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due | Duemiladodici: il punto della rotta.
Proposte di intervento

 

Sulle spalle dei giganti: la commedia e i multiplex. Per quanto più volte mi sia espresso criticamente sulle scelte produttive del cinema italiano è innegabile che in Italia ci siano ottimi produttori e che sempre di più, grazie a tax credit/shelter e film commissions regionali il lavoro dei vari Lucisano, Tozzi, Totti, Cerri stia ottenendo degli aiuti prima assenti. Ma questa sfida necessita di essere supportata anche da un dialogo crescente con distributori ed esercenti, e soprattutto da altre forme di aiuto, come a esempio la lotteria del cinema su stampo di quella inglese su cui si stanno preparando tavoli di lavoro. Che poi la scelta ricada sulla commedia, e ve lo dice uno che la grande commedia all’Italiana d’oggi quando può la salta a piè pari, è pacifico: non c’è da avvelenarsi. Dati alla mano è l’asse portante, ma è anche vero che per ogni 3-4 commedie ci può scappare un Romanzo Criminale o un Piazza Fontana. Anche perché non necessariamente il cinema blasonato – vedi i recenti film della Comencini e della Spada – si dimostrano sempre all’altezza. I dati dicono che se c’è un’offerta studiata, forte, vincente, risponde bene anche il pubblico. Essia . Ma a questo punto – anche per dar una mano al partner primario, l’esercizio – è necessario fare scelte coraggiose in grado di aiutarlo davvero. A oggi in Italia ci sono circa 548 monosale che fanno il 10% del gioco. Solo che queste sale spesso non hanno incentivi per passare al digitale, devono far fronte a scelte di ricollocamento degli immobili dati loro in affitto, devono strappare con le unghie qualche pezzo forte alla multisala attigua (perché troppo spesso sono viste come sale di seconda visione), soprattutto spesso non sono attrezzate (né hanno la forza economica) per riuscire a lavorare in estate. Perché, andando a ripescare i 661.548.824 € di fatturato generato a livello nazionale, il 54% è stato prodotto dai multiplex (multisala dagli 8 schermi in su che in Italia sono circa 122), che si sono aggiudicati – anche di fronte al calo dell’offerta di cinema americano – pure il 50% degli spettatori interessati alle produzioni italiane.

Quindi cosa fare nell’immediato? Per la produzione: visto che tentare non costa nulla, provare con la lotteria del cinema. Perché signori, lo Stato i soldi non ce li ha. Non li ha nemmeno per la carta igienica nelle scuole dei vostri figli, figurarsi per un settore che è visto come suppellettile. Ed è inutile lamentarsi ogni anno quando viene spartita la torta dicendo che l’Opera e il Teatro alla Scala si mangiano la fetta più grande. Visto che a oggi lo Stato finanzia l’1% del prodotto italiano (e a onor del vero va detto pure che il sistema è un meccanismo virtuoso auto generante) proviamo a fare senza. Vada per la lotteria, in Gran Bretagna ha portato quaranta milioni di euro, non sono noccioline. Siamo tanto bravi ad utilizzare la tv per qualsiasi cosa, facciamolo anche per questo, sarebbe un favore moralmente dovuto da parte del piccolo schermo nei confronti del fratello maggiore. Vendete i biglietti nei cinema, tanto vendete già di tutto, vendeteli nelle tabaccherie. Di certo quello che non vi mancano sono i volti noti per promuovere l’iniziativa, cioè sarebbe paradossale.

Per l’esercizio: la difesa del cinema di città dovrebbe essere un interesse primario della distribuzione. Perché dopo l’uscita nei multiplex il prodotto per generare il resto dell’utile ha bisogno di andare in profondità. Queste strutture d’altro canto necessitano di alcuni interventi. Prima di tutto strutturali, perché spesso si tratta di platee troppo grandi per poter ammortizzare i costi gestionali rispetto al numero medio di spettatori che richiamano. Quindi dove è possibile è bene trasformare monosala in multisala, in modo da poter differenziare la programmazione e usufruire da un lato degli sgravi messi a disposizione dalla comunità europea per il programma schermi di qualità, giusto per fare un esempio, dall’altro riuscire a programmare qualche titolo forte che i distributori devono avere l’intelligenza e le capacità di mettere a disposizione anche a queste sale.

Per i distributori: gli argomenti principali di cui discutere dovrebbero essere il posizionamento (quindi l’allungamento della stagione) e il digitale (argomento che va a interessare anche le sale). Sul posizionamento lo spunto di riflessione principale è fornito da questo Natale, periodo su cui si erano riposte grandi aspettative per chiudere la stagione in pari rispetto al 2010. Invece nel solo mese di dicembre è stato registrato un calo del 7% (in linea con il resto dell’anno, quindi), passando da un fatturato generato di 83,2 milioni a 79 milioni, e la forbice arriva al 22% se consideriamo tutta l’arcata delle festività (ma i dati in questo caso sarebbero viziati dall’assenza di un fenomeno alla Checco Zalone, in grado di generare da solo 19 milioni di box office in soli 5 giorni). Anche film potenzialmente interessanti come Il giorno in più sono arrivati a Natale ormai sfiniti, arrendendosi sotto i 4 milioni di incasso, e se si pensa che il film di Volo era stato accusato in partenza di essere il carnefice di un buon filmetto come Scialla! (sempre della 01) la cosa fa molto pensare. Occorre allungare la stagione per dare respiro ai film, farli lavorare. È troppo facile puntare tutto sul Natale e poi dire che quest’anno ci è andata male perché tutte le festività sono cadute nel weekend togliendo giorni preziosi per generare utile. Quest’anno si è scelto di posizionare gran parte dei film allo starter del 16 dicembre, e il risultato è che il secondo capitolo di Sherlock Holmes, nonostante sia il trionfatore di queste festività, se ne va a casa con 3 milioni in meno in saccoccia. Le idi di Marzo chiude il periodo festivo con 3,5 milioni, ma avrebbe potuto lavorare molto meglio. Certo poi con la profondità e le rassegne il film continuerà ad avere vita economica, ma visto che si era scelto di anticiparne l’uscita da gennaio a dicembre, tanto valeva forse fare una scelta più coraggiosa, come quella fatta da Medusa con Woody Allen, che uscendo a inizi dicembre (il 9) ha avuto tutto il tempo di sgomitare per arrivare a 8,5 milioni.

Infine, quanto mai centrale diventa il discorso del cinema digitale e del VPF, il finanziamento di 450 € riconosciuto dalle distribuzioni all’esercizio per copia trasmessa, volto a incentivare la digitalizzazione degli impianti. Se è vero che con il digitale in futuro vi sarà un notevole risparmio, a oggi per le piccole distribuzioni il digitale si traduce in costi doppi da sostenere, perché VPF, KDM (le chiavi per la lettura del DCP nel server del cinema), più costo del DCP alla fine costano come una copia in 35mm. Oltretutto, non essendo ancora la digitalizzazione completa, comunque vanno tirate le copie in pellicola, quindi con relativo costo di Dolby, disco ottico, pellicola.

Fermo restando che deve essere chiaro che il VPF non esisterà per sempre – cosa che alla SNAI non darebbero per certa, perché in un Paese in cui paghiamo ancora le accise sulla guerra in Etiopia nessuno scommetterebbe sul fatto che l’esercizio rinuncerà a un finanziamento comunque significativo – occorre sviluppare il discorso, studiare nuove casistiche. Quindi personalmente sono favorevole al riconoscimento di una VPF ridotta per la programmazione inferiore alle due settimane complete, a patto che si tratti, per dire, di una mezza programmazione protratta per due settimane, o una intera per una sola settimana. Perché è vero che in alcune piazze è impensabile e folle pretendere di monopolizzare i pochi spazi gestibili, ma d’altro canto devono esserci maggiori tutele per i piccoli distributori, un’alternativa coraggiosa al monopolio delle major: condizioni che potrebbero fornire del prodotto di qualità e performante nelle fasce annue in cui l’offerta delle major va diminuendo, per esempio i mesi estivi. In questi casi.  forse si dovrebbe parlare sempre di VPF ridotta, e potrebbe essere possibile accontentare sia l’esercizio minore sia i piccoli distributori.

Il problema – come nota conclusiva – risulta più spinoso proprio per le due realtà maggiori, UCI e THE SPACE, che hanno già deciso di proseguire sulla loro strada non allineandosi al gentleman agreement che aveva stabilito condizioni e natura economica del VPF. Con loro si dovrebbe mettere sul tavolo il discorso VPF e il discorso delle finestre, per riproporne una riduzione, ma considerando l’uscita di The Space da Anem (associazione nazionale esercenti multiplex) e la reazione dei due gruppi in questione di fronte all’annuncio di Disney di ridurre la finestra da 17 a 12 settimane per Alice in Wonderland, la strada sembra davvero tutta in salita.

Leggi anche: uno |  Duemiladodici: il punto della rotta. Prospettive sul mercato cinematografico italiano ed europeo.

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