La carriera di Steven Soderbergh si è svolta finora sotto il segno di un formidabile eclettismo. Egualmente a suo agio tra diversi linguaggi e dimensioni produttive, il regista ha dimostrato negli anni la capacità di integrare le proprie marche stilistiche al regime industriale in cui agisce. Per questo, Contagion rimane prima di tutto un film d’intrattenimento, inquadrabile nel filone catastrofico-pandemico di cui recupera tropoi e scenari: la tessitura corale, la progressione esponenziale dell’epidemia, la discesa nell’anarchia delle città colpite dal morbo, il restauro finale dell’ordine.
Ecco, appunto: ordine. É proprio nellla descrizione del sistema-mondo che mi sembra annidarsi un potenziale spazio di controscrittura. A questo giro, il virus viene dalla Cina con furore. Frutto di un’aberrante e casuale commistione tra pipistrelli e maiali, l’agente patogeno finisce prima in un taglio di carne, per poi proiettarsi nei gangli del circuito mondiale attraverso un rutilante casinò honconghese. Giocatori e personale di servizio, ricchi (occidentali e giapponesi) e poveri (cinesi): il vettore di propagazione è concentrico, attraversa le classi, le etnie, le culture.
Colpisce la quantità di tempo che il film dedica alla ricostruzione dei primissimi passaggi del contagio. La ricerca del paziente zero – identificato nella Paltrow – sembra tradire un’ansia di tracciabilità che non trova spiegazioni immediate all’interno della trama.
(tanto più che l’ultimissima sequenza si incarica di farci sapere che l’identificatione era sbagliata: a infettarsi per prima non è la Paltrow (dirigente della multinazionale responsabile della partita di carne avariata), ma il cuoco cinese che su quella carne mette per primo le mani).
All’origine del disastro è quindi un peccato di negligenza, una leggerezza nei controlli igienici dell’azienda alimentare. Basta pensare a Fast Food Nation per capire che proprio qui Soderbergh ha trovato lo spazio per metterci del suo. L’altra conclusione è che – una volta innescata la miccia – la diffusione del male è inarrestabile. La rete travolge tutti, non c’è frontiera geopolitica che tenga: e, soprattutto, non ci sono strade né percorsi segnati. La pandemia è metafora di una globalizzazione opaca e selvaggia, in cui l’impossibilità di rintracciare traduce l’assenza di responsabilità. Non a caso, l’opposizione che si delinea è duplice.
Da un lato, quello più debole, il film disegna un conflitto tra Primo e Secondo mondo. Marion Cotillard – qui gran pezzo di funzionario OMS – finisce protagonista di una debolissima sottotrama, con un Cinese Buono che decide di rapirla per estorcere alla comunità internazionale le dosi di vaccino necessarie a Salvare I Bambini del suo villaggio. Come dire: sfruttatori contro sfruttati, oppure, a voler tirare fuori un po’ di vetero-marxismo, capitale contro lavoro?
Quando – dietro pressioni di Pechino – gli occidentali consegnano ai rapitori una partita di placebo al posto dei vaccini, la bella Marion ormai convertita alla causa non ci sta, e si chiama fuori per Restare Con I Bambini. Lo spunto ci porta dritti all’altro lato delle opposizioni disegnate dal film: quello tra vecchie e nuove reti. OMS, CSC, l’agenzia americana per le epidemie: le organizzazioni internazionali ‘tradizionali’ sono poste decisamente sotto il segno positivo dell’efficienza, fino agli exempla virtutis della dottoressa che prova il vaccino su di sé e del funzionario che fa ammenda per aver confidato informazioni riservate alla fidanzata regalando la propria dose di siero al figlio dello spazzino.
Più controversa la posizione di Internet, con il giornalista-attivista Jude Law chiaramente affetto da tendenze megalomani e ossessioni complottistiche: come lo stesso Soderbergh sottolinea, c’è qualcosa di vero nelle sue rivendicazioni, ma l’impressione generale è che la ‘rete globale’ finisca per somigliare parecchio al groviglio opaco delle multinazionali. Reazionario? Forse. Per intanto accontentiamoci di Matt Faccione Buono Damon che si ingoia le corna, la pestilenza e tutto il resto e si avventura nelle neve del Minnesota, per regalare alla figlia il suo vestito da prom party, e all’America la certezza dolce delle sue liturgie.
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In effetti non si capisce quale “rete” venga rappresentata come realmente efficace. Jude Law l’abbiamo capito. Ma anche le reti “tradizionali”: l’OMS scambia la Cotillard con l’inganno, il CDC, o come si chiama, fa errori e comunque non riesce a spiegare l’origine del virus (lo vediamo solo noi spettatore con la scena finale, che ricorda il dolly wellesiano). Il virus viene coltivato da un ricercatore che non rispetta il protocollo (Gould), il vaccino viene trovato da un medico che decide di non rispettare i tempi di sperimentazione e lo testa su se stessa. Morpheus, cioè Cheever, decide di far saltare la fila della vaccinazione al figlio del tizio che fa le pulizie nell’edificio dove lavora. Le cose migliori nel film vengono fatte violando le regole.
D’accordo, però i dettagli che citi non mi sembrano risolutori: se pensi a come avrebbe potuto essere gestito il ruolo dell’OMS rispetto agli interessi delle multinazionali, vedi che il segno è comunque decisamente positivo.
E’ vero che scambiano la Cotillard con l’inganno, ma solo perché ‘il governo cinese non tratta con i terroristi’. Il CDC non fa errori, sono i comitati locali e i sindacati che cercano di ostacolare la Winslet, tanto altruista e competente che perfino quando si ammala pensa prima di tutto a quarantenare le persone con cui ha avuto a che fare. Gould infrange il protocollo, ma – come dice la dottoressa a Morpheus – solo per consegnare subito gli esiti della ricerca ‘a noi’ (la rete buona), mentre avrebbe potuto darli ‘ad altri’. Il criterio di distribuzione dei vaccini è più democratico che non si può, e il povero Cheever fa pure ammenda per quel tanticchio di favoritismo di cui si era macchiato.
Se vuoi, più che di efficienza possiamo parlare di limpidezza morale, di ‘tracciabilità’, appunto. Laddove invece l’incapacità di risalire all’origine del virus mi sembra stia più dalla parte dell’asse capitalismo globale – rete informativa globale (le reti nuove, se mi passi la semplificazione brutale).
quoto: Se vuoi, più che di efficienza possiamo parlare di limpidezza morale, di ‘tracciabilità’, appunto. Laddove invece l’incapacità di risalire all’origine del virus mi sembra stia più dalla parte dell’asse capitalismo globale – rete informativa globale (le reti nuove, se mi passi la semplificazione brutale).
Ti prego dimmi che non sei serio
Serissimo. Il problema della ‘tracciabilità’ delle connessioni e dei passaggi è – fondamentalmente – il nucleo centrale del film. Sia dal punto di vista narrativo sia da quello strutturale, se vuoi.
Perché?
Io credo invece che la “lotteria” per la distribuzione del vaccino, con tanto di bussolotto, sia intenzionalmente piuttosto ridicola.
Poi, non c’è dubbio che sia Gould che l’altra tizia (quella che si fa la pera di vaccino sperimentale) agiscano per favorire la “rete buona”, come la chiami. Ma appunto stavo osservando questo: la rete buona funziona solo grazie alla violazione dei suoi stessi protocolli. Funziona anche nel senso “morale” attraverso simili violazioni: Morpheus fa ammenda per il fatto di aver favorito la propria compagna compiendo un ulteriore atto di favoritismo, in barba alle “democratiche” (ma ridicole) regole di distribuzione del vaccino.
E poi democratiche fino a un certo punto: la compagna di Morpheus, già favorita una prima volta quando viene fatta evacuare da Chicago, viene favorita una seconda volta perché lei, se non fosse stata la compagna (la moglie?) del capo del CDC, si sarebbe dovuta vaccinare molto più avanti. Per questo Cheever-Morpheus si ritrova un vaccino in più, e per questo può “scusarsi” col bidello regalando il vaccino a suo figlio.
Mi sembrano minuzie un po’ capziose, onestamente. D’accordo, la violazione dei protocolli c’è, ma essa rimane all’interno dell’organizzazione legittimante. Tenderei a leggerla come la naturale tendenza americana a cercare gli exempla virtutis negli individui eccezionali – anche in deroga delle regole, d’accordo, ma non per questo in opposizione a esse. La decisione di alzare il livello di sicurezza del virus è corretta, la Cotillard – se non venisse rapita – ha ragione nel sostenere che il virus venga da Hong Kong. La dottoressa sperimenta il vaccino su di sé non perché i protocolli siano inutili o sbagliati, ma perché accetta (americanamente) di correre un rischio personale per il bene comune. E soprattutto, a un livello generale di narrazione, il CDC scopre davvero il vaccino, l’OMS non si lascia comprare dalle multinazionali, il governo distribuisce i vaccini in modo democratico. Forse ridicolo, ma nel film non ci sono tracce di distanziamento ironico. Anzi, l’unica traccia di favoritismo (quella di Cheever) viene corretta e bilanciata dal gesto uguale e contrario alla fine.
Ma come fanno a sembrarti minuzie? Che Cheever, dottoressa e professore siano personaggi “americani” non credo cambi assolutamente nulla, in un film come questo (non stiamo parlando dell’Ispettore Callaghan). La violazione delle regole è sistematica, ed è più o meno sempre connotata in senso positivo. Vorrà pur dire qualcosa, in un film come questo.
Io non ridurrei tutto alla questione della “tracciabilità”, che mi sembra una declinazione della tematica “procedurale”, in senso ampio.
Poi, un atto di favoritismo che viene bilanciato con un altro atto di favoritismo? Non mi pare una grande evoluzione, per il personaggio (una soluzione un po’ all’italiana, altro che americana). Moralmente Cheever si ripulisce la coscienza, ma ciò non toglie che continui ad agire in deroga alle regole.
Riguardo alla distribuzione dei vaccini. Il distanziamento ironico c’è eccome: davvero ti sembra che il bussolotto della lotteria (ricordo ancora il fruscio delle palline fuori campo) sia l’emblema della democraticità? Volevi un controcampo su un personaggio che storcesse la bocca o inarcasse il sopracciglio, per esplicitare l’ironia?
E bòn, magari non sono minuzie. Però senti, rimane il mio punto: le ‘violazioni’ sono connotate come deroghe volontarie: la violazione del protocollo non espone la vacuità del protocollo stesso, né tanto meno l’inefficienza del sistema. D’accordo, non è l’Ispettore Callaghan, ma vorrà pur dire qualcosa che tutti i possibili contrasti tra gli eroi e le loro organizzazioni di afferenza sono fatti balenare per poi essere sistematicamente disinnescati.
Di nuovo, quando Gould scopre come coltivare il virus, in quella discussione tra Cheever e la dottoressa si fa esplicitamente menzione del fatto che l’uomo avrebbe potuto vendere la tecnica a chiunque, mentre invece ha subito rimesso il tutto nelle mani del legittimo apparato. Quando la Winslet si ammala e il capo prova a recuperarla, fallisce, ma fallisce solo perché il trasporto riservato è già – legittimamente – impegnato per un membro del Congresso che si è ammalato. I possibili favoritismi nella distribuzione del siero sono apertamente evitati con l’espediente dell’estrazione: fin troppo didascalico, se vuoi, ma pensa a come aveva gestito Emmerich una situazione simile. L’unica violazione ‘problematica’ viene immediatamente sanzionata, sia esplicitamente (Cheever dovrà affrontare il processo) sia narrativamente (la redenzione finale con lo scambio di vaccini).
Cioé a me sembra che tutte queste deroghe avvengano e si giustifichino sotto il segno del sacrificio individuale: gli eroi corrono, americanamente, un rischio per il bene della collettività a cui organicamente appartengono. Non c’è denuncia né critica implicita. In questo senso, vedi come anche la sottotrama famigliare di Damon rientra negli equilibri simbolici della storia.
Dall’altro lato, quando parlo di ‘problema di tracciabilità’ mi riferisco al meccanismo geometrico e impersonale di propagazione che contraddistingue tanto il virus quanto il capitalismo internazionale e le informazioni sulla rete. E da questo punto di vista, la mia impressione è che il film contrapponga gli individui e le organizzazioni che essi esprimono a questo sistema ‘globalista’, in una maniera che magari è improprio definire ‘reazionaria’, ma di certo esprime una posizione critica originale nei confronti di due aspetti della modernità che di solito giocano su fronti opposti.
Comunque, più ci ripenso e più Contagion mi sembra un film notevole. Come scrivevo, credo sia un film “procedurale”, in senso ampio, e un apologo sulla globalizzazione, ma se sospendevo il giudizio circa l’”ideologia” del film, è perché non mi sembra che prenda chiaramente posizione da una parte o dall’altra. Mi sembra che semplicemente ponga il problema dell’efficacia e della legittimità di differenti modelli di diffusione, di distribuzione, di organizzazione, di comunicazione, e che lo faccia ripetutamente, quasi in ogni scena e a ogni livello. Ed è questo quello che mi piace. Non me la sentirei di definirlo come un film “reazionario”.
ecco, per dire. Sull’ultimo numero di Film Quarterly (65.2) Joshua Clover scrive: «But what is so retrograde about the film, finally, is the quiet persistence with which it solicits the audience’s sympathies for the authorities. This is a politics, with or without allegory. In a world gone catastrophically wrong, the only folks to be trusted are government officials, mostly aligned with the Center for Disease Control. I am certain that the CDC is filled with decent folks. But a movie that insists, with aplomb and steely commitment, that civilizational crisis is the time to trust the G-men and women—well, that’s a funny thing, now more than ever. An affirmation of the order of things, without apology or agon. Or perhaps an apology for Che. Both, we assume.»
Ora l’intervento è molto più ampio, e io qui sto estrapolando un po’ brutalmente, però mi verrebbe da dire – anche considerando solo questo passaggio – che il mio ‘reazionario’ e il ‘retrogrado’ di Clover escono dalla stessa impressione.
Folquet – “Per regalare all’America la certezza dolce delle sue liturgie”.
Cahapeu.
Per il resto, sono tendenzialmente d’accordo con le posizioni di Folquet anche se mi sembrano legittime le controargomentazioni dell’Ammiraglio. Leggendo il vostro botta e risposta mi sento di affermare che quell’ambigua problematicità di cui parla l’Ammiraglio è volutamente cercata, ma un implicito sostrato ideologico c’è. La violazione delle regole è sempre bilanciata da uno slancio etico e di abnegazione. Tutto (sembra) partire da una moglie fedifraga. Il blogger anticapitalista è ritratto come un esaltato e alla fine (forse) venduto, i due ragazzi non si accoppiano in attesa del momento giusto. Probabilmente mi sbaglio, ma non ho visto ironia nel film… forse nella tentazione vegetariana del pipistrello, ma non altrove.
Come dice L’Ammiraglio, tutto è molto Americano. Secondo me bisogna chiarirsi su che cosa si intende per “reazionario”. Poi Soderbergh sa girare un film, non ci piove e Marion Cotillard è la donna della mia vita.
Io l’ho visto doppiato. La Cotillard parla come l’ispettore Clouseau…