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Sushi | Insight

Immagini dall’inferno del reale.
Il Faust di Sokurov tra materia e sublime

Il Faust di Sokurov è un capolavoro e allo stesso tempo è una cagata pazzesca, allo stesso modo de La Corazzata Potemkin. Capolavoro per chi è in grado di comprendere e sentire il bisogno di un cinema difficile, che non si piega alle logiche della visione e dello spettatore, e anche per quella frangia di critica e spettatori che sentiranno il bisogno intellettuale di difendere un film di quest’entità, per di più se di un autore come Sokurov.

Una cagata pazzesca per chi non l’ha visto, ma ne parla e ne parlerà a prescindere, oppure per chi l’ha visto e non l’ha apprezzato – come poi Fantozzi vide e non apprezzò La Corazzata Potemkin – e a diritto dirà che è una cagata pazzesca, magari non ritenendolo così eccessivo, ma sufficientemente pesante per non consigliarne la visione o abbandonare anticipatamente la sala (a Milano, complici i biglietti a 2€, non pochi).

Insomma, la prima vera domanda da fare nel caso del Faust quando se ne sentirà parlare è: ma tu l’hai visto davvero? Non tanto come spartiacque selettivo tra chi ne ha avuto la possibilità e chi no, perché poi la possibilità vi sarà dato che i diritti sono già stati acquistati dalla Archibald. Bensì per distinguere i cialtroni, cosa ancora più insidiosa, o più finemente per separare la chiacchiera comune dall’impostazione del pensiero moderno. Sia sul versante borghese, così su quello più popolare.

La seconda domanda da porsi sarà: è giusto che un film come Faust abbia vinto il Leone d’Oro, e qui si andrà a finire su un terreno ancora più scivoloso della melma che sta ai bordi della laguna, ovvero quale film per quale festival? Folquet nella sua riflessione sull’appena conclusasi edizione della Mostra del Cinema di Venezia, parla di «festival come progetto culturale». Vada. Ma, senza necessariamente andare a ripescare il manifesto della pop culture, un progetto culturale deve per forza di cose essere così lontano dai gusti del pubblico di massa? E soprattutto quali sono i gusti del pubblico di massa? Perché ogni volta sento discorsi: questo film no, non ha mercato. Questo titolo no, non vende. Ma le persone che fanno questi discorsi e il frutto del loro lavoro porta poi alla ribalta strutture e modelli pre-impostati, o nel peggiore dei casi costruiti su un immaginario che non è quello odierno e reale. Spesso il tutto si basa su un modello anni Ottanta, un residuo a suo modo punk su un’idea di marketing posticcia e fuori tempo massimo.

Ma soprattutto credo che si debba riflettere su questa frase che – con le dovute cautele – è sacrosanta: con Faust vince un cinema anti-Hollywoodiano.

Si badi: se con anti-hollywoodiano si intende “povero” come privo di mezzi,  povero insomma sul fronte del budget, siamo fuori strada. A cambiare sono le forme della narrazioni, i ritmi, l’importanza delle pause e dei tempi morti.  Faust quindi è la riprova che esiste un cinema oneroso e dispendioso anche fuori da Hollywood, e ci si guardi subito da chi minimizza con frasi del tipo «i soldi per la cultura sono ben spesi». Perché vorrebbe negare che Hollywood produca cultura, e sarebbe più stupido e più fuori tempo massimo delle premesse da cui ci siamo discostati con tanto zelo. Per ora diciamo – e in questa sede ci fermeremo qui – che Faust è un film fatto da Sokurov su suo completo disegno. Senza interferenze e necessità di cast, produzione, product placement, come che ad Hollywood fanno quadrare nel cerchio, ormai anche con risultati discreti eh.

Il film è frutto di un progetto ambizioso, costato mezzi, impegno, sacrifici e soldi. Sokurov porta a termine il ciclo sul potere dopo Hitler, Lenin e Hirohito.  Faust – che si dirà essere l’unico capitolo non focalizzato sul potere politico in senso stretto – è un film in cui il cineasta utilizza molti dei mezzi propri al cinema, sia tecnici che di linguaggio. I costumi e le ambientazioni poi hanno richiesto una cura meticolosa, al punto da consegnare un’opera materica, viscerale, umorale. Si respira l’odore del sangue, del fango, delle urine, dello stantio.

Perciò, anche nell’affermare che  Faust è un film intellettuale, verrebbe da dire – ma il rischio è di passare proprio per rompicoglioni – si lo è, ma paradossalmente il Faust di Sokurov ha qualcosa in comune più con il Fantozzi d’oggi che snobba La Corazzata Potemkin. Lo dice apertamente: anche se il mondo sparisse, per quanto attratto dalla possibilità di speculare con il proprio discepolo Wagner, Faust sceglierebbe di stare con l’umanità. Se in conclusione poi Faust deciderà di non stare nel limbo con la (post) umanità, ma di continuare la sua ricerca da solo, quello di Sokurov è un Faust che – per quanto animato da nobili interrogativi sull’anima, sulla sua composizione, sulla conoscenza dell’infinito – alla fine il patto col demonio lo sigla per una donna. Nonostante il film si apra tra Platone (lo specchio) e Kant (le nuvole e il sublime ottocentesco), nonostante la dannazione eterna per Faust sia un peregrinare solitario per lande desolate, il dottore è animato da istinti molto terreni, quali sonno, denaro, cibo, sesso. La sua dannazione inizia dopo che cerca di ricongiungersi all’origine del mondo, regredendo alle madri accarezzando col volto il sesso di Margarete, non con l’uccisione di un povero diavolo (il fratello di lei).

E a ben vedere la sua dannazione diventale tale solo dopo che si libera di Mauricius, perchè solo allora vedremo l’impossibilità di orientarsi senza una guida, giusta o sbagliata che sia. Insomma all’inizio e alla fine di tutto c’è la figa. Per una notte d’amore con lei. Per dirla con Courbet, il sesso femmineo come forma più sublime di potere e dominio (cosa dimostrata anche storicamente, da Ramsete all’ultimo faraone Silvio Berlusconi) e, a suo modo, di conoscenza.  In questo Faust è un film sul potere politico e soprattutto un film attualissimo, non di altri tempi, come si è scritto e detto.

Perciò, se di aspirazione il Faust è un film intellettuale, in pratica è un film muscolare in continua contrazione/rilassamento. Un film lento in cui paradossalmente gli attori non smettono mai di girovagare animati da una ricerca senza tregua. Così da muoversi come bestie in gabbia in un’inquadratura ristretta e compressa in un formato 4:3 cui prende forma uno dei bestiari del Bosch, ma che nel corso del film allarga la posta in gioco passando dalle viscere, ad una stanza, ad una via, alla città, ai boschi ed infine a lande infinite e ghiacciate. Nonostante questo l’incessante senso claustrofobico non ci abbandonerà mai.

Altro spunto: quali le fonti del Faust e come vengono sviluppate? Sokurov cita Mann esattamente quanto Murnau e Goethe, per quanto sia poi quest’ultimo a campeggiare nei titoli di testa. Ma del testo originario c’è (molto) (poco). Se da un lato il patto con diavolo viene siglato praticamente verso la conclusione e non agli inizi della vicenda, Sokurov ritrae un’enorme parentesi in cui mostra in maniera quasi ossessiva il processo naturale di corruzione dell’uomo, di più e meglio di quanto abbiano fatto Mann e Goethe. Più che un film letterario, poi, il Faust è un film meravigliosamente di impostazione teatrale, con dialoghi fiume corposi e densi e gesticolazione esasperata, ma nonostante questo a far la parte del leone sono le immagini, virate e filtrate in continuazione. Perciò anche alla domanda se il Faust sia un film più verboso che visivo, la risposta non è così scontata.

Credo che la chiave di lettura sia fornita dall’ambientazione ottocentesca che salda per forza di cose il Faust, il suo demonio, la loro ricerca e le ragioni dell’opera stessa nel rapporto con la natura, all’ideale di sublime kantiano cui si può trascendere soltanto attraverso l’abbandono e l’accettazione di quanto più terreno e corporale ci sia su questa Terra. Questo si riflette anche sulla natura dell’aldilà che per Sokurov è incarnata, reale, su questa Terra. L’uomo può quindi giungere a contemplare l’infinito, ma non lo può fare da sé. Faust differentemente da Wagner è convinto che l’anima risieda nelle viscere, ma nonostante la sua ricerca meticolosa non si è mai imbattuto in questa a causa della sua natura umana di investigatore. Potrà trascendere il suo ruolo solo attraverso il demonio, ma anche questi non è un Mefistofele ultraterreno o sulfureo, bensì un Mauricis umano troppo umano, claudicante e impotente pro-tempore che però è ben concio del suo ruolo di Virgilio necessario. Mauricius quindi non è fondamentale nel raggiungimento dell’infinito, quanto nella possibilità di orientarsi in questo, di avere un modello di lettura da applicare, sia pure quello del male.

Altrimenti, all’occhio umano l’Inferno può sembrare troppo uguale all’idea del Paradiso costruita nel tempo e dal mito. Perché se il Verbo in principio stava presso Dio, come si dice nel film e nella Bibbia, dal Faust di Sokurov trapela il trionfo dell’immagine con cui il regista rappresenta la bruttura e l’orrore del mondo. Un mondo in cui il male è ovunque, disincantato e disinvolto, persino necessario. Dio invece, non è da nessuna parte.

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