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Sushi | Film

Captain America: Il primo Vendicatore
(Captain America: First Avenger, Joe Johnston, 2011)

Stati Uniti, metà anni Quaranta. Quando gli uomini erano uomini, i neri fuoricampo, gli abiti squadrati e i colori pastello. Lo sforzo bellico è al suo apice, la macchina della propaganda lavora a pieno regime. Steve Rogers è un giovanotto asmatico e mingherlino, scartato cinque volte alla visita di leva ma determinato a servire il suo Paese. Finalmente, il giovane viene selezionato per fare da cavia nel Programma Rinascita e sperimentare su di sé il siero del Super Soldato, prodigioso composto sviluppato dal governo allo scopo di produrre un esercito di biondofusti anabolizzati, sconfiggere il crucco imbianchino e portare a casa la guerra.

Con Captain America: The First Avenger i Marvel Studios si tuffano nel cuore della Golden Age del fumetto popolare americano. Fumettisticamente parlando, Cap è uno che la guerra l’ha fatta davvero. Scomparso nell’interregno che seguì la promulgazione del Comics Code nel 1954, il personaggio venne poi recuperato a metà degli anni Sessanta da Stan ‘The Man’ Lee, grande vecchio alla Casa delle Idee e padre del fumetto superomistico moderno. In breve divenne uno dei volti più iconici dell’intera scuderia Marvel, un eroe diviso tra generazioni diverse – spesso in conflitto – e una figura di riferimento per tutto l’immaginario nazional-popolare americano.

Contando sul fatto che della seconda vita di Cap – congelato alla fine della guerra per essere infine ‘ritrovato’ diverse di generazioni più tardi – ci si occuperà nel prossimo film, First Avenger punta dritto alle sorgenti iconografiche del personaggio. La trama esplora l’immaginario quarantesco della Golden Age, e sembra sforzarsi di mettere sul tavolo tavolo alcune questioni di genere.

Dopo la distruzione del siero, la prospettiva di creare un esercito di super-soldati sfuma e a Rogers – rimasto esemplare unico – non resta che prestare il proprio volto alla macchina della propaganda. In un montaggio a episodi tenuti insieme da un complesso numero di varietà, assistiamo a diverse esibizioni di Cap inguainato nel suo originale completo a stelle e strisce. Lo sgargiante completo verrà dismesso in favore di una più ruvida tenuta in pelle e cuoio una volta al fronte, quando Cap – disobbedendo agli ordini – si chiamerà fuori dalla gabbia dell’avanspettacolo per andare in soccorso di un amico intrappolato oltre le linee nemiche.

Il tono dell’intera sequenza – dal disagio di Cap alla forzata spettacolarità delle coreografie – prende in carico alcuni rimandi interessanti. Da un lato, si parva licet, è difficile non pensare al Flags of Our Fathers del vecchio Clint e alla sua critica alla riduzione propagandistica dell’eroe. Dall’altro, il numero di varietà convoca la spettacolarità muscolare del musical, e sembra in un certo senso indicare una linea di filiazione diretta tra un certo cinema classico e l’intero filone dei comic book movies contemporanei. In altre parole, se da un lato Cap rifiuta la mercificazione simbolica dell’eroe per rivendicare a pieno titolo la dirittura nazional-patriottica della propria vocazione, dall’altro, con l’evocazione della sciarada visiva del musical, il cinema di supereroi pare legittimare i propri eccessi spettacolari.

In questo senso, l’operazione del film può essere letta come il rovescio di Watchmen, cioé come la creazione di una diversa, meno problematica genealogia cinematografica per un genere che i Marvel Studios intendono chiaramente presidiare. Completano l’operazione i gustosi richiami all’immaginario ‘ingenuo’ delle Esposizioni Universali (la ‘World of Tomorrow’ del 1940) e al cinema d’avventura di matrice spielberghiana. Insomma, potrebbe non essere del tutto infondato intravedere qui una strategia di smarcamento, una sorta di messa in sordina dei discorsi introdotti nella cultura popolare americana con la “British Invasion” degli anni Ottanta.

Sotto un profilo meno critico, va detto che come prodotto d’intrattenimento il film rialza decisamente gli standard del genere dopo il deludente pasticciaccio di Thor. Il tocco è leggero e – soprattutto nella prima parte – riesce a convivere con l’epos smargiasso-adolescenziale senza grossi impacci. La trama si sfilaccia un po’ verso la fine, quando le scene d’azione – mediocri – prendono il sopravvento. Ma tutto sommato il risultato resta godibile. Altre osservazioni sparse: il treddì (ma perché?) passa beatamente inosservato, la colonna sonora di Alan Silvestri offre un esempio lampante di tappezzeria sonora. Stanley Tucci sembra quasi crederci davvero, mentre l’interpretazione di Evans riesce molto più simpatica quando – mercé la magrezza digitale – l’attore non scompare dietro la sua mascella da protagonista maschile.

Ma tant’è. Con Joss Whedon chiamato a dirigere The Avengers, le premesse per essere ottimisti ci sono tutte. Per intanto dai, qualcuno mi compri quello scudo.

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