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Cinque pezzi facili sugli Oscar 2015

Uno. Se guardiamo il bicchiere mezzo vuoto, la cerimonia che assegna gli Oscar guarda più alla celebrazione e alla promozione dell’industria cinematografica americana che al cinema inteso come forma d’arte. Si vede chi passa sul tappeto rosso (in italiano moderno viene chiamato red carpet), si ammirano i vestiti e i gioielli delle attrici e ci si fa affascinare da un mondo che una volta di più fa brillare le sue lucine colorate.

Se guardiamo il bicchiere mezzo pieno, la lista delle nomination non solo è l’occasione più importante che qualsiasi spettatore distratto abbia per trovare, nel mucchio, qualcosa che possa piacergli, ma è anche il momento in cui tutti parlano di cinema. Diciamo che gli Oscar hanno la stessa funzione delle olimpiadi per l’atletica leggera o il curling. E in effetti, nella costruzione della mia passione per il cinema, la cerimonia degli Oscar ha rappresentato a lungo un appuntamento importante. Confrontavo nella mia mente i film che avevo visto, prendevo in giro me stesso facendo finta di capire a cosa si riferissero le due categorie chiamate “miglior montaggio” e “miglior fotografia” e in generale tentavo di vedere quanti più film possibile fra quelli andati in nomination. Quelli che vincevano, manco a dirlo, dovevano essere visti obbligatoriamente.

Da ragazzino, come è normale, sognavo di partecipare alla premiazione, di fare l’amore con le attrici e di parlare con i registi. Ora invece andrei volentieri a qualsiasi festival del cinema e non ho nemmeno la voglia di stare alzato fino a tardi per guardare in diretta la premiazione. Eppure sono convinto che senza quelle pagine dalle foto patinatissime sfogliate da adolescente, oggi non andrei mai a spulciare elenchi e cataloghi di quelle mostre. Forse allora questa estenuante cerimonia tanto sfottuta e criticata un suo valore ce l’ha. Un valore di gran lunga superiore a quell’aspetto esclusivamente commerciale di cui si lamentano folle di snob e ottusi.

Due. L’anno 2015 è stato l’anno di Birdman. Non ha affatto vinto tutto quello che poteva vincere, ma ha comunque vinto più degli altri, e i premi più grossi li ha portati a casa lui. Molto spesso i film che vincono nella categoria “miglior film” sono piuttosto sciapi e comunque di facilissima lettura e comprensione. Un bel messaggio rassicurante in una confezione canonica è sempre stato il miglior modo per ipotecare la statuetta. Stavolta invece esce vincitore un film che già dalla sua struttura è dotato di una certa complessità. Birdman – ne parlava un po’ Folquet, qui – gioca con cinema, teatro, arte, critica, vita, frustrazioni, social network e pubblico, per tutta la durata di quel suo lunghissimo piano sequenza che, per quanto finto e creato digitalmente, ingloba perfettamente il flusso di pensieri, parole e azioni che invadono il corpo del film. Come si sa la storia è quella di un attore di Hollywood che vuole riscattarsi da un passato in cui ha raggiunto la celebrità grazie al primo cinecomic e che poi è sprofondato nel nulla in cui gli studios relegano quelli che per ragioni quasi alchemiche non bucano più lo schermo. Birdman però è anche un’allegoria nevrotica e schizofrenica di come un attore di Hollywood vede il suo lavoro. Da un lato c’è il desiderio di fare film che danno celebrità, denaro e ammirazione, dall’altro il volere dimostrare a se stessi che si è in grado di produrre Cultura con la ci maiuscola. Su tutto domina una voglia di amare ed essere amati struggente e impossibile. Lo iato è netto e Iñárritu ne sembra toccato sinceramente. Chiaro, anche in Birdman il confronto fra i due estremi si risolve in una sintesi piuttosto risaputa e innocua, ma molto di quello che la ha preceduta è decisamente appassionante.

Tre. L’Accademy ha premiato la batteria jazz. Intanto perché tutto Birdman ne è sostenuto e sospetto che senza quella colonna sonora il ritmo del film ne sarebbe uscito minato in maniera rilevante.

E poi perché il candidato più serio alla statuetta era Whiplash, cioè la storia di un giovane batterista jazz che incontra un insegnante duro e spietato che però lo porta a eccellere. L’insegnante in questione è J.K. Simmons, il quale si è meritato la statuetta con una prestazione che da sola vale la visione di un film che ha incantato praticamente tutti tranne il sottoscritto e pochissimi altri. Simmons è presente nel film in maniera molto più marcata rispetto al protagonista e anzi direi che è praticamente impossibile immaginare Whiplash senza il suo cranio pelato e nervosissimo.

L’insegnante Fletcher è uno stronzo, un vero tiranno, uno di quelli che porta i propri allievi allo stremo pur di cavargli fuori il 100%. Non è un giusto, non è un burbero dal cuore tenero, non ha idea di cosa sia la compassione. L’unica cosa in cui crede è che se massacra con la necessaria costanza tutti quelli che gli capitano nel corso qualcuno per reazione diventerà bravo ad un livello a cui lui non potrà più cagargli il cazzo. Il che vale a dire diventare un mostro sacro della musica, visto che Fletcher non pare uno che si dichiara soddisfatto tanto facilmente. Se non ci riesci invece i pianti, le crisi di panico e il suicidio sono lì che ti aspettano. E, forse, sono lì che ti aspettano comunque,  anche se diventi il più bravo di tutti, visto che ti hanno insegnato a dare tutto, a svuotarti, prima che tu sappia riempirti.

Quattro. La polemica più allucinante che ha caratterizzato questa edizione ha riguardato il film Selma, prodotto dalla potentissima Oprah Winfrey. In breve: Oprah auspica un futuro radioso in cui anche negli Oscar verranno applicate delle quote per cui devi per forza nominare un nero in ogni categoria. Perché altrimenti sei razzista. Così ad esempio film di qualità meidocre tipo Selma potrebbero avere un fottio di nomination. Intendiamoci però. Il razzismo è un problema serio e Hollywood, un ambiente mostruosamente conservatore, fa fatica a proporre film mainstream con protagonisti neri. Peggio che mai se i protagonisti devono essere pure laureati. Le polemiche, specie quelle sterili, non aiutano però a trovare la soluzione del problema. In compenso,  le polemiche hanno fatto vincere a Glory, una canzone di Selma, l’Oscar come miglior canzone. E questa è una vera ingiustizia visto che Everything It’s Awesome è una di quelle canzoni da ascoltare in loop per giorni e giorni. Io ve le ho messe tutte e due. Ora ditemi voi, ma onestamente, se la canzone di The Lego Movie non è la cosa più bella che abbiate mai sentito. L’altra l’ho messa solo perché ho paura di Oprah.

Cinque. C’è anche un po’ di Italia in questi Oscar 2015! Milena Canonero si è portata la statuetta grazie ai mirabolanti costumi di Grand Budapest Hotel. La piemontese è una che il suo lavoro lo sa fare, a quanto sembra perché oltre ad aver vinto quattro Oscar ha una carriera più lunga della lista della spesa di quei tizi che su Real Time si compravano mezzo supermarket con i coupon delle riviste.

Ha creato gli imitatissimi costumi di Arancia meccanica di Kubrick e con lui ha fatto rivire il Settecento, attraverso una cura maniacale per i dettagli finendo sull’albo d’oro dell’Academy per la prima volta. Con Anderson questa è la sua terza collaborazione. O la quarta contando Castello Cavalcanti (2013), pubblicità in versione corto extra lusso fatta per Prada. Guardiamocela tutti insieme, è un piccolo incredibile saggio su come l’abito, se è quello giusto, possa fare il monaco.

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