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entretien | Manetti Bros.
Riflettere, ridere e soprattutto intrattenere

Uno che sembra un grigio per davvero, l’altro che si aggira con una maglia degli Slayer, i Manetti sono una delle cose più genuine del nostro cinema. All’indomani della notizia che L’arrivo di Wang ha finalmente trovato un distributore italiano, il Cattivo scambia due chiacchiere con gli alfieri del genere nostrano.

Come è nata l’idea de L’arrivo di Wang?

Marco: Una compagnia di effetti speciali ci aveva chiesto di girare un corto con i loro effetti, ma a noi piacquero così tanto che ne volemmo fare un lungo e ci buttammo subito sulla storia.

Quella di un alieno che parla cinese. Insomma, un film sull’integrazione e sulla comunicazione?

Antonio: Sì, ma non una cosa psicoanalitica, riflessiva. Il film va a parare subito sul piano culturale, mostra come sia difficile farsi capire oggi, e come sia difficile anche farsi accettare.

M: Anche perché poi la difficoltà nel comunicare non ce l’hanno solo Curti e Wang, ma anche Gaia e Curti. Insomma in quella stanza parlano tutti lingue diverse. Nonostante l’alieno abbia fatto il corso intensivo, si ritrova a parlare cinese a Roma, che non è propriamente lingua di casa. Gaia fa la traduttrice simultanea ma non riesce a entrare in sintonia con Curti. Il problema di fondo non sono tanto le lingue, ma le idee. Quelle tre persone hanno già le loro idee e nessuno gliele smuove.

Per questo Gaia vuole tagliare la testa al toro e portare il cinese spaziale ad Amnesty International?

M: Quella è la prova del nove. Perché per una buona parte del film ricorre la cosa di Amnesty, ma Curti le fa notare subito che probabilmente i diritti umani non includono gli alieni. Curti fa ironia nera e sagace, vero, ma credo che se davvero dovessero arrivare gli alieni la situazione non sarebbe molto differente. Non voglio dire che tutti inizierebbero a fare battute, ma che verrebbe fuori la vera natura di ognuno. Chi è Gaia, chi è Curti e chi Amounike.

Come avete ricreato l’alieno?

M: Allora, il lavoro è stato al cento per cento digitale. Seduto su quella sedia c’era in realtà un signore cinese, tal Li Yong, che ha prestato la voce a Wang. Poi lo abbiamo cancellato come si fa col blue screen e lo abbiamo ricostruito in grafica 3D.

A: Il lavoro è incredibile perché c’è chi fa il design della creatura (ndr. Qui Maurizio Memoli), chi un modellino, chi la texture. Un lavoro davvero elaborato, ma ci ha preso al punto che stiamo pensando a un seguito di Wang. Ovviamente con la casa di effetti, la Palantir, continueremo a lavorare. Il risultato ci soddisfa molto, ma quando stavamo girando senza vedere cosa riprendevamo la cosa mi faceva paura.

Tecnicamente impeccabile, ma esteticamente fa schifo, lo si può dire? Wang non è proprio come il paperotto Howard.

A: Maurizio Memoli è un artista artigiano molto bravo che ha lavorato anche ad Avatar. Noi in fase di ideazione gli abbiamo detto che l’alieno doveva essere a metà tra qualcosa di schifoso e qualcosa che ispirasse tenerezza. Perché da un lato era fondamentale che sto alieno un po’ mettesse repulsione e paura, ma dall’altro lato suscitasse anche compassione nell’essere legato, seviziato e torturato.

M: Poi ovvio, Memoli ci ha messo del suo, di certo non avevamo in testa quel Wang all’inizio, ma ci siamo resi conto girando che non poteva essere diverso, e che anzi Wang era proprio così.

Voi siete tra i pochi in Italia a fare orgogliosamente un cinema di genere. Perché nel nostro Paese nessuno si fila quel tipo di prodotti, quando si tratta di girare o produrre un film?

M: In realtà gli appassionati ci sono, e basta vedere la manifestazioni dedicate al cinema di genere quante persone richiamano. Credo che il problema sia storico. Dopo il successo degli spaghetti western, ci buttammo come Paese solo su quel tipo di film, sfornando film calco. Poi un po’ sull’horror dopo il successo di grandi Maestri come Romero. Ma la fantascienza da noi è arrivata con Guerre Stellari, in quegli anni il genere era già in calo, e l’Italia si era messa a produrre altro.

A: Il film avevamo deciso subito di produrlo noi. Anche perché nessun produttore ci avrebbe mai dato una lira. Abbiamo avuto dei finanziatori, quello si. Loro hanno letto la storia, la storia è piaciuta e ne è nato il film.

Da dove viene il vostro umorismo nero?

M: Certe cose a noi italiani fanno ridere, soprattutto a noi di Roma. Di per sé il genere, l’horror o la fantascienza, può e deve anche far ridere. La paura non è negativa, è qualcosa di stupendo, perché è come una scarica. Non c’è banalità più grande di chi pensa che gli appassionati di horror siano tutti pazzi sanguinari o serial killer. Basta guardare Romero per capire qual è il ruolo dell’horror oggi, quello di una valvola di sfogo in grado di far riflettere, ridere e soprattutto intrattenere.

A: Si perché alla fine si può dire di tutto, ma stiamo parlando di un film, una cosa che deve far passare un’ora e poco più in maniera piacevole, senza molti discorsi attorno. La prima cosa che mi auguro è che il pubblico in sala esca dalla visione del film divertito.

(Trieste, novembre 2011)

Leggi: L’Arrivo di Wang secondo Il Cattivo

Leggi: L’Arrivo di Wang secondo Marnie

Discussion

3 comments for “entretien | Manetti Bros.
Riflettere, ridere e soprattutto intrattenere”

  1. Bella intervista. Però dai, la battuta snobista in cauda potevano risparmiarsela. Specie di questi tempi, c’è caso che qualcuno li prenda sul serio e creda davvero che il cinema di genere serva soltanto a far passare un’ora e poco più in maniera piacevole.
    E poi diobbuono, ancora con questa paura di sembrare ‘troppo’ intelligenti? Sarà forse ora di farla finita con gli anni Ottanta e silviobì?
    Bòn, l’ho tirata.

    Posted by Folquet | November 26, 2011, 11:10 am
  2. Ma che snobbismo! Loro amano il cinema di genere, lo hanno detto in apertura anche alla presentazione del film e si vede! Forse sono tra i pochi (gli unici?) che in italia hanno il coraggio di falo. Credo che in chiusura volessero sottolineare come tutti i discorsi di intenti vadano a zero se il pubblico poi nn si diverte. E su questo -genere o non genere- sono d acordo. Tolti i drammi se con un film non mi diverto c è qualcosa che non torna

    Posted by Il cattivo | November 26, 2011, 11:17 am
    • Sono d’accordo, ma che un buon film possa essere divertente mi sembra un argomento perfino ovvio: qualcosa che tra persone intelligenti non ha bisogno di essere sottolineato.

      Quindi mi chiedo: perché una rivendicazione così spicciola, proprio a fronte del fatto che al cinema di genere i Manetti chiaramente ci tengono?

      Perche’ a questo punto le interpretazioni sono due. La si può prendere come una giustificazione preventiva, del tipo: avremmo potuto fare di più e non l’abbiamo fatto, ma ci trinceriamo dietro il paravento che tanto è intrattenimento, bellezza. Oppure la si può prendere come una forma di snobismo, del tipo: sappiamo benissimo che non è solo intrattenimento, ma non vogliamo fare quelli che si prendono sul serio e quindi liquidiamo la questione.

      In entrambi i casi, le premesse di un’affermazione del genere mi sembrano quanto meno discutibili, toh. E lo dico a prescindere dai meriti oggettivi del duo, che mi guardo bene dal mettere in dubbio.

      Posted by Folquet | November 27, 2011, 9:22 pm

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