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Anima²

Anima² | Frankenweenie
(Tim Burton, 2012)

Premessa. Confesso di essere andato a vedere Frankenweenie un po’ a caso. Era un pomeriggio di giugno, il biglietto costava meno del solito, e il bianco e nero della locandina pareva promettere – se non proprio una pietra miliare – un film quanto meno grazioso, coerente alle proprie premesse di omaggio cinefilo. Del resto io, dopo aver speso forse più energie del dovuto a tentare di difendere Alice in Wonderland, e aver bellamente ignorato Dark Shadows, provavo così poco desiderio di tornare a misurarmi con lo spiritato cineasta di Burbank che, non fosse stato per il placido ozio di giugno, a vedere questo film non ci sarei nemmeno andato.

Motivi per cui ostento freddezza nei confronti di T.B. Icona cinefila per una generazione cresciuta in anni nei quali a me, del cinema, non importava una fava, T.B. ha sempre occupato una posizione di sospetto nel mio perimetro culturale. La sua cifra visiva, a cavallo tra gli ibridi post-industriali della cultura ottantesca e il minimalismo malinconico del decennio successivo, mi è sempre apparsa leggermente in ritardo sui (miei, nostri) tempi. Autore-marchio per eccellenza, codificato in un carosello di immagini e tipi, T.B. è un segno riconciliato, entrato a pieno titolo nel nostro vocabolario culturale. Anzi, a voler essere cinici verrebbe da dire che il suo lascito più grande sta nell’aver felicemente tradotto una tradizione velatamente anti-sociale ed eversiva – Carroll e Poe, per fare due nomi – nelle formule socialmente innocue di una sub-cultura per ragazzine anemiche.

Vero motivo per cui ostento freddezza nei confronti di T.B. Certo, per avere l’attenzione di una qualunque di quelle ragazzine anemiche io a sedici anni avrei ucciso. Ma – ahi lasso – nella vita reale il Malinconico Ragazzo Ostrica raramente raccoglie favori. L’archetipo dell’outsider che trova un posto all’interno di una comunità di gusto e di affetti (per quanto di nicchia e mal pettinata) mi è sempre apparso, leopardianamente, crudele. E – se volete – anche politicamente untuoso. Non si sta contemporaneamente dentro e fuori dal sistema: TB, su questo punto gioca sporco, ha sempre giocato sporco, e io non gliel’ho mai perdonato. Feel the loneliness, diceva un personaggio MERAVIGLIOSO in un film di Sion Sono che vidi anni fa con Manute. Ecco, T.B. è uno che secondo me si dimentica troppo spesso cosa davvero significa sentirsi solo.

Cenni di paleologia intertestuale. Allora, io vado. Il film è un remake di una parodia di un adattamento di una citazione. Confusi? Tranquilli, ora ci pensa zio Folco. Tutto comincia in una famosa notte del 1816. Anzi, guardate, no: tutto comincia con un vulcano (le aperture col botto mi sono sempre piaciute). Insomma c’è questo vulcano in Indonesia che un bel giorno esplode, e precipita il mondo intero in una specie di inverno fumé. Siamo più o meno nel 1815, l’Europa è piena di tamarri romantici con la fusciacca e il ciuffo alla Aldoneversmiles. Uno di questi, tal PB, decide di fottersene del freddo e andare a passare l’estate da un amico che ha una villa in Svizzera. Decide di portarsi dietro anche la ragazza, animato da indicibili propositi: l’amico, lord B, ha fama di matador, e si sa come vanno le cose tra giovani d’estate in Svizzera. Fatto sta che lei non ci sta, fuori non si può andare per via del freddo vulcanico, sicché per evitare che l’atmosfera si surriscaldi troppo con mossa scaltrissima la puella la butta in letteratura. Nel giro di qualche settimana esce fuori Frankenstein, complessa citazione in forma di romanzo gotico del mito di Prometeo. Stacco. Ora siamo nel 1931, sono gli anni della Grande Depressione e le notti degli americani sono pieni di incubi. E’ l’epoca d’oro del film d’orrore classico, per lo più di derivazione europea. Anche perché, a guardare in Italia e Germania in quegli anni, gli orrori non mancano. Com’è come non è, la Universal ci mette i soldi, Boris Karloff la faccia, ed è leggenda: il Frankestein di James Whale, adattamento cinematografico del romanzo della Shelley, è una xilografia nell’immaginario collettivo. Stacco. Siamo nel 1984: TB, dipendente Disney, decide di scrivere una parodia omaggio del classico di Whale. Il mediometraggio non piace ai guru di Burbank, che lo trovano troppo spaventoso per il loro pubblico di riferimento: la casa del Topo non perdona, e TB si ritrova sulla strada. Stacco. Duemiladodici. TB è ormai un autore affermato, con un potere contrattuale che forse nemmeno Gesù, e con un vezzo che sa di ripicca decide di rigirare il suo film del 1984, recuperando intere sequenze inquadratura per inquadratura, in linguaggio animato. Il Topo – non è dato sapere quanto di malavoglia – ci mette i soldi per la seconda volta.

Finalmente il film
. Se ho deciso di sciorinarvi tutta la paleostoria testuale del film non è (soltanto) perché ho buttato troppo tempo al DAMS. Gli è che – questa volta – la rete intertestuale offre una chiave di lettura precisa, precisamente nel senso di quello che dicevo sopra. Dopo essere stato criticato e attaccato per aver firmato un film troppo ‘integrato al sistema’ (Alice) TB si prende la briga e di certo il gusto di farci sapere, a mezzo di questa rivincita contro la Disney, che è sempre e per sempre dalla stessa parte: quella dei Prometei moderni, creature emarginate e senza ammore che però – alla fine – trovano il loro posto. La storia di Victor e del suo cane Sparky – resuscitato grazie ai miracoli della scienza galvanica – finisce così per essere un analogo fin troppo esplicito di quella del film e del suo autore. Da un lato, la folla ignorante e banalmente competitiva (vide: il baseball, il concorso scolastico), dall’altro la scienza e l’ammore (interspecie, quindi vero) unite qui a celebrare niente meno che il Definitivo Trionfo sulla Morte, La cosa è tanto più sbalorditiva quando si pensi alla sequenza conclusiva. Dopo il sacrificio di Sparky e la sua seconda morte, TB si/ci concede un doppio finale, con gli ‘adulti’ che ammettono di avere avuto torto nel cercare di convincere Victor a ‘lasciar andare’ il suo amico. E quindi – tutti insieme – uniscono le batterie delle auto per generare la scarica palingenetica e il conseguente lieto fine. Altro che feel the loneliness.

Corollario e conclusione. Dire che la morte si sconfigge con la tecnica – una tecnica che permette, letteralmente, di rianimare i corpi inerti – è un po’ come gridare CINEMA dentro il megafono. E in effetti tutto il film si nutre di questo: dalla sequenza iniziale, con il film amatoriale di Victor, alla stessa natura intertestuale dell’opera. Si dirà: è un omaggio. Ma la categoria dell’omaggio sottindende quella della nostalgia, del passato che – linguisticamente – si ri-presenta in absentia. TB invece ci ripete a chiare lettere che non c’è nessuna nostalgia, perché tutto irresistibilmente torna, si riconcilia, si riunisce, fosse anche nel recinto felice dell’immaginario (il suo). Bazin – ho il sospetto – direbbe che le cose potevano andare diversamente. E anche io.

Discussion

2 comments for “Anima² | Frankenweenie
(Tim Burton, 2012)”

  1. Ma, che dire. Le freddezze sono sensazioni del tutto personali, soggettive e in un certo senso “incontestabili”. Mi basta leggere del tuo aver visto il film a caso, così tanto per, e capisco quali enormi abissi passino tra noi. Ma anche questo fa parte del gioco. Quello che non ammetto, dal canto mio, è sentir parlare di Burton come di un regista politicamente scorretto. Uno che sta dentro e fuori? E perché scusami…fin dagli inizi non ha mai nascosto il malcontento per alcune logiche non condivise MAI della Disney. A partire dai primi lavori che gli assegnarono, dal fatto che le sue “bestioline” fossero completamente differenti da quelle secondo ideale della Disney. E noi oggi lo condanniamo per cosa? Per aver seguito il sogno di un ragazzo che voleva disegnare e animare i suoi personaggi e le sue storie? Allora c’era la Disney, ha tentato e ci è riuscito, punto. Parlando del film, non ho mai sentito dire da Burton che Frankenweenie possa venir in qualche modo interpretato come “parodia” del film di Whale. Un omaggio forse. E prima di tutto la storia di un bambino che ama il suo cane. Di una semplicità e di un fascino tipici dei sentimenti dei bambini. Rivincita contro la Disney, secondo me NO. Una rivincita per se stesso e basta. Per quello che a suo tempo doveva e voleva essere il primo vero lungometraggio. Poi mi permetto di contestare la conclusione interpretativa del finale e la tua idea sulla vita e la morte seguita alla visione del film. “La morte si sconfigge con la tecnica”? Hai preso questo messaggio dal film e hai sottovalutato il personaggio “chiave” dell’intera pellicola, quale è stato il Professor Rzykruski. Questa significativa presenza, che nel film incarna la scienza ma è fin troppo evidente il pretesto di Burton, sottolinea quanto sia fondamentale “l’intenzione” in tutto ciò che si fa. Allora in questo caso parliamo di un esperimento ai limiti del paranormale ma il tutto per dire che, se c’è l’amore in quel che si fa allora l’esito (dell’esperimento) sarà positivo. Al contrario, gli esiti saranno terribili e i mostri di Burton ne sono la prova vivente. Magari mi sono dilungata troppo, chiedo perdono. Spero solo di aver fatto arrivare il mio messaggio e il mio punto di vista. Ma ogni volta veder frainteso e di conseguenza condannato uno dei registi che più considero nel panorama mondiale cinematografico, mi fa sempre troppo “male”. Dovere di cinefila e, burtoniana, se vuoi. ;-)

    Posted by Valentina Orsini | February 4, 2013, 12:35 pm
    • cara Valentina, il tempo non fa il suo dovere, o almeno così avrebbe detto l’ineffabile signor M.
      io intanto ti ringrazio di avermi dedicato attenzione, e queste righe di risposta.

      temo purtroppo di essermi espresso male. la mia critica a TB è più profonda, e più dolorosamente vera, di come mi sembra tu l’abbia intesa. lasciami innanzi tutto precisare che la ‘casualità’ della mia visione era ovviamente simulata, frutto più della delusione di Alice che non di sincero disinteresse. (o forse – se vogliamo essere più spietati – frutto di una ricognizione critica ormai definitiva, rispetto alla quale TB, malgré lui, non ha più nulla da dire).

      circa l’obbiezione che sollevi, va da sé che dei rapporti di TB con la casa del Topo mi interessa, in generale, poco e nulla. certo, il film è chiaramente imbevuto della sua paleostoria testuale, e sì, la sensazione che in fondo si tratti di una rivincita è innegabile. ma il tradimento vero – se vuoi metterla in questi termini – sta altrove.

      (in parentesi: uso il termine ‘parodia’ in senso stretto, tecnico, senza alcuna intenzione peggiorativa)

      il punto è che, Disney o non Disney, l’immaginario di TB continua a ruotare intorno al perno simbolico dell’outsider riconciliato, del diverso che pur restando diverso trova alla fine un proprio microcosmo affettivo, una dimensione sociale su misura. è questa riconciliazione che trovo francamente irricevibile, se non perfino fasulla e sospetta.

      perché – seguimi – per fare in modo che le cose funzionino TB ha bisogno di truccare la carte: postulare, per esempio, un universo in cui la morte (l’esclusione ultima dal cosmo sociale) si può sconfiggere tramite la tecnica (ovvero un sapere altamente formale, di superficie, così come altamente formale e stilizzato è il cinema di TB) e, certo, l’ammore. ma, come dici tu, l’ammore di un bambino che ama il suo cane. cioé: un amore igienizzato, idealizzante, presociale, fondamentalmente innocuo.

      altro che cinefilia, dai.

      (no poi, senti, il doppio finale è davvero clamoroso. ma davvero non ti ha turbata nemmeno un poco?)

      Posted by Folquet | February 12, 2013, 12:45 am

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