Il 2012 si apre con due grandi ritratti dedicati a personalità influenti del secolo scorso: Edgar Hoover, ideatore del moderno FBI, e lo storico primo ministro inglese Margareth Thatcher. A interpretare i due grandi sono rispettivamente Leonardo di Caprio e Meryl Streep, entrambi invecchiati e in zona Oscar. Collocati rispettivamente in apertura e chiusura del mese, J Edgar (4/1), che segna il ritorno del maestro Clint, e The Iron Lady (27/1) rappresentano due parabole del potere e della trasformazione che il potere ha subito nel XX secolo.
Letta in controluce, la modernità può essere letta come il tentativo (poi vanificato) di una graduale certificazione dei rapporti di potere nella società. Un lento cammino verso la stabilità, teso a sostituire l’inganno e la forza con quel consenso che sta alla base degli ideali democratici. In realtà, dopo la caduta del muro di Berlino e l’avvento della post-modernità, la società ha dovuto fare i conti con forme virali ed endemiche di refrattarietà all’ordine sociale. Queste fronde hanno smascherato il compromesso siglato dopo la seconda guerra mondiale, e hanno riportato in auge il suo esatto contrario (Il sentiero – 27/1). In un momento in cui gli equilibri politici di casa nostra, d’Europa e dei grandi assetti globali sembrano essere messi nuovamente in discussione dalla crisi economica (L’industriale 13/1 di Giuliano Montaldo con la coppia Favino – Crescentini), viene quindi naturale interrogarsi su cosa sia oggi il potere e su come rapportarsi a esso. La stessa domanda, del resto, ha iniziato a crucciare in età senile anche un vecchio leone come Clint.
Si comprende perché: la condizione dell’uomo nella società appare oggi, brutalmente, come una ricerca del potere, condotta con aspettative, ambizioni, mezzi e piani differenti. Si va da quelli personali e sociali, fino a quelli più in ombra, come nel caso de La talpa (13/1) o del redivivo Ethan Hunt di Mission Impossible – protocollo fantasma (27/1). Le cause di questo stato di cose sono complesse. Se da un lato l”idea di socialità nasce dall’accettazione armoniosa di logiche ex contractu, criteri che definiscono gruppi di appartenenza, è vero anche che questi criteri sono oggi sempre meno rigidi. Anzi, questi stessi criteri finiscono oggi per creare fronti di tensione multipli e ibridizzati. Anche a volerle tagliare giù con l’accetta, insomma, le classi si sono perse, frantumate. Lo vedremo in tre film tra loro molto diversi. La crisi delle identità fondate sul territorio emergerà in Benvenuti al Nord (18/1) – film che, visto il box office del fortunato Benvenuti al Sud, si presenta da sé. Quella delle categorie genetiche tornerà in Underworld 4 3D (20/1), ennesima diatriba tra licantropi e vampiri. Di fronte a questo sfaldamento, appare ben poco credibile la prospettiva di restare ancorati a distinzioni cronologiche o da classico derby vecchio/nuovo, come ancora sembra suggerire L’arte di vincere (27/1), il one man show di Brad Pitt.
Piuttosto, conviene provare a tracciare una nuova mappa, a partire da categorizzazioni diverse. Aristotele, parlando generalmente di potere, distingueva quattro sottocategorie. Nel 2012 Aristotele resta un modello valido solo per professori di filosofia, sfigati e idealisti improvvisati (word consiglia qui di levare la ripetizione), ma proviamo a giocare. Le quattro categorie sono: il potere esercitato dall’uomo sulla donna, il potere esercitato dal padre sui propri figli, il potere esercitato dal padrone sugli schiavi, il potere esercitato da uomini liberi e eguali.
Alla prima categoria potremmo iscrivere il film al femminile della regista libanese Nadine Labaki E ora… dove andiamo? (20/1), già vincitore del premio della giuria a Toronto e in concorso alla passata edizione del Festival di Cannes. Al secondo gruppo, centrato sull’atavico rapporto tra genitori/figli, assoceremmo il terzo capitolo delle avventure dello scoiattolo Alvin (3/1), la parabola metallara già applaudita al Sundance di Hesher è stato qui (27/1) con Joseph Gordon-Levitt e Natalie Portman, e in senso lato sia Finalmente Maggiorenni (4/1) sia Immaturi – Il viaggio (4/1). Alla terza e quarta sottocategoria – che vengono a confondersi – riserveremmo il film Disney The Help (13/1), dedicato alla piaga della segregazione razziale, e La chiave di Sarah (13/1), obolo cinematografico dell’anno alla Giornata della Memoria.
Se a suo modo la post-modernità ha conservato – seppure riadattandole – queste categorie (oggi si parla di schiavi con altre sfumature, non meno drammatiche), quello che sicuramente è cambiato è il fondamento del potere che le generava. Ed è qui, come si anticipava prima parlando di fronti multipli e ibridizzati, che si consuma la vera dicotomia epocale. Più che di manifestazioni di potere (Herrschaft), in passato si era di fronte a manifestazioni di potenza (Macht), ovvero alla possibilità che un uomo facesse valere la sua volontà all’interno delle dinamiche sociali, anche di fronte a un’opposizione. Era una forma di potere per lo più disciplinare, che agiva a posteriori e interveniva attraverso sanzioni a porre dei limiti alla libera volontà di potenza degli individui. Quella nietzschiana, per capirci. Si trattava e si tratta insomma della proibizione, del manganello, del bastone degli sbirri di ACAB (27/1), film che racconta la storia di un gruppo di poliziotti del reparto celere con toni sì duri e violenti, ma dalla prospettiva insolita di chi sta sotto a quel casco.
In seguito tuttavia venne compresa l’urgenza di intendere il potere in forme più funzionali a quelle della società proteiforme che stava mutando, di pari passo all’esposizione mediatica. Avvenne quindi, per dirla con Foucault, che il potere divenne biopotere, ovvero una forma non solo di controllo, ma di generazione dei modi e dei modelli della vita stessa. È quello che Weber ha definito come «l’autorità dell’eterno ieri», una predisposizione naturale all’obbedienza dei precetti derivati dall’imitazione. Quello che non ci si poteva aspettare è che a far aderire l’individuo ai modelli suggeriti (se non imposti) fossero ancora le vecchie leve di un tempo, quali la religione e il sesso (Shame 13/1). Proprio l’assenza di strumenti idonei a mediare le vecchie categorie importate nel nuovo contesto ha sancito prima la nascita e poi la morte delle posizioni post-moderniste, con conseguente ritorno in auge dei vecchi modelli di potere.
In tutto questo, quando – con o senza alieni – ci troviamo di fronte all’incertezza che divora il mondo conosciuto (L’ora nera 3D, 20/1), un auspicio – kafkiano quanto basta – per professori di filosofia, sfigati, idealisti improvvisati e anche per cinefili è sicuramente quello di cominciare il duemiladodici con un occhio al delfino Winter (13/1, in 3D). Parliamo di metafore, non di giudizi sul film. Le sue mutilazioni fisiche sono l’immagine figurata della perdita progressiva delle nostre certezze. Le vecchie leve del potere continuano a operare in un contesto che le ha svuotate di senso: eppure – con una forma tutta moderna e disperata di speranza – il delfino continua a nuotare, ribellarsi alle costrizioni, tracciare dei limiti al potere stesso.
Viene in mente – proverbiale massima del nuovo millennio – la battuta di Ryan Gosling ne Le Idi di Marzo. Qualcosa che suona all’incirca come «Potrete dichiarare tutte le guerre che volete, fare un mare di false promesse, ma non vi potrete mai scopare una stagista». E proprio su questa pagina, alla fine, ritroviamo anche il vecchio Clint. Vera o falsa, giusta o sbagliata che sia, è la diagnosi di un potere che da un lato ha messo in discussione il mito e il sogno democratico, dall’altro lato ha dovuto fermarsi e trattenersi dallo scopare molte stagiste. Perchè una stagista di troppo, un sopruso in più in del dovuto, e ci si ritrova con le piazze piene di gente incazzata. Ucraina, Russia, Egitto, Libia, Siria. E perchè no, anche Italia.
— il cattivo & folquet








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