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Sushi | Film

Frantz
(François Ozon, 2016)

È in bianco e nera la vita nel primo dopoguerra. In un piccolo villaggio tedesco, dove gli abitanti stanno ritornando alla quotidianità nonostante le pesanti sanzioni imposte dall’armistizio, la giovane Anna si reca ogni giorno a portare dei fiori sulla tomba dell’amato Frantz, morto durante il conflitto. Si accorge così, durante una delle solite visite, che qualcun altro è venuto a rendere omaggio al fidanzato: si tratta di Adrien, un ragazzo francese, un “nemico”. Dopo un primo tentativo fallito di approccio al dottor Hoffmeister, padre di Frantz, Adrien riesce a inserirsi nell’ambiente famigliare proprio grazie ad Anna, che vuole capire quale sia stato il legame tra i due giovani.

Frantz è il giovane – pacifista e amante della cultura francese, di Parigi e delle poesie di Verlaine – che dà il titolo all’ultimo film di François Ozon, in concorso alla settantatreesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia; eppure lui è assente. Rivive solo nei ricordi di Anna e di Adrien, la tedesca e il francese che conducono lo spettatore nella vita incolore alla fine della guerra. Nelle taverne del villaggio vediamo il sospetto dei tedeschi nei confronti dei vicini che li hanno sconfitti; vediamo come riprendono a riunirsi, per brindare alla nazione che un giorno tornerà di nuovo forte – noi sappiamo quali saranno le tremende conseguenze, e questa consapevolezza ci fa già tremare le ginocchia. La violenza serpeggia per le stradine acciottolate, ma rimane contenuta, fredda, non esplode mai.

Non c’è infatti spazio per la violenza nel delicato rapporto tra Anna e Adrien, fatto di ricordi inventati, di nostalgia e di perdono.
I due riescono a entrare in contatto perché parlano l’uno la lingua dell’altro. Invece di semplificare ed appiattire la vicenda, raccontandola tutta in un inglese standard, Ozon sceglie di rispettare la realtà, e la lingua – non più semplice modo espressivo – diviene vero e proprio strumento narrativo. Il tedesco di Adrien gli permette di avvicinarsi agli Hoffmeister; il francese di Anna, imparato grazie a Frantz, maschera le conversazioni più private con Adrien. Nello spazio tra le due lingue Anna costruisce un’altra storia, un altro finale.

La giovane compie poi un viaggio speculare a quello di Adrien, scopre che anche i vincitori hanno le loro cicatrici.
Simbolo di questo disagio è il quadro Le suicidè di Manet, che fa da fil rouge per tutta la vicenda. Inizialmente descritto come il dipinto di un uomo riverso all’indietro – facile da confondere con un dettaglio del celebre dipinto Le déjeuner su l’herbe - si rivela poi essere la rappresentazione di un giovane suicida, e diviene l’archetipo dei soldati sopravvissuti al fronte, tornati affetti da disturbo post traumatico da stress. Quelli che non hanno tentato il suicidio hanno riempito i manicomi.
Eppure è proprio di fronte alla cruda realtà che scatta il meccanismo della sopravvivenza: dopo essere sprofondata e ritornata in superficie, Anna può riguardare il quadro e rendersi conto che le dà envie de vivre, voglia di vivere.

Ispirato a una piéce teatrale di Maurice Rostand, da cui era già stato tratto L’homme qui j’ai tue di Ernst Lubitsch, Frantz ci riporta la rovina della guerra in casa, ma insieme ci ricorda soprattutto la necessità di tornare a vivere, di superare i traumi. È ai giovani che continua ad andare il pensiero: quelli uccisi dai loro stessi padri che li hanno mandati al fronte, quelli che rimangono e devono combattere con l’apatia e il dolore. Il bianco e nero lascia il passo al colore, in alcune brevi sequenze: anche nel periodo storico più cupo, la vita alla fine la spunta sempre.

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