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Sushi | Film

Cave of Forgotten Dreams
(Werner Herzog, 2011)

Herzog è uno di quelli che ad un certo punto, anche se sarebbe meglio dire quasi subito, ha deciso che avrebbe fatto il cinema come voleva lui. E a distanza di anni riesce ancora a fare un cinema lucido, intelligente e non scontato, profondo e allo stesso tempo ironico sul destino dell’uomo, sulle contraddizioni del Pianeta Terra, sulla Natura primogenea.

Cave of Forgotten Dreams si inserisce nella linea tracciata da Grizzly Man e L’ignoto spazio Profondo per concedere ancora al cinema documentario un allungo nell’indagine antropologica, alla ricerca ancora di storie da raccontare. Il regista che ha esplorato tutti i continenti della superficie terrestre, in ultimo decide di sprofondarvi visceralmente, immergendosi nel mondo orfico della grotta Chauvet, scoperta nel 1994 e contenente quelle che, ad oggi, sono le più antiche e mirabili pitture rupestri pervenuteci (si parla di 32mila anni fa). La macchina da presa sprofonda in questo ambiente naturale incontaminato, sigillato per millenni e preservato dall’azione del tempo e degli agenti atmosferici, ma all’indagine fisica corrisponde una equivalente disanima spirituale e filosofica che traccia nello spazio ridotto e claustrofobico della grotta, l’intera storia del uomo e dell’umano pensiero, la nascita del mito, proiettandosi alla fine verso il futuro con un ultimo importante colpo di reni.

Come in un antichissimo teatro delle orme, in un primo cinematografo, i disegni sembrano quasi animarsi lungo i corrugamenti della parete rocciosa, sembrano vivi, respirare; diventano – in senso platonico – la rappresentazione accessibile all’uomo di un livello superiore, che trascende spazio e tempo. Da qui la scelta di realizzare un film in 3D, in modo da preservarne tout court la natura. Da qui anche l’eccezionalità dell’evento, e la decisione da parte del regista di non utilizzare più in futuro questa tecnica. Perché la mia più grande paura, è appunto vedere i grandi vecchi del cinema cimentarsi con il 3D. Se abbiamo scampato Bertolucci, giuro che a volte ancora sono percorso da brividi lungo la schiena all’idea che Olmi, dopo aver annunciato il suo ritorno (ma poi aveva mai smesso?) prima o poi dica «farò anche io il mio primo film in 3D». Paura vera.

Il film di  Herzog è un film di recupero, e come i film di questo genere procede in punta di piedi. Dopo il ritrovamento della grotta, il 3D consente di recuperare una dimensione proprio dove spazio e tempo sono stati annullati dalla natura; e proprio dove l’uomo era stato escluso per millenni, il regista – da sempre animato da un grande amore per l’essere umano – indaga sulla natura di questi, grazie a circensi tramutatisi in archeologi, paleontologi vestiti da primitivi, speleologici che riscoprono la loro natura ferina fiutando il terreno.

Una riflessione tagliente che culmina con l’immagine di coccodrilli albini in una vaca tropicale ricreata dalla mostruosa centrale nucleare costruita poco distante dalla grotta Chauvet che diventa metafora dell’orrore di fronte ad un uomo che si è perso nel corso della storia ed è divenuto altro rispetto a quello che ha pietrificato l’incanto all’interno della grotta.

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(Werner Herzog, 2011)”

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