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entretien | Gareth Edwards.
Tutto è cambiato, e noi siamo i primi a scoprirlo

Gareth Edwards è il regista modello: giovane, simpatico, spiritoso. Uno con i piedi ben piantati per terra che sa scherzare e fare dell’autoironia, e che non pago del suo essere talentuoso regista vanta un curriculum di effettista straordinario e di sceneggiatore. Monsters, il film di fantascienza low budget che ha segnato il suo esordio, è un piccolo gioiello di sensibilità e talento visionario che finalmente sta per uscire in Italia. Approfittando della cornice del Sci+Fi Trieste, il Cattivo lo ha intervistato davanti a un coca e Jack Daniel’s.

Gareth Edwards | fonte: http://henshinjustice.com/

Mi sembri uno con le idee abbastanza chiare. Come hai iniziato?

Sin da piccolo sapevo cosa avrei voluto fare, cioè sapevo che avrei voluto fare il regista ma non esattamente che film, anche perché ancora oggi, se mi chiedi che film ho fatto, ti dovrei confessare che sono uno che va molto a braccio. Per Monsters non avevamo nemmeno uno script, abbiamo girato in Messico, Belize, Guatemala su questo furgone. Ogni tanto ci fermavamo quando ci piaceva una location, e si girava. Fai te che avevo sulla camera un adesivo con scritto «non so esattamente cosa sto facendo», che era una citazione dello Spielberg de I predatori dell’arca perduta.

Sei uno di quelli cresciuti a pane e Spielberg?

Da piccolo mi chiedevano sempre «vuoi essere il prossimo Steven Spielberg?», e io facevo lo spiritoso e dicevo: «non posso essere il primo Gareth Edwards?» Ovviamente si, sono cresciuto con i suoi film. Ho anche letto qualcosa sui suoi trucchi, ma poi mi sono reso conto che non esiste un corso “Essere Steven Spielberg in dieci semplici mosse”. Così mi sono buttato sulla computer grafica. Era il 1996, in quei tempi eravamo in pochi, io devo ringraziare il mio coinquilino d’allora.

Hai avuto davvero modelli diversi da quelli di genere?

Allora, se mi chiedi quali film mi hanno formato, probabilmente ti direi che io vengo da Guerre Stellari o dai film di Spielberg. Ma volevo fare qualcosa di mio, di originale. Amo la fantascienza, è il mio lavoro. Ma volevamo vivere e rappresentare quello che potevano provare due come Scott e Whitney in una situazione analoga a quella raccontata dal film.

Per questo avete scelto di viaggiare in Sud America? Da dove viene la scelta della location?

Allora, volevamo viaggiare e ci serviva un confine. Era fondamentale per la storia, per l’idea di questi che devono tornare a casa e scoprire che non solo è tutto cambiato, ma che loro sono i primi ad avere subito questa trasformazione. C’erano dei produttori americani, quindi ci siamo detti: «ritornano in America». Il film avremmo potuto girarlo in Canada o in Messico, perché tutte e due i posti hanno dei confini, ma scelsi il Messico perché non c’ero mai stato (ride). E si sono arrabbiati moltissimo quelli di Toronto dove sono andato a presentare il mio film!

Una metafora sull’immigrazione anche?

Si e no. Lo diventa perché si presta. Così come, se vuoi, potremmo dire che il film riflette anche sulla natura dell’invasore, dell’integrazione. Se il film fosse stato girato in Australia sarebbe diventato una metafora sugli aborigeni, se fosse stato fatto in Sud Africa un’allegoria sull’apartheid. Ma questo l’hanno già fatto. Per noi potrebbe anche essere semplicemente una metafora del male: se tu per uccidere un nemico uccidi coscientemente milioni di persone, be’, direi che hai qualche problema. Ed è questo che penso sia il terrorismo oggi, e in alcuni casi la politica. Se Cloverfield era la metafora dell’11 settembre, questa quindi è la metafora sulla guerra al terrore che ne è scaturita.

Si racconta che per Monsters tu abbia conquistato i produttori facendo vedere sul pc un video di animazioni da te fatto, una sorta di promo.

Be’, avevo studiato molta computer grafica, e cercavo di imparare il più possibile perché avevo capito che quello sarebbe sì stato il futuro, ma che era meglio accelerare per evitare la ressa della concorrenza. Ho trovato un lavoro come curatore di effetti visivi e mi pagavano bene, anche perché tutti erano entusiasti dall’idea di poter risparmiare con un semplice pc un sacco di soldi. Ho messo i soldi da parte, e avrei potuto fare il passo, ma una cosa che ti dicono sempre è che non devi metterci del tuo se si tratta di soldi: piuttosto, devi essere in grado di dimostrare che saresti talmente pazzo da farlo. Così ho provato a proporre qualcosa. Quelli della Vertigo furono ben contenti di investire del loro, anche perché si trattava di un low budget.

Quindi ora che hai fatto un sacco di soldi, paghi te per festeggiare il tuo prossimo Godzilla 3D?

In realtà per Godzilla si deve aspettare. Ne stiamo ancora parlando: chiamate, conference calls. Anche dopo ne ho una con gente dal Giappone, dall’Inghilterra e dagli Usa. E’ che in questi casi che ti rendi conto di come Hollywood non sia «ehi,ciao, sono Gareth Edward: giriamo un film». E’ una macchina enorme da smuovere. Una macchina che ha i suoi tempi.

L’andamento a rilento è dovuto ai tuoi impegni come produttore come Monsters 2?

Guarda in realtà ho saputo anche io del buzz pubblicato da Variety, ma allo stato attuale io non sono molto coinvolto nel progetto. Con il team e i produttori di Monsters ho lavorato a meraviglia e mi sono trovato perfettamente in sintonia, ma mi ricordo una riunione in cui loro continuavano a ripetere «il primo film», «questo è il primo film», e allora ho capito che avevano già l’idea di un sequel visto il successo del primo. Ma è che come se tua moglie passasse ogni giorno a dirti «tu sei il mio primo marito»: li ti rendi conto che lei qualcosa ha in testa, e può essere il divorzio, sotterrarti, o qualche dubbio sulla tua salute. E poi, anche nel caso, tu ci andresti mai al matrimonio della tua ex moglie? Però vediamo, per ora facciamo i misteriosi. Io non sono tanto interessato all’idea di un sequel. Piuttosto, mi piacerebbe vedere la reazione della gente a questo film.

Da dove vengono i mostri? Dico, li hai creati con il pc, ma dove hai preso spunto?

Be’, abbiamo fantasticato su una luna di Giove, dove è stato dimostrato che ci sono delle condizioni per avere una specie di oceano sotto la superficie. E cosa vuoi trovarci in un oceano di quel tipo? Ho immaginato qualcosa a metà tra i granchi, i polipi e creature marine. La natura alla fine fa come il mostro di Frankenstein per adattarsi, ed è esattamente quello che ho fatto io, con risultati diversi chiaramente perché, mm, la natura ha sei miliardi di anni per azzeccarci  e brevettare il design, io ho avuto due settimane di concretezza e un anno di bozzetti.

E da dove viene l’idea generale del film, invece?

Lo spunto è nato da una fotografia di alcuni pescatori, ma in realtà Monsters ce l’avevo nella testa, anche se non volevo fare un film sui mostri. O per lo meno non volevo fermarmi a quello. È un po’ come quando da ragazzo hai una ragazza e sai che quella sera è la sera, ci siamo intesi. Insomma, tu vai al supermercato e devi prendere dei profilattici, ma ti vergogni a prendere solo quelli, quindi ti aggiri con aria misteriosa, fischietti, poi prendi del pane, del latte, magari delle barrette e poi oh si, ecco, anche dei condom. Io ho fatto il contrario. Ho messo subito i condom sul tavolo, quindi i mostri li vedi nei primi minuti, poi mi sono concentrato sul resto, cioé quello che volevo fare io.

Cioè volevi fare una storia d’amore? Che poi a ben vedere, sono due, quella umana e quella aliena…

Sì, cioè volevo raccontare di questi due personaggi che si incontrano in un contesto disperato e che si portano dietro il loro bagaglio di solitudini e speranze. Due personaggi molto diversi che si incontrano e scoprono nella storia, per questo avevo bisogno di una coppia vera, e incontrai Scott e Whitney. Per questo sono molto contento quando paragonano il mio film a Lost in Translation o a La Regina d’Africa di Houston. Una storia d’amore… è divertente perché a volte mi chiedono: «volevi fare un film di fantascienza per ragazze?» o «volevi fare una storia d’amore per ragazzi?». Forse dovrei iniziare a rispondere: «no, volevo fare un film porno per gli alieni».

(Trieste, novembre 2011)

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