Remake del celeberrimo Let me in - diretto nel 2009 da Tomas Alfredson e adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di John Ajvide Lindqvist,Blood Story è diretto da Matt Reeves (Cloverfield, 2008). Distribuito in Italia da Aurelio De Laurentiis, ha rischiato di essere tradotto in nientepopodimeno che Amami, sono un vampiro. E la domanda sorge spontanea: perché dare un taglio così scanzonato e sentimentale? La risposta è ovvia: per accalappiare e arraffare quanto più pubblico tardo adolescenziale possibile, infinocchiarlo per bene, e, ovviamente, deluderlo.
La storia, in breve, narra dell’amicizia e l’amore che nasce tra un ragazzino dodicenne un po’ disadattato, e per questo bersaglio di bulletti di quartiere, con una coetanea che si rivelerà essere una vampira. Blood Story è un remake puro, senza se e senza ma. Stessa storia, dinamiche e battute.
Tuttavia ha il pregio di conservare un taglio leggermente diverso dal film svedese. Regia e fotografia sono diverse, per certi versi, migliori. Se Let me in del 2009, girato interamente in Svezia, complice il clima e la scenografia naturale, si presenta come un film freddo – toni secchi, con brusche alternanze di bianco e blu – la fotografia del remake, ambientato in un New Mexico innevato, è estremamente più calda, giocata con alternanza di toni che vanno dal giallo al rosso fuoco.
Premesso, comunque, che a livello registico sono entrambe pellicole girate molto bene senza alcuna sbavatura, quello americano ha una marcia in più, dovuta a una scelta netta dei piani, giocata con primi piani e campi lunghi. Quello svedese è infatti meno brusco, più lineare, ma allo stesso tempo piatto.
Ciò che però da una marcia in più sono le musiche di M. Giacchino e una scelta di canzoni anni Ottanta che sicuramente strizzano l’occhio al pubblico mainstream. Canzoni, perfettamente calzanti a livello testuale – vedi I’m Burning for You dei Blue Oyster Cult o Do you really want to hurt me dei Culture Club - anche se a tratti risultano un po’ troppo in contrasto per non dire kitsch con il climax e pathos della vicenda – e ve lo dice un estimatore degli anni ottanta che si esalta appena ascolta Enola Gay.
Nonostante i punti a favore siano nettamente per il remake, prediligo l’originale. La recitazione e gli interpret,i infatti, sono nettamente migliori e decisamente più nella parte. Un bel film e un bel remake, in tempi in cui gli americani fanno proprio tutto ciò che possono mentre gli italiani copiano dai francesi e perseverano con sequel ridicoli, non è roba da poco. Godetevi questo (questi) film vampiresco prima che arrivi Breaking Dawn e vi ripropinino Eclipse di stocazzo e Twilight delle mie palle.





USA-Svezia 0-2. Sempre.
Del resto da un mangiarane la metafora calcistica è d’obbligo.