdman (o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza) (Alejandro González Iñárritu, 2014)

Post a comment