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Sushi | Film

due | The Iron Lady
(Phyllida Lloyd, 2012)

Sono nata troppo tardi per aver visto Margaret Thatcher all’opera. Certamente ne ho avvertito il fascino a distanza: la prima donna a Downing Street non sfugge inosservata. Ma, a parte questo, su di lei ho sentito le opinioni più controverse: ha distrutto l’Inghilterra, ha salvato l’Inghilterra. Il film di Phyllida Lloyd ci comunica più o meno lo stesso, con una vena di femminismo in più. Da una parte c’è un’anziana, malata di Alzheimer, che potrebbe essere una qualsiasi delle nostre nonne: va a fare la spesa con un foulard in testa, e si lamenta del costo del latte. La nonnina, a causa della malattia, continua a confondere passato e presente, e noi riviviamo con lei gli anni della sua inarrestabile ascesa politica, il culmine come Primo Ministro impopolare, ma ben deciso e sempre coerente con se stesso, e l’inevitabile declino. Il tutto condito da un dialogo continuo con il marito morto, al cui ricordo proprio non riesce a dire addio. Toccante. Dall’altra parte, poi, immagini di repertorio ci mostrano vividamente gli anni turbolenti della recessione inglese, il Paese immobilizzato dagli scioperi e dalla disoccupazione, manifestanti schiacciati tra le zampe dei cavalli della polizia. Un’operazione simile  - alternare la finzione a video reali – era già riuscita egregiamente a Stephen Frears nel suo The Queen, e dato che, sempre di una donna inglese si parla, Lloyd avrà ben pensato di cavalcare l’onda. Sono solo supposizioni.

In effetti, è furba la Lloyd. L’anno scorso l’Academy aveva premiato Il Discorso del Re, film che illuminava un altro pezzetto di storia inglese “ai piani alti”. Come a dire che se fino a un paio di anni fa i nazisti la facevano da padroni al Kodak Theatre (vedi Kate Winslet, vedi Christoph Waltz), adesso tocca a famiglia reale e affini. Quindi, vada per la Thatcher. Punto primo, fatto. Punto secondo, ci serve un’attrice che tiri davvero. Chi se non Meryl Streep, che dimostra nuovamente come un’attrice davvero brava alla sua età possa avere un ruolo ancora importante, che non sia la madre del protagonista? Oltretutto, Lloyd e Streep avevano già lavorato insieme. In Mamma Mia!. Che, guarda caso, contava nel cast nientepopodimeno che Colin Firth. Il nostro re preferito. Il cerchio si chiude.

Ma dato che queste, appunto, sono solo supposizioni, il resto del film dà ben poco su cui speculare. Chi era davvero Margaret Thatcher? Io sono giovane, io non ho vissuto quegli anni. Dimmi, Phyllida, chi diavolo era Margaret Thatcher? Perchè quello che il film ci fa sapere su di lei è tutto su Wikipedia. Niente di nuovo sotto al sole. Donna inflessibile, ci concede qualche squarcio di vita privata: l’incontro con Dennis, il futuro marito, una vacanza con i figli, la difficoltà di prendere decisioni come la guerra per le isole Falkland, i primi sintomi della malattia. Ma appunto, sapevamo già tutto.

Non si può negare che qualche spunto interessante ci fosse: tanto per dirne una, la stessa Thatcher ha avuto bisogno di un restyling, non solo estetico. Non è tanto importante quello che dici, ma come lo dici: serve una voce autoritaria per guidare l’Inghilterra. Che poi, la scena in cui la Dama di Ferro prende lezioni di “tonalità” a me ha nuovamente ricordato Il Discorso del Re. Ma sono solo supposizioni. Il resto ha un tocco a volte sentimentale, a volte freddo, senza alcuna presa di posizione, senza alcuno sprazzo di originalità.

Inevitabile l’accento posto sull’unicità di Thatcher come Primo Ministro donna: nella macchia confusa e nerastra dei parlamentari uomini, spicca sempre una certa gonna turchese. Colore che in effetti quando non è nei vestiti ritorna su qualche parete, predomina nettamente la scena in quasi ogni sua sfumatura. Turchese è l’intero film: affatto sgradevole, anche piacevole alla vista, ma senza il coraggio di osare di più. Gli ingredienti sarebbero ottimi: un soggetto molto controverso, attori notevolmente bravi quali Streep e Broadbent, e un periodo storico che si avvicina sempre di più a quello attuale, con l’ombra di una nuova recessione dietro ogni angolo. E invece. Neanche un pizzico di peperoncino, niente che scuota lo spettatore. Sono solo le memorie di un’anziana malata di Alzheimer che non riesce a liberarsi dei vestiti del marito morto, e, guarda caso, una volta era stata Primo Ministro.

(PS. Momento gossip: il Golden Globe a Meryl lo ha consegnato Colin. Solo supposizioni?)

Leggi anche: The Iron Lady secondo Folquet.

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(Phyllida Lloyd, 2012)”

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