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// editoriale | agosto 2017

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Editoriale agostano di quelli che dai vez, lascia stare.

Problema: definire il senso di una cinefilia privata, diciamo anche esistenziale, oggi. Corollario: stabilire la necessità, o financo la necessità di una rivistucola online quale è, o avrebbe potuto essere, questa.

Dice Paul Willemen che quegli altri, i francesi con le sigarette in sala, ai tempi d’oro dei Cahiers, non è che facessero critica (dice lui, non io). Macché. Diciamo piuttosto rispondevano per iscritto al cinema. C’era in loro un’urgenza alla parola, ad appropriarsi della propria esperienza sulla pagina. E pure quel cranio immenso di Serge Daney chiocciava contento che il ‘loro’ cinema era infestato dalla scrittura.

Intendiamoci: la scrittura di cui si parla qui non è quella prefabbricata e cialtrona delle cartelle stampa e delle recensioncine che attenti tutti questo film ci ha già statuetta in tasca. Non a caso dicevo: cinefilia esistenziale. Parliamo qui di un modo di intendere la scrittura che sgorga direttamente da una tradizione umanistica inveterata, per la quale l’atto di scrivere esprime e in un certo senso invera un soggetto, vivo nella Storia e intimamente presente alla propria finitudine.

(che dunque non esistono, anche oggi, anche in Rete, delle prose più originali e meno compromesse, forse per questo oscure e impenetrabili, ma figlie proprio di questa cosa qui, di questo bisogno di misurarsi, e di misurare l’esistere attraverso il cinema?)

Ma sì, ma sì. Il fatto è che a capire sè stessi non basta certo scrivere. Occorrono dei codici, e questi non appartengono all’individuo, ma alle tradizioni, ai contesti, ai luoghi, alle forme del potere: insomma, alla cultura. Del resto, anche nel nostro ormai vetusto manifesto lo si diceva: linguaggi nuovi, per una cultura nuova. Ma quale?

La risposta è (degregorianamente) scontata: sempre e per sempre, quella che avrebbe potuto essere.

Per noi venuti dopo il crepuscolo della cultura umanistica, e dopo la brutta fine (in Italia, per lo meno) di quella popolare, c’è stata, da subito, solo e soltanto quella che si diceva cultura di massa: il consumismo, nella sua accezione più becera e berlusconiana, e – con più bollicine – la cultura pop, sulla quale si è innestata, come testa ipertrofica e monolitica, la nuova cultura di internet.

Questo, signori e signore, è il campo da gioco, il piano del discorso.

Cosa, quindi, avrebbe potuto essere? Qui la scena si confonde. Intuisco che, al cuore della questione, sta proprio la possibilità per l’individuo di continuare a es-primersi. La possibilità cioè di continuare a tirare una linea tra il pubblico e il privato, tra la durata e la Storia, tra parola e linguaggi. Se non proprio un altro dal pop, quanto meno un altro pop. Mi vengono in mente certi scritti contemporanei, Maggie Nelson e giù di lì, che muovendosi tra il saggio critico e la poesia ricicciano fuori i modi del collage modernista, per mescolare vissuto privato e riflessione astratta. C’è la logica dell’accumulo infinito, che è della Rete, si capisce, ma anche il tentativo di costruire uno spazio privato la cui unicità umana non dipenda solo e soltanto dalla fotina del profilo feisbuch.

E sia. Ma il cinema, o meglio, la cinefilia? Come si tira, oggi, quella linea tra schermo e pensieri? Credi davvero che sia una splendida idea, andarcene al cinema Flora a vedere Fellini?

Sequitur, forse.

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