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Sushi | Film

El disconoscido
(Dani de la Torre, 2015)

Revenge fantasy. L’espressione continuava a ronzarmi per la testa mentre guardavo El desconocido, lungometraggio d’esordio di Dani de la Torre, uscito questo mese in Italia dopo il passaggio veneziano di settembre. La trama è di quelle da pitch fulminante. Carlos, un banchiere galiziano di successo si ritrova, una mattina, mentre porta i figli a scuola, in balia di uno sconosciuto dinamitardo. Invisibile dall’altro capo del telefono, il pazzo gli rivela a) di avere piazzato una bomba nell’auto, b) di essere deciso a farla detonare se il protagonista dovesse provare lasciare il mezzo, e c) di volere, in cambio della vita di Carlos e dei suoi figli, tutti i suoi soldi (e qualcuno in più).

Chiaro che qui la parole chiave è BOMBA. La macchina narrativa del film, almeno per i primi quaranta minuti, è un formidabile gingillo à la Speed (Jan de Bont, 1994), o – se preferite – à la Phone Booth (Joel Schumacher, 2002). Ritmo serratissimo, angoscia che sale di minuto in minuto, montaggio sincopato. Nel mezzo di questa ordalia, Carlos si rivela lucido e padrone di sé, ma la situazione non sembra lasciargli scampo.

El disconoscido (Dani de la Torre), 2015

Con l’ingresso in scena della polizia il film prende aria, la tensione scende un poco e il discorso si allarga a riflessioni più complesse. Perché è chiaro che se BOMBA è una parola chiave, è altrettanto chiaro che la seconda parola è BANCHIERE. Ergo la revenge fantasy di cui all’inizio. Come era prevedibile, il dinamitardo si rivela essere un uomo qualunque, truffato e abbandonato dalle banche, deciso a vendicarsi e vendicare il suicidio della moglie (vendicarsi di Carlos, colpevole di aver venduto alla coppia porcherie finanziarie tossiche e averne quindi causato la rovina).

De la Torre prova insomma a giocarsi la carta dell’ambiguità morale: il protagonista (Luis Tosar) ammette di aver consapevolmente venduto prodotti finanziari tossici senza rivelare il pericolo. Prima che vittima, insomma, è stato carnefice. Epperò la cosa funziona fino a un certo punto. Anche perché il film sta bene attento a lanciare il sasso e tirare indietro la mano: ci sono i bambini di mezzo, e Carlos – al di là della sua discutibile etica lavorativa – è in fondo una persona buona,  come il film si affanna ripeterci in tutte le salse: ama i suoi figli, ama (distrattamente ma onestamente) la moglie, e ha il faccione da cucciolo bastonato di Luis Tosar. Non basta? C’è di più: Carlos è un eroe d’azione, lucido e padrone di sé a dispetto della situazione impossibile, unico ancoraggio per lo spettatore nei primi, formidabili quaranta minuti del film. Basta questo a farci parteggiare per lui senza troppe remore: e tanti saluti all’ambiguità morale.

Se proprio vogliamo parlare di qualcosa, c’è piuttosto da notare come in questo film l’immaginario della crisi economica si esprima nettamente in termini di flusso: la corsa continua dell’auto, i flussi di traffico, i flussi di denaro che Carlos prova a racimolare via telefono per soddisfare le richieste del suo ricattatore. Viene in mente Fredric Jameson, filosofo e critico culturale ammerigano, che già nel 1992 notava come la rappresentazione del capitale dovesse ormai per forza passare, al cinema, attraverso quella impersonale dei mezzi di comunicazione (e trasporto). Questo – alla fine – è il punto di forza del film: la saldatura (efficace) tra un dispositivo di genere – l’eroe d’azione costretto a lottare per la propria sopravvivenza – e una strategia di messa in scena (il flusso, nelle sue varie forme) nella quale riverberano forze geo-politiche vivissime: vivissime, e spaventose.

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