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Talkin' Sushi

// editoriale | quasi novembre 2015

// periscopica

// non servono strade

Benvenuti al futuro. Per chi tra voi passasse le proprie giornate sopra un banano, il 22 ottobre 2015 era il giorno in cui Doc Brown e Martin McFly tornavano al futuro, nel secondo Back to the Future di Robert Zemeckis, anno 1989. Eravamo agli sgoccioli dell’era reaganiana, allora: la fine della guerra fredda si affacciava alle porte, e il decennio di Albano e Romina guardava avanti con lo sguardo pieno di domani.

E così, qualche giorno fa, quando la data si è presentata davvero alle porte del calendario, l’internet ha risposto con quell’entusiasmo collettivo che ogni tanto si scatena intorno ai miti della cultura popolare. Dico miti non a caso: per una generazione (che guarda caso è la mia) la saga dei due scalcagnati viaggiatori del tempo ha definito un pezzetto di immaginario. Esagero: l’impalcatura rocambolesca del racconto, il gusto della riscrittura giocosa del passato, l’esibizione complice del meccanismo narrativo: c’è, in tutto questo, una ariosità ariostesca, uno slancio fantastico e immaginifico che ha lasciato la propria impronta in un certo modo di pensare il futuro, il cinema, la narrazione.

Ovvio che sull’immagine del futuro si potrebbe dire (e probabilmente si è detto) cose molto più intelligenti e sociologicamente ficcanti e quel che volete. Basta pensare che quello stesso ottantesco decennio si aprì coi replicanti di Blade Runner (Scott, 1982) e si chiuse con le lattine colorate della Pepsi Perfect. Epperò, a me piace pensare che proprio in quello slancio fantastico – e non, per dire, nel fatto che un altro Clinton si appresta a traslocare alla Casa Bianca – vada cercata la spiegazione attuale di tanto nostalgico entusiasmo. Del resto è qualche anno ormai che gli anni Ottanta si sono presi, nell’immaginario collettivo occidentale, il posto che ancora quindici anni fa spettava al decennio caldo della contestazione. A questo punto non ci resta che riascoltare il monito del buon vecchio Doc. Io – chevvelodicoaffà – un po’ mi sono commosso.

Venendo alle questioni di casa: settembre e ottobre sono rotolati via senza troppo rumore, ma nelle prossime settimane metteremo finalmente mano ai taccuini festivalieri dell’estate. C’è anche una mezza idea di fare un giro a Torino per vedere che combina Emanuela Martini, più nuovi disegnetti di Cieran Murphy, due o tre recuperi estivi e un paio di anteprime: insomma, state tonni.

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Jas Bones, tecnica mista, 2012.

VENEZIA 72 | MORETTI

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