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entretien | uno. Alejandro Brugués
È cosí che parliamo: che parlano i cubani, che parlo io.

Paola Monaldi è una dottoranda che si occupa di cinema cubano contemporaneo. Vive e lavora a Glasgow. In occasione della prima di Juan de los muertos al 33° Festival Internazionale del Cinema Latinoamericano si è recata a Cuba, dove ha incontrato per noi il regista Alejandro Brugués. — folquet

Come introduzione a questa intervista con Alejandro Brugués, il regista di Juan de los muertos, vorrei sollevare una domanda: che cosa significa questo film per i cubani?

Durante il 33° Festival Internazionale del Cinema Latinoamericano mi trovavo all’Havana, e il 7 dicembre assistetti all’anteprima cubana di Juan al cinema Payret, con la gente in fila fin dal primo pomerriggio, la folla impazzita al momento dell’entrata, e l’eccitazione palpabile del pubblico durante tutta la proiezione. E i commenti all’uscita del cinema erano cose del tipo: «Oh! Finalmente anche noi abbiamo un film di zombie, una cosa simpatica», «Proprio ben fatto! Con gli effetti speciali e tutto», «É come un film di Hollywood, no? Pero é cubano!». Un misto di orgoglio nazionale e di ‘era ora’.

Per comprendere appieno questo entusiasmo, va detto che nella Cuba socialista il cinema di genere é sempre stato visto un po’ di malocchio, in quanto supposto veicolo dell’ideologia capitalista (la pura evasione al fine del guadagno economico), e quindi era – se non especitamente proibito – diciamo non praticato. Per contro si é sempre incoraggiato un cinema che fosse strumento di riflessione sociale, che contribuisse alla formazione della coscienza nazionale.

Il cinema cubano tende ad essere un cinema povero in termine di burdget produttivi, e che difficilmente raggiunge i mercati stranieri, sia per mancanza di promozione sia per il localismo delle storie che racconta. Anche rispetto a questo Juan si presenta come una boccata d’aria fresca. Da un lato si appoggia a un budget produttivo da record per un film cubano (2.7 milioni di dollari, di cui é in larga parte debitore alla Spagna); dall’altro nasce inserendosi giá in un filone di genere, la commedia di zombie, che lo rende appetibile al publico internazionale amante del genere, o semplicemente attratto dall’esotismo di questo ‘film di zombie cubano’.

Se nella sua comicitá, nel suo impianto visivo e narrativo, Juan fa perno su referenze cinematografiche note al pubblico internazionale e su un’immagine tendezialmente stereotipata di Cuba, la sua ragion d’essere piú profonda risiede nella realtá del vivere cubano e nella mentalitá che ne deriva. E non c’é dubbio che il pubblico locale goda di un’identificazione privilegiata (come d’altronde é giusto che sia).

Mentre il critico di cinema Ronaldo Pérez Betancourt lo taccia di ‘eccesso’ sul giornale ufficiale Granma, Juan ottiene il premio del pubblico al festival dell’Havana, con 4880 preferenze, che sarebbero state anche di piú se tutte le persone accalcate all’entrata fossere riuscite a entrare. Come regista e produttori hanno sempre ripetuto in ogni apparizione pubblica durante le giornate del festival, il riscontro del pubblico é ció che piú conta per loro, perché Juan è stato fatto per il pubblico, e prima di tutto per il pubblico cubano.

Al termine del festival, in attesa dell’uscita del film nel circuito cubano, si apre una sessione blog sul sito di Juventud Rebelde, dove il team di Juan risponde alle domande del pubblico. Qui di seguito invece, Alejandro risponde a qualche altra domanda per i lettori di Sushiettibili e il futuro pubblico italiano.

— paola monaldi


Alejandro Bugués, fotografato da Diego Calderón

PM: A cinquant’anni dalla Rivoluzione arriva a Cuba la Zombie Revolution. Cosí recita piú o meno lo slogan di Juan de los muertos. Un film rivoluzionario in sè, visto che  inaugura un genere e una maniera produttiva totalmente nuovi per il cinema cubano. E anche un film che, vista la calorosa accoglienza del publico cubano e internazionale, sembra giá destinato a diventare un cult. Il titolo e l’impianto comico del film ricordano la zombie-comedy britannica Shaun of the Dead. É da lí che ti è venuta l’idea?

AB: In realtá l’idea non è nata da Shaun. L’intuizione alla base del film fu del tutto originale, e forte, tanto che decisi di usare il titolo Juan of the Dead pur sapendo che avrebbe causato problemi, nel senso di un’associazione con Shaun. In realtá tutto partí da una battuta che feci a Inti Herrera, uno dei miei produttori cubani, circa un tipo che passava per strada. Lo vidi e pensai che pareva un zombie: «Con gente cosí – dissi – possiamo fare un film di zombie senza bisogno di trucco: lo possiamo chiamare ‘Juan’ of the Dead». Il titolo mi uscí così, in inglese. A partire da lí mi si piantó in testa questa idea di fare un film di zombie.

Cosa ti ha fatto pensare che questo tipo di genere e di umorismo nero potessero funzionare in un film ambientato a Cuba e rivolto primariamente al pubblico cubano?

Be’, se prendi il personaggio di Juan, in realto é basato su mio fratello, Juan, che é della generazione dei Sessanta. Si tratta di una generazione che si è formata quando il socialismo era ancora in auge: una generazione che alla scomparsa del blocco socialista ha visto quel mondo sbriciolarsi. Per loro soprattutto mi pareva che l’idea potesse funzionare. Poi ho iniziato a guardare la realtá intorno a me, e di colpo mi pareva di vedere zombie dappertutto!

Come avete ribadito più volte, Juan vuole prima di tutto divertire il pubblico. Peró mi pare che possa anche far riflettere su quello che sta succedendo adesso a Cuba. Nel film fai riferimenti alla storia del Paese, all’attitudine dei cubani verso la vita quotidiana, ai loro problemi: riferimenti volti soprattutto suscitare il riso, d’accordo. Il riso peró puó anche svolgere anche una fuzione catartica, no?

Certo. Tanto la commedia quanto i film di zombie hanno sempre svolto la funzione di commento sociale, satira, critica, etc. E la combinazione dei due é la formula perfetta! Poi sí, puó esserci una catarsi – come credo che in  forma diversa capiti un po’ in tutti i film. Il fatto che ci siano riferimenti alla storia di Cuba e alla vita quotidiana del posto si deve precisamente al fatto che, nel fare una cosa tanto folle come un film di zombie ambientato a Cuba, in fondo volevo mantenerlo il piú possibile reale. Dato che il genere in sé non é molto realistico, ho deciso di appigliarmi il piú possibile alla realtá. Se ci fai caso, moltissime cose sono prese tali e quali dalla vita reale: l’esodo, l’auto-galleggiante…

Juan é stato ben ricevuto sia dal pubblico cubano sia da quello straniero, tanto che si è portato a casa il premio del pubblico in quest’ultimo festival del cinema dell’Havana, come pure in altri festival internazionali. Peró immagino che ci siano differenze nel modo in cui é recepito da un cubano e da uno spettatore straniero. Il cubano riconosce sullo schermo la sua realtá; lo straniero gode di una certa dose di esotismo nel vedere questi zombie brancolanti sul Malecón, peró gli manca la conoscenza diretta del contesto in cui é radicata la pellicola. Tu che ne pensi? Perché da un lato Juan si presenta come una pellicola di genere e mette in campo tutto un sistema di citazioni, che vanno dal film di arti marziali  a Matrix passando per i film di catastrofe e di fantascienza, dall’altro tutto questo é presentato in un luogo inedito: La Havana. Come vedi questo doppio rapporto del film con il publico locale e straniero? Ci avete pensato in fase di realizzazione?

Sí, ho sempre saputo che il film conteneva cose che funzionano di piú a Cuba, e altre che funzionano piú all’estero. E va anche detto che i cubani non sono molto esperti in tema di zombie. In alcuni punti ci sono riferimenti a classici del genere che il pubblico straniero riconosce e apprezza, mentre a Cuba passano del tutto inosservati. E il contrario succede con altre cose. La chiave stava nel trovare un punto medio, universale, che funzionasse per questi vari pubblici. E credo che in qualche modo ci siamo riusciti, perché ci sono momenti nel film in cui ridono tutti, indipendentemente dal paese di provenienza.

(continua)

Discussion

2 comments for “entretien | uno. Alejandro Brugués
È cosí che parliamo: che parlano i cubani, che parlo io.”

  1. Vez, questa è davvero una sorpresa!
    grandissimo!

    Posted by Il cattivo | January 29, 2012, 4:09 pm
  2. quoto!

    Posted by Nate | January 29, 2012, 6:36 pm

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