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Fest-o-rama

Festival Internazionale del Cinema di Frontiera
Marzamemi, 23-28 Luglio 2013

Tempo fa vi avevo raccontato della prima volta in cui ho assistito a una prima cinematografica. Oggi invece vi racconto della mia prima, e decisamente più gratificante, esperienza a un festival cinematografico. Il festival in questione è il piccolo ma rinomato Festival Internazionale del Cinema di Frontiera giunto alla sua tredicesima edizione e che si svolge nell’incantevole contesto della tonnara di Marzamemi, piccolo centro della Sicilia sud-orientale in provincia di Siracusa.

Per la verità c’è voluta la mia fidanzata per farmi finalmente gustare un film in un contesto tanto cinefilo. Con l’abilità organizzativa propria delle donne è riuscita a prenotare in quattro e quattrotto il B&B e a incastrare pure una vacanza in quelle zone della Sicilia che sono fra le più belle di tutta l’isola. Arrivati lì abbiamo scoperto che tutte le proiezioni erano gratuite e che dai tavoli dei ristorantini della piazza si vedeva perfettamente lo schermo. A fine pasto ovviamente servivano l’Amaro Lucano.

Come da programma il concorso è stato diviso in due sezioni una destinata ai film e l’altra per i cortometraggi. Entrambe le sezioni hanno tenuto fede allo spirito della frontiera intesa non solo in senso puramente geografico, ma anche da un punto di vista più lato, più sfumato. Storie di frontiera in questo caso ha avuto un doppio significato, accanto a racconti di posti geograficamente lontani, infatti sono state proiettate anche opere dove il limes era un dato sociale o ancor di più, espressivo e non un risultato di longitudine e latitudine terrestre.

I lungometraggi in concorso erano sei. Il Festival in questo senso ha fatto una piccola ma felice selezione delle pellicole uscite in questa stagione in Italia. Ho potuto così rivedere Il figlio dell’altra (2012) di Lorraine Levy che lo spirito della frontiera lo ha proprio dentro la storia che racconta. La vicenda infatti si svolge tutta sul confine fra Israele e Palestina attraversato più e più volte da due adolescenti e dai loro genitori una volta scoperto che i due bambini, nati lo stesso giorno, sono stati scambiati nelle culle in seguito a un bombardamento. Il soggetto è po’ facilone nella sua visione ottimistica dell’umanità, ma il tono lieve con cui sono presentate le donne del film riesce a fare credere per un momento che per gli uomini c’è sempre una speranza.

Un altro film proposto che parla comunque di tematiche mediorientali è La bicicletta verde (2012) di Haifaa Al-Mansour. Qui la protagonista è una ragazzina che, con la voglia di libertà tipica degli adolescenti, mal sopporta gli isterismi bigotti dell’ Arabia Saudita. Anche qui le donne la fanno da padrone la rabbia monta sul serio vedendo a quali ingiustizie sono sottoposte. La particolarità del film è che non era mai successo che a una donna saudita fosse permesso di girare un film in Arabia Saudita, però è un opera che ben realizzata e anche qui la sensazione positiva e di fiducia verso le nuove generazioni è impossibile da ignorare. Persino in Arabia Saudita lo hanno capito e infatti è stata proprio lei ad essere segnalata all’Accademy per gli Oscar di quest’anno.

Il vincitore della sezione dei lungometraggi è stato No. I giorni dell’arcobaleno (2012) di cui qui avevamo già parlato. La sua felice interazione fra linguaggio politico, pubblicitario e cinematografico è effettivamente irresistibile e il carattere ambiguo della vicenda lo rende uno di quei film in cui ogni nuova visione è in grado di dire qualcosa in più del tempo in cui viviamo.

Una menzione speciale è toccata a Salvo (2013) di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza per la fotografia curata da Daniele Ciprì e una seconda menzione speciale è andata a The Parade (2011) di Srdjan Dragojevic. Di questo film so solo che è approdato nelle sale del nostro paese quest’anno e che affronta tematiche di carattere omosessuale. Ero assente è vero, ma se volete posso presentare il certificato medico. A rimanere a bocca totalmente asciutta è stato Il caso Kerenes (2013) di Calin Peter Netzer che per consolarsi è corso via in lacrime ad abbracciare il suo Orso d’oro vinto a Berlino.

Accanto a questa selezione ufficiale ogni giorno veniva proposto in seconda serata un film o comunque un evento collaterale, addirittura c’era una discreta rappresentanza di opere del palermitano Roberto Andò, compreso Viva la libertà (2013) di cui vi avevo parlato qualche tempo fa. Ve lo confesso, di tutta questa area collaterale al concorso ho visto poco. Il mare e la sabbia del giorno dopo chiamavano già dalla sera e non me la sentivo di deluderli. Ho scelto di vedere solo Gli equilibristi (2012) di Ivano Di Matteo che credo abbia influito non poco nella mia decisione di tenermi a distanza da questi eventi.

Ne sono uscito con la morte del cuore, devastato come se mi fossi scontrato con un tram. Intendiamoci, il film è fatto bene e quello che vuole dire lo dice con estrema chiarezza, i protagonisti – Mastandrea e Bobulova – sono in gran spolvero e i comprimari perfetti. Però quel viaggio nello squallore e nell’estrema miseria di un papà separato mi è entrato dentro e non voleva saperne più di uscire; soltanto il sole di un posto persino più a sud di Tunisi e Pantelleria mi hanno potuto fare riprendere da un simile trauma.

Oltre ai lungometraggi c’era anche una selezione di corti, genere che a parte gli addetti ai lavori sono in pochi a frequentare stante una difficoltà innegabile nel trovare delle occasioni per farli vedere al grande pubblico. La Pixar ha costruito uno dei suoi marchi di fabbrica proiettando sempre un corto prima dei suoi film e veramente non riesco a capire cosa serva per mettere dei cortometraggi prima dei film normali. Miopia dei distributori o avidità dei produttori, per me la cosa rimane un piccolo mistero.

Così mi sono leccato i baffi e fiondato nella zona dove venivano proiettati. L’enorme diversità fra le opere è la cosa che risalta maggiormente. Credo che la sezione corti sia stata la migliore per ritrovare lo spirito di un grosso festival dove per forza di cose accanto ad opere molto valide sono presenti alcuni film che non si rivedrebbero nemmeno sotto tortura.

Ora, molte di queste opere sono fatte da registi esordienti, giovani o comunque semiprofessionisti con dei limiti di budget evidentissimi. Non mi va di sparare addosso a gente che comunque si mette in gioco con entusiasmo e del resto per voi che leggete il rischio di vederne qualcuno è minimo (purtroppo, perché così si perdono anche le cose belle). Quindi parlerò soltanto di quelli che mi sono piaciuti di più. Quelli di cui non parlo non sono necessariamente da buttare (alcuni sì), ma magari a) non mi hanno colpito particolarmente oppure b) non li ho visti

Cominciamo. Il giorno più caldo di Giuseppe Coco è stato un buon biglietto da visita per la sezione. E probabilmente questo corto è anche il biglietto da visita del regista, visto che la fotografia è curatissima e la regia mostra quello di cui Coco è capace. Leo Gullotta, protagonista su cui poggia l’intera pellicola, garantisce una qualità recitativa ben oltre la media ma anche la messa in scena è degna di attenzione. Unico punto realmente dolente è il finale, che sceglie una via metafisica per chiudere il corto. Trappola in cui cadono molti registi italiani, e che purtroppo si presenta anche quando non è strattamente necessaria narrativamente. Ma è un punto su cui torneremo.

Il primo giorno è stato proiettato anche No signal di Raffaele Carro che si distingue per il fatto di essere una commedia. In un ambiente dove tutti prendono mostruosamente sul serio quello che dicono l’aria fresca è benvenuta. Oltretutto si può fare un lavoro serio sulla regia anche volendo fare ridere (o sorridere in questo caso). Il casting, indovinatissimo e altrettanto pensato, dimostra come anche un filmato che dura pochi minuti guadagni da scelte sensate in ambiti dove solitamente si fa meno attenzione. Niente di trascendentale ma in realtà non sempre questo concetto è applicato.

Non dimenticar le mie parole di Riccardo Rabacchi è forse l’unico di tutta la roba surreale che ho visto ad avere avuto la mia stima. Dichiaratamente letterario, ha per protagonista uno pseudo scrittore bohemien che recita un monologo senza fine in un appartamento pieno di libri e cianfrusaglie. Solitamente roba del genere la digerisco abbastanza male ma in questo caso il corto possiede una vena di simpatia che è innegabile. E poi è furbo abbastanza da sapere quando interrompere il gioco prima di stufare il pubblico (dura 7′). Qualità da apprezzare assai.

Non farai del male di Luca Elmi è stato l’unico fra le opere di questa sezione che ho visto a seguire la scia dei film di genere. In questo caso il corto del regista è un noir dai toni piuttosto scuri. È stata una bella variazione anche perché è ben realizzato e testimonia il fatto che in Italia fortunatamente non ci sono solo dei videoartisti incompresi ma anche dei registi senza inutili complessi di inferiorità. La storia non è affatto male, anzi è solida e comprende tutti i crismi del genere compreso il colpo di scena finale. E poi quando si guarda un film di genere c’è di buono che se anche prendi un pacco almeno non ti devi bere la poesia o le ambizioni d’autore di chi è dietro la macchina da presa. E Non farai del male non era affatto un pacco.

E poi c’è il vincitore del concorso, Gelati e granite di Ivano Fachin. Se non lo avessi visto con i miei occhi avrei sicuramente storto il naso per la puzza di bruciato visto che l’ambientazione di questo corto è Modica, una città a poche decine di chilometri da Marzamemi, dove si svolge il festival. Però io il corto l’ho visto e vi posso dire che quei venti minuti sono fra i più belli che si siano prodotti in Italia lo scorso anno (il corto è del 2012).

Il regista ci porta dentro la vita di Don Giugginu un vero gelataio che fa il giro per le marine della Sicilia sud orientale. I fondamentali di questa pellicola sono probabilmente superiori a molta altra roba che ho visto in televisione o al cinema e pur essendo un documentario si respira l’aria del grande cinema. In venti minuti di girato Fachin fornisce una lezione su come si può mostrare della gente umile e allo stesso tempo serena senza risultare buonista o facilone, roba da fare vedere a tutti quei sedicenti intellettuali pariolini che non riescono a immaginare un protagonista che non sia un professore, uno studente o un giornalista. Per carità.

La semplicità dei gesti e delle parole di Don Giugginu a bordo della sua vecchia auto su e giù per la Sicilia mi hanno ricordato i protagonisti di Hayao Miyazaki che, senza avere altro se non il loro cuore puro, sono capaci di illuminare anche gli abissi più insondabili. E poi è successa la magia. Mi sono commosso, ero entrato dentro l’opera completamente e nemmeno me ne ero reso conto. Sarò un sentimentale o un ingenuo ma sta di fatto che Gelati e granite mi ha colpito dritto al cuore, c’è poco da fare. Certo, poi neppure lui rinuncia alla frase poetica alla fine della proiezione, ma questa volta fortunatamente è solo una frase scritta alla fine che non mina in nessun modo il senso film. Ma sul serio, se potete, vedetelo. Vale la pena anche di fare un po’ di strada per recuperarlo.

Un’ultima considerazione. Quel qualcosa che si muoveva da tempo nel mondo del documentario italiano forse sta venendo finalmente a galla. Il Festival del Cinema di Frontiera lo ha riconosciuto premiando meritatamente Gelati e Granite e, se una (piccola) rondine non fa primavera, da poco è arrivato il segnale ben più potente del Festival di Venezia dove Sacro GRA (2013) proprio sotto i nostri occhi ha vinto il Leone d’oro.

I registi italiani delle ultime generazioni spesso tendono a inserire elementi surreali e di “poesia” anche quando non se ne vede un motivo narrativo ben preciso. Il sospetto è che in questo modo, con la scusa di rifarsi a padri nobili e illustri esempi, chiudere una storia sia assai più facile anche se si scontenta lo spettatore. Nel documentario invece, un aggancio alla realtà ben più forte non permette a chi dirige di titillarsi in masturbazioni mentali eccessive e anzi proprio quella visione del mondo che nelle opere di finizione disturba qui dipinge la vita caotica e disordinata con i colori del cinema.

Forse a molti registi bisognerebbe provare a dire di darsi al documentario invece che all’ippica. Chissà che non ne esca qualcosa di buono per tutti.

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