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Sushi | Insight

E’ tempo di forgiare una spada.
Genealogie dell’epos in Conan il Barbaro

Ai distributori nel periodo estivo viene spesso criticata l’assoluta non volontà di far uscire prodotto di qualità in grado di aiutare le sale. Se la cosa continua ad essere vera per il cinema d’essai, negli ultimi anni le tendenze sembrano essere invertite per il cinema di sfruttamento, anche se vicino ai campioni di incassi si accompagnano film mediocri e abomini. Conan the barbarian 3D non è né un capolavoro né un campione d’incassi. Né tantomeno un abominio. È un film mediocre, uscito in estate con 01Distribution (così come uscì l’anno precedente Salomon Kane per Eagle) per fare da test alla vera uscita in 3D di spessore di Raicinema (o per lo meno quella su cui si punta), I tre moschettieri, che arriverà in sala ad ottobre.

Partiamo da una premessa fondamentale: per chi scrive, Conan il Barbaro di John Milius 1982 è come la Bibbia, il Vangelo, le rovesciate di Bonimba e i riff di Keith Richards. Conan il Barbaro è stato il film della mia formazione.

Chiave di lettura su cui mi piacerebbe soffermarmi: Conan il Barbaro (quello vero) è un film che celebra la donna oggetto. È il film del conquistatore, cacciatore, esemplare da monta, dove le donne si suicidano solo al battere delle mani dei cattivi, dove dopo gli amplessi è lecito buttare le donne nel fuoco e cacciarne fuori demoni paterni (fottiti edipo), bruciare templi in pietra lanciando torce incandescenti con gittate di qualche miglio, oppure prendere a pugni cammelli quando si è strafatti (nel reboot è un pugno di cameratismo alcolico). Ma non è questa la sede opportuna. Per chi fosse interessato, offritemi un paio di birre e sono vostro.

Qui invece mi preme sottolineare come Conan il Barbaro sia stato un successo incredibile di franchise, ben prima del riadattamento cinematografico e del suo sequel. Quindi, in pieno clima di reboot , quello di Conan non poteva tardare. E sarà un bene capire dove vi è la rottura tra il vecchio e il nuovo per capire se la spada di Damocle nella lettura del film in 3D è solo la nostalgia del classico, o se c’è dell’altro.

Poi si dirà che il film di Milius, con i suoi cento milioni di dollari incassati, aveva riscritto il canone e si era assicurato un sequel Conan il distruttore (1984, Richard Fleisher). Si dirà anche che  al cinema è stato il primo di una lunga serie di film ispirati, da Red Sonja a Kull il conquistatore con un Kevin Sorbo ammorbato dall’ansia di prestazione rodato in tv con Hercules, fino ad una lunghissima riproposizione del genere peplum in Italia con nuovi forzuti e nuove tette al vento (un minuto di silenzio per quelle di Malisa Longo in Gunan il barbaro o Thor il conquistatore, rispettivamente di Franco Prosperi e Tonino Ricci). Giusto per sfatare il mito di Conan come film cazzone che spesso da alticcio mi diverto ad alimentare.

Detto questo andiamo per gradi. Da dove viene Conan? Conan è uno spin-off letterario di Kull di Valusia, saga di un guerriero atlantideo, e dalla fonte, oltre all’autore Robert Ervin Howard (che più avanti firmerà anche le storie di Salomon Kane), erediterà anche il cattivo cinematografico Thulsa Doom, lo stregone interpretato da James Earl Jones nel ruolo della vita. All’inizio non ci avrebbero scommesso due lire, poi divenne subito un cult.

Nel 1970 la storia venne scelta dalla Marvel per farne una serie di fumetti. Guarda caso anche qui l’entusiasmo iniziale era pari a zero, poi quelli della Marvel si resero conto di aver appoggiato le loro chiappe a vignette su una miniera d’oro, e riuscirono a sfruttare l’eroe inventato da Howard fino agli inizi degli anni Novante.

Per comprendere la differenza che c’è tra il Conan interpretato da Schwarzenegger e quello da Momoa, oltre alle analisi del sangue che mostrerebbero una cresciuta degli steroidi nel sangue del secondo e una diminuzione in quelli di Schwarzy ai momenti delle riprese (Arnold dovette dimagrire per riuscire a superare la forma Mister Olympia 1970, cioé quella di un gorilla, e brandire una spada), dobbiamo partire dai fumetti.

Le prime storie vennero disegnate da Barry Windor Smith  con uno stile pittorico abbastanza lineare che fecero di Conan quasi un paladino medioevale, ma i padri ideali del Conan divenuto famoso tout court furono John Buscema e Neal Adams, che riportarono il gusto del ferro, i crani fracassati e il sangue ovunqueegratuito. Il passaggio di testimone segnò anche un’inversione di rotta a livello editoriale, con il passaggio da storie inedite alle riduzioni dei racconti originali della saga letteraria. Ecco quindi una prima differenza: il Conan di Momoa è molto più simile a quello di Smith che al predecessore cinematografico; il Conan di Buscema e Adams, invece, è Arnold Schwarzenegger.

Quindi, differentemente da molte altre riduzioni cinematografiche tratte da fonti letterarie, per Conan the Barbarian il problema non è tanto nel rapporto con le fonti, né con il suo predecessore (per quanto questo sia un film immenso). E non è nemmeno il paragone tra Schwarzy e Momoa, perché alla fine Momoa non è nemmeno così malvagio.

Il problema sta nella contestualizzazione di questi elementi all’interno del piano di regia e della sceneggiatura, che lo portano a essere un film fantasy privo di epos.

Nel 1982, visti gli scarsi mezzi, si decise di sovraccaricare l’aspetto epico, soffermandosi maggiormente sull’infanzia e la giovinezza di Conan ad esempio, perché il pubblico non avrebbe retto due trasformazioni di James Earl Jones.

Nel film di Milius può trovare spazio sia il massacro, la macina con le dissolvenze che fanno di Conan il superstite, la formazione come gladiatore e filosofo (anacronistica rispetto ai romanzi). Nel 2011, invece, la bilancia sembra pendere completamente dal lato del fantasy, con annichilimento completo della componente epica davvero carente nella pellicola diretta da Marcus Nispel. Complice sicuramente il budget elevato di produzione, ma non può bastare. Cosa è successo di così radicale in questi trent’anni? La trasposizione sul grande schermo de Il Signore degli Anelli, ad esempio, divenuto fenomeno di costume e metro di misura per l’intero genere del fantasy; la morte del genere peplum in seno anche alla crisi dell’identità culturista, alla riscoperta esasperata del corpo e della body art degli ’80, che oggi è finita da un pezzo.

Nel film di Nispel invece dopo un inizio promettentissimo che vede Conan venire alla luce in un cesareo forzato, e una sequenza di Rapa Nui più sei teste mozzate post massacro 1 vs 6, si procede prima per ellissi, poi con spostamenti repentini sulla mappa dell’avventuriero già uomo Conan (nomadismo che riflette bene la peculiarità di Conan a fumetti dopo la conquista di Aquilonia) impegnato in continue missioni.

Nispel cerca di non annoiare il pubblico passando subito al sodo della vicenda, ma fa l’errore già commesso con Conan il distruttore da Fleisher, confezionando una storia lineare, con un ritmo costantemente rocambolesco senza grandi oscillazioni. Il risultato è un film fantasy che si vede, si gode, si dimentica.
Paradossalmente quindi il disperato tentativo di sovraccaricare l’aspetto adrenalinico ha di contro la capacità di ipertrofizzare l’azione (complice anche una regia poco disposta a concedere qualcosa a campi lunghi e medi).

Il fatto stesso che vengano recuperati e citati (nonostante alcune orride traduzioni in italiota) alcuni luoghi propri dell’edizione a fumetti o letteraria non è poi certo per filologia nei confronti del fumetto/racconti. È un’operazione che viene fatta per inserirsi in un filone, quella del film di successo. La mappa delle terre inventate da Howard sono quindi solo un pretesto. Per le stesse ragioni i duelli con gli uomini sabbia, gli inseguimenti sul dirupo, la caduta nel vuoto, le resurrezioni muliebri guardano ad un film di successo come La mummia, che a ben guardare poi ha dato vita un film come Il Re Scorpione ispirato all’immaginario generato dal Conan del 1982, ma che qui si presenta solo come formula, algoritmo da blockbuster. Paradossalmente il Conan di Milius citava l’universo letterario, si pensi alla Torre dell’Elefante, ma non si curava di farlo correttamente. Il film era Arnold Schwarzenegger, regista e sceneggiatore (Oliver Stone, giusto per dire) quindi potevano citare, utilizzare, prendere in prestito ma anche con relativo poco interesse di quello che stavano maneggiando, a volte concedendosi licenze anacronistiche come nel caso dell’erudizione giovanile del cinnero (cosa che in realtà abbiamo già detto avvenire solo in età tardiva).

Il film di Milius si prendeva quindi più libertà, a volte si prendeva anche meno sul serio come nel caso del pugno al cammello, in alcune citazioni ormai mitiche  come quella di un Conan impegnati a riconoscere il bene iperuranio nello «schiacciare i nemici, inseguirli mentre fuggono e ascoltare i lamenti delle femmine» che nel reboot vengono rimpiazzate da dissertazioni sull’importanza di fuoco e ghiaccio nel forgiare una spada, eppure si respirava l’epos vero. Altra grande assenza, comprimari importanti per la storia e ben sviluppati. Milius e Fleisher si erano permessi Gerry Arciere Sentimentale Lopez impostosi con la miglior battuta di sempre «Piango per lui. Perché lui è Conan il cinnero e non piangerà», il mago Mako e nel sequel l’androgina Grace Jones. Più un cattivo, che pur non facendo un assoluto cazzo per tutto il film, spaccava nei panni di papa nero. Poi per il lol c’erano Franco Columbu e il campione di football Ben Gentle Ben Devidson.

Nel film di Nispel, l’unico degno di nota è il padre di Conan, Corin (Ron Perlman) che se non altro ci regala due uscite da antologia: «quando un Cinnerio ha sete beve il sangue» e un laconico quanto mitico «è tempo di forgiare una spada»; Khalar Zym (Stephen Lang) e Marique (Rose McGowan) fanno persin troppo, ma non riescono a lasciare il segno. Artus, il pirata amico di Conan (Nonso Anozie, come Momoa impegnato in Game of Throne) è piatto, e proprio quando gli è concessa la battuta della vita per incitare all’accoppiamento Conan e la sacerdotessa Tamara (Rachel Nichols) la spreca riuscendo a dire solo «qualcuno ha dimenticato la mappa, vagliela a portare» sorridendo bonariamente. E brutto stronzo è colpa tua se mi sono ritrovato dopo le chiappe di Momoa modi sirenetto sulla paglia chiappe al vento con lei che lo coccola.

Conan. Coccole. Lei. Ti odio. Ridatemi gli applausi, gli amplessi e il fuoco.

Discussion

3 comments for “E’ tempo di forgiare una spada.
Genealogie dell’epos in Conan il Barbaro

  1. Vabbè, ora non esageriamo su quello delle donne. Ci viene fatta vedere una donna che si butta, ma vale anche per gli uomini. E poi per quando riguarda gettare le donne nel fuoco, avviene durante una lotta e poi (meglio non fare troppi spoiler anche epr i film di più di 30 anni fa XD)… e Valeria mi sembra tutto tranne una donna oggetto! XD Così come la madre di Conan, anche se la vediamo proprio poco!

    Posted by Fra X | August 22, 2013, 1:35 am
  2. Non è che non fa niente. Fa semplicemente il super boss che dà ordini e controlla tutti i suoi adepti! XD

    Posted by Fra X | August 22, 2013, 1:37 am
  3. Thulsa Doom intendo.

    Posted by Fra X | August 22, 2013, 1:37 am

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