
Il film di Donzelli non può che essere considerato un grande atto d’amore e di testimonianza, un gesto di condivisione che va al di là della semplice esperienza cinematografica, al di là del cinema e dello “spettacolo”. E come tale va giudicato, nel bene e nel male.

Il denaro è tempo. In un futuro imprecisato, l’umanità ha sostituito ogni valuta corrente con il tempo di vita. Gli esseri umani sono programmati per rimanere giovani e belli, ma si devono guadagnare giorno dopo giorno tutti i secondi di vita dopo il ventiseiesimo anno di età, secondi che scorrono inesorabilmente sull’orologio che tutti hanno incorporato nell’avambraccio.
Attraverso il gioco – la recita dichiarata, potremmo dire – Cavalier si lancia con un’incoscienza stupefacente nel buio del paradosso, recuperando, al termine del viaggio, la chiave dei conflitti politici contemporanei, e proponendola quindi allo spettatore sotto le mentite spoglie di una chiacchierata disimpegnata davanti ad un bicchiere di vino.

Da un racconto di Haruki Murakami, Robert Logevall ha tratto questo suo film, che per essere gentile risulta la copia tarocca e da poco di Wong Kar Wai, con l’aggravante di un super ego intellettualoide manifesto e sublimato in un fallo enorme.

Se da un punto di vista sentimentale War Horse fa centro commuovendo, secondo la logica del cinema spielberghiano come piace a me, invece, il film è un discreto fiasco. Messo da parte questo eccesso di sentimentalismo, War Horse sconfina più volte nel limbo della noia, eccezion fatta per gli ultimi trenta minuti in cui assistiamo a una netta ripresa. Rimandato.

Da qualche anno a questa parte, i registi della nuova Hollywood sembrano provare un piacere perverso nell’abbattere ad accettate l’immagine da seduttore mondano di George Clooney. Primi furono i fratelli Coen, poi è stato il turno di Reitman jr. – Jason, all’anagrafe. Buon ultimo è arrivato Alexander Payne, ma con il carico da novanta: nel suo atteso The Descendants, l’ex Batman viene promosso – per anzianità e meriti sul campo, si immagina – allo status di cornuto triste.

Non si esce dalla sala contenti. Ma il flusso di paura, dolore, rabbia, frustrazione e disperazione che fino all’ultimo attraversa il film è un mix così viscerale che difficilmente potrà lasciare indifferenti.

Credetemi, non voglio essere snob. Non voglio disprezzare a tutti i costi il film. Vorrei persino scrivere qualcosa di positivo su Adam Sandler che è pure divertente e piacevole, di solito, ma dovrei bere tanto alcol, dovrei davvero mentire, e non è corretto verso di voi, cari lettori.

La maschera dell’attore, quella invisibile e aderente alla pelle, così come quella feticcio, si confondono con la maschera del serial killer.

Ma voi, se la vostra padrona di casa – esule nazista dichiarata – vi dovesse dire «ah quasi dimenticavo, la casa ha anche un bunker segreto a prova di bomba. Nasconditici dentro e vedi un po’ il tuo ragazzo cosa fa», voi dico, non scappereste lontano correndo per miglia senza voltarvi?

Sequestrados è un film del genere di Funny Games, sia quello bello che quello brutto. Ovvero la paura a danno di una famigliola borghese portata dentro le mura domestiche da un gruppo di malviventi.

Dall’oltretomba arriva la reincarnazione di Cliff Burton a portare scompiglio in una famiglia di depressi cronici. Automi, vecchie arzille e preadolescenti tutti alle prese con il tornado metallaro di turno.

Il film di Brizzi è prevedibilmente istituzionale, pervaso da un moralismo ridondante e noioso, compiacente verso un pubblico altrettanto perbenista, bigotto, represso per scelta, e sotto sotto vilmente ed inevitabilmente sporcaccione.

In chiusura del nostro speciale sul My French Film Festival dedichiamo due giornate ai cortometraggi. Oggi: Aglaée, Petit
Tailleur, L’Accordeur, Cul de bouteille, C’est à Dieu qu’il faut le dire.

Un film che avrebbe potuto essere un po’ di più che un modesto action movie, a conti fatti non si riduce a essere che quello. Un decente film di genere, abbastanza insipido per la verità, con personaggi tagliati (chi più chi meno) con l’accetta e un lieto fine piuttosto insulso.

In chiusura del nostro speciale sul My French Film Festival dedichiamo due giornate ai cortometraggi. Oggi: The Silence Beneath the Bark, J’aurais pu être une pute, Le meilleur ami de l’homme e Trotteur

Locations fiabesche, dentature scintillanti, ricchi ricchi in modo assurdo, gags prevedibili ed un tantino noiose che convergono inevitabilmente in una lietissima fine, colorata da un tramonto in CG, il tutto confezionato in un pacchetto glamour tutto cuori e miele

Dublino, XVIII secolo. Albert Nobbs lavora presso un albergo come cameriere. La sua vita è completamente proiettata sul lavoro e sulla possibilità di aprire in futuro una propria attività. Ma oltre ai soldi Albert nasconde sotto al tappeto un segreto più grande e importante da preservare. Albert è una donna, che ha scelto di vestire gli abiti maschili per fame e disperazione in seguito a una violenza subita.

Discreto, mediocre, carino ino, non so. Non c’è proprio altro da dire. La storia comunque è che lui rincorre lei e un’altra lei rincorre lui, dopo giri, corse contromano, frenate brusche e ammaccamenti vari, la fatidica inversione ad U avvicina lo spettatore ad una fine comunque piacevole.

Da un lato i la crisi del sogno radical chic di lavorare nel settore creativo, dall’altro una storia d’amore complicata che ricalca i vecchi presupposti dei nefandi effetti della mela marcia.

“A un certo punto si smette di cadere. E tutto questo diventa fatturato.”

Un film dall’atmosfera sognante e naive, la storia di Pauline e François coinvolge lentamente ma sempre più nel profondo, con una serie di colpi di scena e fantasmi del passato che pian piano prendono ognuno il proprio posto in una vicenda simile a un gioco di armonie ed equilibri.

Anna ha quattordici anni. Nei ricordi di molti è una pessima età, un po’ qui, un po’ là. Anna legge libri illustrati, impara a fare le giravolte con l’amica; ma accompagna anche la stessa amica a fumare di nascosto, e, frequentando l’amico Pierre, inizia ad avvertire le prime, naturali pulsioni sessuali.

Posizionato sui bordi dell’onda lunga di un recente naturalismo francese che parte da Kechiche e passa per Cantet e in particolare per il suo fortunato La Classe, Polisse è l’opera terza dell’attrice-regista-fotografa-videortista Maïwenn.

Una storia amara, quella raccontata da Molia, che, tuttavia, ha il pregio di non sconfinare mai nel patetico e nella gratuità della lacrima facile. Favola crudele e moderna che cattura la situazione contemporanea francese, anch’essa evidentemente alle prese con una crisi ormai parte di noi.

Dopo il successo di Romanzo Criminale, Stefano Sollima ritorna al cinema con uno dei film italiani più controversi dell’anno. Polemiche inevitabili, stile ruvido e un ottimo cast.

Sono nata troppo tardi per aver visto Margaret Thatcher all’opera. Certamente ne ho avvertito il fascino a distanza: la prima donna a Downing Street non sfugge inosservata. Ma, a parte questo, su di lei ho sentito le opinioni più controverse: ha distrutto l’Inghilterra, ha salvato l’Inghilterra.

Hugo è un bel film proprio a causa della sua grande ingenuità. Che poi è un’ingenuità che in un certo senso vuole imitare quella di un cinema primitivo, il cinema fantastico di Méliès, nello specifico.

Mikhael Hers ritrae un gruppo di sette amici che a venticinque anni si ritrovano a passare qualche giorno nella città che li ha visti crescere, dopo essersi allontanati dal nido chi per un motivo chi per un altro. Il passaggio alla vita adulta è sicuramente una delle tematiche che va per la maggiore al cinema, specie tra i giovani cineasti, spesso troppo sicuri del loro bagaglio autobiografico – più o meno romanzato che sia – e del potere poetico dell’amarcord.

La reine des pommes è infatti un film talmente tanto idiota da risultare non solo antipatico ma anche alquanto fastidioso.
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